Blocco Sfratti al tempo del Covid-19: i (non pochi) dubbi costituzionali

Blocco-sfratti
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Abstract

Con l’approvazione del “Milleproroghe”, la liberazione coercitiva degli immobili è stata rinviata al 30 Giugno 2021 (cd. Blocco Sfratti). Una riflessione sul ritorno dello (s)bilanciamento tra necessità e diritti contrapposti: la tutela del conduttore “debole” e la (palese) lesione di alcuni diritti costituzionalmente garantiti del proprietario dell’immobile. Con la Consulta pronta ad esprimersi.

 

INDICE

Blocco sfratti: la normativa: dal D.L. n.18/20 al Milleproroghe 2021

Blocco sfratti: la Giurisprudenza costituzionale

Blocco sfratti: la lesione dei diritti e le anomalie giurisdizionali

Blocco sfratti: conclusioni (e previsioni)

 

Blocco sfratti: la normativa: dal D.L. n.18/20 al Milleproroghe 2021

La seconda ondata del Covid-19 ha indotto il Governo a moltiplicare le misure eccezionali già adottare per arginare gli effetti deleteri prodotti dalla pandemia sul mondo economico e sul tessuto sociale. Da ultimo, il Decreto Milleproroghe 2021 (D.L. n.183/2020) ha prorogato al 30 Giugno 2021 la sospensione dell’esecuzione dei provvedimenti giudiziali di rilascio degli immobili, pur prevedendo alcune eccezioni.

Va puntualizzato, a tal proposito, che la decisione di interdire la liberazione coercitiva dei fabbricati occupati da inquilini sine titulo, nel contesto della persistente emergenze epidemiologica:

a) è stata assunta, per la prima volta, con l’Articolo103, co.6 del D.L. n.18/20 con efficacia fino al 30.06.2020;

b) è stata differita all’01.09.2020 in sede di conversione (L. n.27/20);

c) è stata nuovamente posticipata al 31.12.2020 con l’Articolo7, co.1-bis del D.L. n.34/20 (convertito con L. n.77/20);

d) è stata rinviata, infine, al 30.06.2021 con il Milleproroghe 2021.

La prima inibitoria, volutamente formulata in modo ampio, investiva tutti i provvedimenti giudiziali di rilascio, indipendentemente dalla ragione per cui è stato chiedo – ed ottenuto – dall’attore, nonché tutte le tipologie di beni, senza alcuna distinzione tra immobili ad uso abitativo, commerciale o alberghiero.

L’ultima, invece, è limitata ai provvedimenti di rilascio «adottati per il mancato pagamento del canone alle scadenze e ai provvedimenti di rilascio conseguenti all’adozione, ai sensi dell’articolo 586, comma 2 c.p.c., del decreto di trasferimento di immobili pignorati ed abitati dal debitore e dai suoi familiari». Rimangono esclusi, quindi, gli sfratti per finita locazione, le sentenze e le ordinanze con cui è stata disposta la restituzione di immobili occupati in difetto di titolo ovvero sulla base di un titolo invalido o inefficace, nonché l’ingiunzione rivolta al debitore -o al custode- di rilasciare l’immobile trasferito all’aggiudicatario in senso al processo di espropriazione (ex Articolo586, co.2 C.p.c.).

 

Blocco sfratti: la Giurisprudenza costituzionale

Al di là di alcune problematiche ermeneutiche, preme interrogarsi sull’effettiva legittimità costituzionale di un simile approccio legislativo, già autorevolmente messa in dubbio da autorevoli giuristi, in primis il Presidente Emerito della Consulta Prof. Cesare Mirabelli.

