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Prove d’intesa tra USA e talebani dietro il ritiro dall’Afghanistan annunciato da Trump?

05 febbraio 2019 -
Prove d’intesa tra USA e talebani dietro il ritiro dall’Afghanistan annunciato da Trump?

Di Gianandrea Gaiani

 

Non è ancora definitivo il bilancio dell’attacco talebano di lunedì contro la base della Direzione nazionale della sicurezza (NDS, l’intelligence di Kabul) nella provincia centrale di Maidan Wardak, compreso, a seconda delle fonti, tra i 65 e i 199 militari rimasti uccisi ma sono almeno 65 i militari rimasti uccisi.

Mohammad Sardar Bakhyari, vice capo del consiglio provinciale, che ha riferito di “65 corpi estratti dalle macerie” mentre un anonimo funzionario della sicurezza ha parlato di almeno 70 morti. e fonti del ministero della Difesa di 100 vittime.

L’attacco suicida è stato effettuato da un commando talebano infiltratisi nella base dopo aver fatto deflagrare un’autobomba schiantatasi contro l’edificio mentre un’altra autobomba è stata fermata dal fuoco dei militari afghani.

Una tattica che ripete lo schema varato diversi anni or sono dalla Rete Haqqani e che vede attentatori suicidi a piedi o su veicoli imbottiti di esplosivo farsi esplodere agli accessi di basi militari o edifici governativi per spianare la strada a gruppi di fuoco comunque votati al “martirio” dopo aver provocato il massimo dei danni e delle vittime. Uno schema che ha ispirato le azioni di molti gruppi e milizie jihadisti in tutto il mondo.

Al di là del numero di vittime, è difficile attribuire all’attacco talebano contro la base dell’intelligence nella provincia di Maidan Wardak una valenza legata al recente annuncio della Casa Bianca relativo al dimezzamento delle forze statunitensi a Kabul.

Anzi, l’attacco potrebbe essere messo in relazione all’annuncio di ieri con cui i talebani hanno reso nota la ripresa dei negoziati di pace, a Doha (Qatar), con i funzionari americani per porre fine a 17 anni di guerra.

 

“Dopo che gli americani hanno accettato di porre fine all’occupazione dell’Afghanistan e di impedire l’uso del Paese per operazioni future contro altri Stati, i colloqui con i rappresentanti statunitensi si sono svolti oggi a Doha, la capitale del Qatar”, ha dichiarato il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid.

L’incontro, che arriva dopo il meeting del dicembre scorso negli Emirati Arabi Uniti non è stato confermato da Washington ma aggiunge un nuovo rilevante elemento di riflessione al dibattito sul ritiro parziale ordinato da Donald Trump.

In base a quanto reso noto dai talebani la riduzione da 15mila a 7.500 militari del contingente americano potrebbe costituire un banco di prova per un accordo con gli insorti in cui gli USA (e inevitabilmente anche gli alleati europei e Nato) si ritirano gradualmente dal paese in cambio dell’impegno talebano a non “esportare” il jihad fuori dai confini afghani.

La strage a Maidan Wardak avrebbe quindi lo scopo di garantire ai talebani di negoziare da una posizione di forza dimostrando la capacità di colpire duramente le forze di sicurezza governative.

Forze che sono sempre state nel mirino dei jihadisti che hanno colpito spesso scuole e centri di addestramento con il duplice obiettivo di scoraggiare i giovani afghani ad arrolarsi e di uccidere i consiglieri militari occidentali che li addestrano.

In questo contesto il Direttorato per la Sicurezza Nazionale, (NDS) che in più occasioni ha dimostrato di disporre di informatori e infiltrati tra le fila nemiche, costituisce da sempre un bersaglio di elevato valore per i jihadisti.

È quindi evidente che l’annunciato ritiro di circa metà dei 15mila militari statunitensi presenti oggi in Afghanistan galvanizzerà ulteriormente i talebani aumentando l’esposizione delle forze di Kabul. Come già accadde dopo il ritiro voluto da Barack Obama delle forze da combattimento Usa/Nato, tra il 2011 e il 2014, gli insorti puntano oggi a imprimere una spallata alle forze governative sempre più demotivate, prive di mezzi e armi pesanti e provate da perdite di centinaia di uomini uccisi o feriti ogni mese e dagli elevati tassi di diserzione.

Articolo pubblicato in: Diritto militare, Diritto bellico


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