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L'ingiustizia contemporanea nella repressione del radicalismo islamico: il caso di Zergout Abdelmaji

21 dicembre 2018 -
L'ingiustizia contemporanea nella repressione del radicalismo islamico: il caso di Zergout Abdelmaji

Abstract

Uno degli ambiti di intervento penale rispetto ai quali l'interprete contemporaneo deve mantenersi più vigile è quello del radicalismo islamico. Il carattere emergenziale della normativa, il populismo mediatico e politico e la totale assenza di un filtro critico da parte della collettività costituiscono terreno fertile per il prodursi di errori giudiziari destinati tanto a segnare vite quanto a passare sotto silenzio. Il presente scritto tratta di una vicenda in cui l'autorità giudiziaria – proprio in tema di fondamentalismo islamico – è scivolata dal terreno del diritto penale del fatto al campo del diritto penale d'autore, negando il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione a un cittadino marocchino (Zergout Abdelmaji) che era stato imputato per il reato di associazione terroristica ex articolo 270 bis del Codice penale, incarcerato in via cautelare per ben due anni e infine assolto “per non aver commesso il fatto”. Viene svolta infine una riflessione circa le modalità che uno Stato democratico può impiegare – e quelle che non può impiegare – nella lotta a fenomeni che si pongono ideologicamente in contrasto con il sistema valoriale disegnato dalla Costituzione.

One of the scopes of criminal law which the contemporary legal interpreter must pay attention to is represented by Islamic radicalism. The emergency-based legislation regulating the latter, the political and media poupulism and the total absence of a critical sense within the society are the breeding ground for miscarriages of justice destined to damage entire lives and to be passed over in silence. The present work is intended to report a legal case – precisely regarding islamic fundamentalism – in which the Italian judicial authority drifted from the field of fact-based criminal law to the ground of personality-based criminal law, by denying a Moroccan citizen the right to compensation for being unlawfully imprisoned. Indeed, Zergout Abdelmaji (the Moroccan citizen) was at first accused – under article 270 bis of the Italian penal Code – of being part of a terrorist group; he was then imprisoned for two years in accordance with a preventive custody order; and finally he was fully acquitted by the formula “because he didn't commit the crime”. A final consideration is offered regarding the possible ways a democratic State is allowed to use – and the ways a democratic State is not allowed to use – in order to fight phenomena ideologically in conflict with the Constitution-based value system.

 

Il presente scritto ha il semplice scopo di riportare una recente vicenda giudiziaria in tema di radicalismo islamico. Si tratta di un caso che – ad avviso di chi scrive – merita di essere conosciuto e discusso, in quanto il suo scioglimento ha prodotto quello che non si esita a definire un grave errore giudiziario.

Prima di accedere all'analisi della vicenda concreta, pare opportuno addentrarsi brevemente e senza pretese di esaustività nel tema degli errori giudiziari.

È agevole distinguere due tipologie di errori giudiziari.

Da un lato vi sono quelli che – seppur tardi, seppur parzialmente – hanno trovato infine un riconoscimento sociale o anche, nel migliore dei casi, processuale: può annoverarsi fra questi la nota vicenda giudiziaria che ha coinvolto Enzo Tortora, la quale – ancora a distanza di trent'anni – è tuttora l'archetipo dei casi di malagiustizia italiana. Si tratta di quei casi che costituiscono l'ormai classico canone dell'errore giudiziario “conclamato”: oggi non vi è più alcun dubbio circa la piena innocenza del noto giornalista e presentatore televisivo; così come è ormai acclarato – non solo socialmente, ma anche processualmente – che l'autorità giudiziaria, nel sottoporre Tortora alla privazione della libertà personale in via cautelare per ben sette mesi, incorse in un grave errore investigativo. Si potrebbe dire che le vittime degli errori di questo primo tipo godono quantomeno il sollievo derivante dal riconoscimento sociale che uno sbaglio (pur “passato in giudicato”) vi sia stato; oppure – nel migliore dei casi – beneficiano del fatto che la verità processuale, seppur tardi e dopo grandi sofferenze cautelari, seppur magari solo a seguito dell'estremo strumento della revisione, si è alla fine uniformata alla verità sostanziale. E si aggiunga che, se lo sbaglio si è tradotto in una illegittima privazione della libertà personale, il suo riconoscimento processuale sfocerà normalmente nell'erogazione da parte dello Stato di una somma a titolo di riparazione, nei limiti e nei termini di cui agli articoli 643 e 314 del Codice di procedura penale.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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