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La giustizia costituzionale rafforza la tutela delle vittime di violenza domestica

Nota alla sentenza 236/2018 della Corte costituzionale 30 gennaio 2019 -
La giustizia costituzionale rafforza la tutela delle vittime di violenza domestica

Indice:

Abstract

1. Il fatto

2. Il ragionamento della Corte Costituzionale

3. La decisione

 

Abstract

La decisione che la Corte costituzionale ha assunto al termine del giudizio di legittimità costituzionale in  via incidentale dell’articolo 4, comma 1, lettera a, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, come modificato dall’articolo 2, comma 4-bis, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito, con modificazioni, nella legge 15 ottobre 2013, n. 119) permette da ora ai Tribunali ordinari di ordinare l’allontanamento dalla casa familiare anche di chi è indagato o imputato per lesioni volontarie lievissime nei confronti di chi è vittima di violenza domestica, che siano figli naturali, discendenti, ascendenti, coniuge (anche separato o divorziato) nonché altra parte dell’unione civile. È questa la modifica introdotta dalla Corte costituzionale, mediante lo strumento della dichiarazione dell’illegittimità costituzionale.

 

1. Il fatto

Alla base del presente giudizio di legittimità si trova quale atto di promovimento l’ordinanza di rimessione del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Teramo, il quale ha sollevato, in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 1, lettera a, del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 (Disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, come modificato dall’articolo 2, comma 4-bis, del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito, con modificazioni, nella legge 15 ottobre 2013, n. 119 - d’ora in poi solo articolo 4.1 del decreto legislativo 274/2000) nella parte in cui per il delitto previsto dall’articolo 582 del codice penale  non prevede l’esclusione della competenza del giudice di pace anche per i fatti aggravati ai sensi dell’articolo 577, primo comma, numero 1), codice penale, commessi contro il discendente non adottivo, quindi nei confronti di quello che il legislatore pre riforma indicava come “figlio naturale”.

Il giudice rimettente, sottolineando la rilevanza (per cui il giudizio non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimità) e la non manifesta infondatezza   dei dubbi di costituzionalità, afferma che la disposizione censurata, non prevedendo l’esclusione della competenza per materia del giudice di pace anche in relazione al reato di lesioni perseguibile a querela, commesso in danno del figlio naturale, e contemplandola invece per lo stesso reato in danno del figlio adottivo, confliggerebbe con l’articolo 3 Costituzione per violazione del principio di eguaglianza e per irragionevolezza intrinseca, senza giustificazione alcuna.

La motivazione della non manifesta infondatezza, in riferimento ai singoli parametri costituzionali che vengono lesionati della norma censurata, è infatti necessaria al fine di definire la questione di legittimità sottoposta all’esame della Corte, che altro non è se non il thema decidendum del giudizio costituzionale.
Il giudice a quo, nel sollevare la questione, sottolinea come il legislatore abbia stabilito, per il medesimo reato, un diverso criterio di riparto della competenza per materia, tra giudice di pace e tribunale ordinario. Infatti, come si legge dalla sentenza, soltanto le condotte consumate dal genitore nei confronti del figlio adottivo, già di competenza del giudice di pace, sono divenute di competenza del tribunale ordinario e non anche quelle consumate in danno del figlio naturale,  distinzioni queste tra figli naturali, figli legittimi e figli adottivi che sarebbero dovute venire meno definitivamente con la riforma sulla filiazione del 2012 (Eliminare qualsiasi forma di discriminazione tra figli legittimi e figli naturali, ossia nati fuori dal matrimonio. È infatti l'obiettivo al quale mirano le norme in materia di riconoscimento dei figli naturali contenute nella Legge 10 dicembre 2012 n. 219)

La disposizione censurata prevede quindi una differenziazione di trattamento tra figli: nell’ipotesi che il reato di lesioni personali «lievi» sia commesso in danno al figlio adottivo è consentita l’applicazione «della misura dell’allontanamento dalla casa familiare» disposta dal Tribunale ordinario; mentre, laddove il reato sia in danno di un discendente, qual è il figlio naturale, sussistendo la competenza del giudice di pace, deve escludersi l’allontanamento. Questa dicotomia è facilmente comprensibile se si considera che il giudice di pace non può̀ disporre misure cautelari personali, neppure nei casi di urgenza, e l’allontanamento dalla casa familiare consiste in una di queste. Un incongruo trattamento tra quello che spetta al figlio adottivo e quello rispetto al figlio naturale, vittime allo stesso modo di condotte poste in essere in ambito familiare, ma sanzionate e tutelate con forme diverse. Una disparità di trattamento lesiva dell’articolo 3 della Costituzione, che impedisce di fatto un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione.
Eppure la motivazione che spinge il GIP di Teramo a sospendere il procedimento e a rimettere la questione alla Corte costituzionale non si ferma alla sola sfera dell’irragionevolezza della norma impugnata, ma evidenzia anche una violazione dell’articolo 24 Cost., esistendo un pregiudizio per l’indagato nella parte in cui il giudice è impossibilitato ad adottare un provvedimento di archiviazione ai sensi degli articoli 411, comma 1-bis, del codice di procedura penale e 131-bis codice penale per difetto di punibilità in ragione della particolare tenuità del fatto.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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