Esaminando la giurisprudenza costituzionale, il leading case in materia deve rinvenirsi nella Sentenza n.310/2003 nella quale – prescindendo dalle considerazioni di merito del caso di specie- vengono espressi alcuni principi di carattere generale: «la sospensione dell’esecuzione per il rilascio costituisce un intervento eccezionale che può incidere solo per un periodo transitorio ed essenzialmente limitato» sul diritto alla riconsegna di un immobile «sulla base di un provvedimento giurisdizionale legittimamente ottenuto (…) In altri termini, la procedura esecutiva attivata da parte del singolo soggetto provvisto di titolo esecutivo giurisdizionale, non può essere paralizzata definitivamente con una serie di pure e semplici proroghe, oltre un ragionevole limite di tollerabilità. Non si intende con ciò negare che il legislatore debba farsi carico delle esigenze di coloro che si trovano in particolari condizioni di disagio, in quanto appartenenti a categoria protetta, ricorrendo ad iniziative del settore pubblico o accordando agevolazioni o ricorrendo ad ammortizzatori sociali: ma non può definitivamente limitarsi, per di più senza alcuna valutazione comparativa, a trasferire l’onere relativo in via esclusiva a carico del privato locatore, che potrebbe trovarsi in identiche o anche peggiori situazioni di disagio».

L’assunto, confermato dalla Sentenza n.62/04 è stato ribadito dalla Sentenza n.155/04, che – a ben vedere – costituisce una “decisione di monitoraggio”, nel senso che, pur censurando la tecnica dei continui rinvii del termine di sospensione degli sfratti, riconosce al legislatore un congruo lasso di tempo per consolidare le politiche sociali di conduttori particolarmente “fragili”, considerata la loro età e il loro stato di salute, incapaci di ottenere – a loro spese – un alloggio a canoni di mercato dopo l’abolizione del regime vincolistico di cui alla Legge n.392/1978.

Va evidenziato come gli interventi della Corte costituzionale hanno inciso su normative poste a tutela di soggetti in cui la debolezza era in re ipsa: portatori di disabilità ed anziani, destinati ad essere ricoverati presso strutture socio-sanitarie non appena gli enti pubblici fossero stati pronti.

La sequenza dei provvedimenti contestati – in questa sede – abbraccia l’intero insieme dei provvedimenti di rilascio e, non effettuando alcuna discriminazione, di carattere individuale in relazione alle cause della morosità ed alle condizioni delle parti, genera un’intollerabile sovversione delle regole in materia di rapporti etico-sociali.

Neppure può reputarsi che tutto ciò sia autorizzato dalla condizione sanitaria ed economica che il Governo è chiamato a fronteggiare, non solo perché la Costituzione non conosce lo “stato di eccezione”, ma anche perché l’insopprimibilità dei diritti basilari postula che il loro contenuto essenziale resiste qualunque contraria propensione politica o esigenza transitoria.

 

Blocco sfratti: la lesione dei diritti e le anomalie giurisdizionali

La violazione di alcuni principi costituzionali, ed il pregiudizio dei diritti che esse tutelano, sono tanto più gravi in quanto non solo non è prevista alcuna comparazione tra la condizione del conduttore e quella del locatore, ma neppure è stabilita alcuna congrua misura che allevi il sacrificio dei locatori.

È palese la limitazione del diritto di proprietà: il proprietario/locatore viene privato della facoltà di locazione di godimento materiale dell’immobile.

Inoltre, è certamente lesa la libertà di iniziativa economica, ove il contratto attributivo di diritto di godimento a terzi sull’immobile si inserisca in un ciclo produttivo. Infine, è manifesto lo svuotamento del provvedimento giurisdizionale di rilascio o di sfratto: una sospensione della sua esecuzione di oltre 16 mesi significa porre il diritto soggettivo in un limbo che, tramite l’esercizio dell’azione giurisdizionale, si è inteso tutelare, nonché la sproporzionata dilazione del processo esecutivo che, se protratto per oltre 3 anni, è considerato di «durata irragionevole» dall’Articolo2, co.2-bis della Legge n.89/01.

È difficile sostenere che la sospensione degli sfratti miri esclusivamente alla tutela della salute degli Ufficiali Giudiziari, che potrebbero derivare da operazioni implicanti lo spostamento di persone e                 -quindi- l’incremento delle occasioni di contagio. Se fosse stato questo l’intento del legislatore, allora si sarebbe dovuto procedere ad un differimento ex lege di tutte le attività che comportano l’accesso degli ausiliari del giudice presso luoghi estranei alla propria sede operativa.

