Catone Uticense: il Canto della Libertà

Statua di Dante, Piazza dei Signori, Verona
Statua di Dante, Piazza dei Signori, Verona

Abstract

Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. Marco Porcio Catone,  uccisosi ad Utica per sottrarsi alla tirannide di Cesare, è posto da Dante a guardare l’ingresso del Purgatorio: simbolo di quell’idea di libertà, che in Dante si dilata, dall’originario valore strettamente politico, fino a coincidere con la libertà dell’arbitrio e, cioè, con la vittoria della volontà razionale sulle passioni, dello spirito sulla materia. A 700 anni dalla morte del Poeta, una mia breve riflessione su una delle figure più significative dell’intera Commedia.

 

«Nos petimus libertatem, quam nemo bonus nisi cum anima ammittit»: noi vogliamo ottenere la libertà, che nessun buono accetta di perdere, se non con la vita stessa.

Questi versi di Sallustio devono esser venuti certamente alla mente di Dante, alle porte del Purgatorio, quando, ormai tramontata la costellazione del Gran Carro, scorge insieme a Virgilio un uomo, che aveva la barba lunga e brizzolata, così come i capelli, che gli scendevano sul petto divisi in due bande.  Con il volto illuminato da quattro stelle, pieno di luce come se fosse giorno.

Eccolo lì Catone, immerso in un canto pieno della gioiosa energia della rinascita, che ci spinge a trarre un respiro di sollievo: dopo tanta angoscia, finalmente l’animo si apre a nuove realtà più rasserenanti. Anche la natura, in armonia con questa rinnovata speranza, si tinge di colori pastello e l’uscita dall’incubo dell’Inferno diviene una riappacificazione con sé stessi, e con il mondo.

Certo, il mondo doveva essere proprio un bel posto prima del peccato originale!

Ed eccole le stelle che illuminano il volto di Catone: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. Le quattro virtù cardinali, un tempo, furono in dote all’umanità, quand’essa viveva nella grazia. E Catone Uticense fu uomo di quel mondo, nel senso che ritrovò in sé ciò che allora, nell’Eden, era naturalezza e spontaneità di agire e pensare. E lo recuperò in un momento fatidico per la repubblica romana, e tragico per sé stesso.

Lui, integerrimo difensore dei valori della tradizione, del mos maiorum: integerrimo protettore della fides, della pietas, ossia della devozione e del rispetto che si devono agli dei, ma anche alla patria e alla famiglia. Della gravitas, quindi della severità e della serietà tipica degli anziani e del buon capofamiglia. Della costantia, della fermezza e dell’integrità morale che induce ad avere un comportamento giusto anche nei casi in cui è difficile. Della magnanimitas, di quella grandezza d’animo che ti porta ad avere un comportamento generoso, senza secondi fini, nella vita pubblica così come in quella privata. Nell’operosità e quindi nella vita dedicata al fare.

Sappiamo bene che Virgilio fa del suo Enea il prototipo dell’uomo giusto in cui confluiscono le virtù della romanità: coraggio, lealtà, giustizia, clemenza, devozione verso gli dei, capacità di sopportare le avversità, alto senso civico che lo porta ad anteporre al proprio destino individuale la considerazione del bene della comunità.

Ma Virgilio stesso – analogamente ad Enea – descrive Catone, nel Capitolo VIII dell’Eneide, come colui «che dà la legge ai pii», «secretosque pios; his dantem iura Catonem».

Quest’uomo con la barba lunga – avendo smesso di tagliarla, così come i capelli, all’inizio della guerra civile, per quel che ci ricorda Lucano: «intonsos rigidam in frontem descendere canos Passus erat moestamque genis incresere barbam» – pagano e suicida, posto da Dio a guardia del Purgatorio, che però è il simbolo di libertà, di una libertà ritrovata, di una conquista interiore che si realizza, però, proprio con il suicidio.

E lo mette lì proprio Dante, che ha condannato il suicidio – basti pensare a Pier della Vigna e l’intero Canto XIII dell’Inferno – secondo i precetti dell’ortodossia cristiana, sembra che a questo punto se ne dimentichi, facendone la piena esaltazione morale.