È incontestabile, invece, che una tale misura trova giustificazione nella “protezione” dei conduttori o degli affittuari che, in ragione della difficoltà economiche provocate dal Covid-19 e dalle conseguenti misure governative per il contenimento del virus, i quali abbiano perduto il lavoro e i mezzi di sostentamento per il pagamento dei canoni. Una spiegazione in tal senso, però, non resiste alla prova dei fatti.

La compressione dei diritti soggettivi costituzionalmente riconosciuti ai cittadini può esser disposta dal legislatore per garantire l’adempimento dei doveri derivanti dal principio di solidarietà politica, economica e sociale (ex Articolo2 Cost.) purché nel rispetto dei criteri di proporzionalità, ragionevolezza ed efficacia, nonché con salvezza del contenuto essenziale del diritto sacrificato (Cfr. Corte costituzionale, sent. n.455/90).

Nella specie, nulla di ciò sembra esser stato rispettato.

La sospensione delle esecuzioni, così come disciplinate nell’ultimo anno:

1) non è proporzionata, perché investe tutti i provvedimenti di sfratto per morosità, ricomprendendo anche quelli convalidati per inadempimenti (spesso notevoli) verificatisi in un periodo anteriore allo stato d’emergenza che – verosimilmente – sono la netta maggioranza, considerata la lunghezza dei tempi della procedura;

2) non è ragionevole, perché sottopone al medesimo trattamento situazioni completamente differenti, sia sotto il profilo del bisogno sia sotto quello del merito: morosità colpevole e involontaria; inadempimenti pregressi, coevi e successivi alla pandemia; immobili residenziali, commerciali e alberghieri;

3) non è efficace, perché non è accompagnata da alcun meccanismo, sovvenzionato dalla fiscalità generale, per consentire agli Enti locali di reperire alloggi per gli inquilini che effettivamente versano in una situazione reale di indigenza;

4) non preserva il nucleo fondamentale dei diritti che sono limitati, perché non riconosce alcun indennizzo per l’indebita protrazione dei tempi esecutivi e, in particolare, non consente il rilascio neanche nell’ipotesi in cui vi sia un rischio -serio, concreto e comprovato- che la permanenza dell’inquilino all’interno dell’immobile possa arrecare un pregiudizio all’integrità del bene e, dunque, non possa esser restituito in stato di corretta manutenzione.

 

Blocco sfratti: Conclusioni (e previsioni)

L’autonomia che caratterizza la nuova sospensione delle esecuzioni, al di là della sua significativa permanenza ultrannuale, può legittimare – nei fatti – un godimento sostanzialmente gratuito di un bene (con conseguente irrecuperabilità del credito) in nome di quella stessa indigenza economica che giustifica la previsione di inibizione dell’esecuzione e che, pur in ipotesi di meritevolezza, non può comunque essere accollata al privato che – in tal modo – verrebbe a svolgere, di fatto, una funzione pubblica.

La lunghezza dei tempi di sospensione trasforma il provvedimento processuale in una misura di carattere assistenziale, essendo estremamente improbabile che i locatori possano ottenere dal conduttore il risarcimento per equivalente dei danni arrecati dall’indebita occupazione dell’immobile.

Ciò dipinge una palese violazione delle regole che governano il Welfare State, secondo cui il costo dei diritti sociali – nella specie di abitazione della persona bisognosa – devono esser sostenuti dalla fiscalità generale e non dal singolo contribuente.

La sequenza di provvedimenti normativi, inoltre, abbraccia l’intero insieme dei provvedimenti di rilascio e, non effettuando alcuna distinzione in relazione alle cause della morosità e alle condizioni delle parti, genera una palese e grave distorsione delle regole in materia di rapporti etico-sociali.

È probabile che lo scenario al quale assisteremo sarà la paralisi delle locazioni immobiliari, ove i proprietari si vedranno costretti a concedere in locazione i propri beni solo in presenza o di canoni estremamente appetibili, oppure a condizioni non certamente di favore per i conduttori, anche dal punto di vista delle garanzie bancarie e depositi cauzionali.