Nella redazione del Canto I non deve esser venuto alla mente del Poeta solo Sallustio, ma anche Cicerone e Seneca, nel loro encomio di questo fiero repubblicano che preferì morire con la sua Repubblica, piuttosto che sopravviverle.

Nella sua orazione difensiva, Pro Murena, Cicerone – seppur suo avversario nel processo – così si espresse: «La natura stessa ti ha fatto uomo nobile ed eccellente, plasmato alla dignità, all’equilibrio, alla grandezza d’animo, alla giustizia, insomma ad ogni virtù … sappiate, o giudici, che Marco Catone ha innate tutte le qualità che noi reputiamo divine e straordinarie».

Ma dopo la morte di Crasso, nel 53 a.C., si svilupparono gelosie e contese tra Pompeo e Cesare per il dominio su Roma, che sfociarono nella guerra civile. Catone, sommamente preoccupato di salvare le istituzioni repubblicane, si avvicinò allora a Pompeo, che era legato agli optimates. Ma Cesare, tornando dalla Gallia, il 10 Gennaio del 49 a.C., varcò il fiume Rubicone, limite che non avrebbe potuto oltrepassare con il suo esercito. I pompeiani e i seguaci di Catone dovettero fuggire dall’Urbe. Pompeo venne sconfitto nella Battaglia di Farsalo, dove trovò la morte, e Catone tentò di organizzare la resistenza contro Cesare dalle province africane. Ma la sconfitta nella Battaglia di Tapso segnò la fine dei pompeiani.

Così, il 12 Aprile del 46 a.C. a Utica, proprio nei pressi di Cartagine, Catone si tolse la vita conficcandosi la spada nel petto, esprimendo così la sua condanna, e il suo rifiuto, della suprema potestà di Cesare, e dell’impero voluto da Dio, e da Dio istituito per il popolo di Roma nella Gente Giulia.

«O Catone, ti porto invidia di tua morte, perché mi togliesti l’onore di salvarti la vita», così disse un Cesare sconvolto dalla notizia del suicidio dell’Uticense, per come ci riporta Plutarco.

Ma la sconfitta e la morte di Catone, e la vittoria di Cesare, segnarono la definitiva fine dell’antica Repubblica Romana, spianando la strada al potere imperiale.

«Quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone?». Così Dante si interroga, nel Libro IV del Convivio, sul «parens verus patriae, dignissimus aris, Roma, tuis», sul vero padre della patria -degnissimo- come lo ricorda Lucano, giustificato nell’ultimo gesto anche dai teologi, in quanto «divino instinctu fiat ad exemplum fortitudinis ostendendum, ut mors contemnatur».

Catone è il massimo della libertà interiore, se per libertà s’intende la consapevole affermazione, alta e sovrana, della dignità dello spirito umano. In accordo con la filosofia stoica, la morte non era per lui un male, ma uno strumento di liberazione: preferì togliersi la vita piuttosto che subire l’umiliazione.

Così Dante pone Catone a guardia del regno della libertà, là dove lentamente lo spirito impara a ritrovare la sua intima natura, quell’Eden travolto dalla colpa, attraverso la scelta del bene.

Questo fece Catone, anche se utilizzò un gesto estremo, il suicidio, che il cristiano condanna.

Ma Catone non aveva conosciuto Cristo, non sapeva di un uomo giusto che ingiustamente aveva patito l’agonia e l’angoscia della morte, recuperando a sé stessa l’umanità con il suo sangue.

Così Gesù, quando discese agli Inferi, prese l’anima di Catone e la pose a guardia del Purgatorio: aveva trovato in lui, nel pagano dignitoso e irreprensibile, quei tratti di estrema libertà che connotano l’uomo quando nega il male nelle sue diverse forme, il perfetto esempio per intraprendere il lungo cammino di ascensione al monte.

«Amai Marzia, ma ora tra me e lei corre il solco invalicabile dell’abisso infernale», afferma l’Uticense.

Anche l’amore sottostà alle regole della libertà, nel cui regno trova la sua massima esplicazione. Dante comincia ora a decifrare il senso del suo viaggio: anch’egli ha scoperto che l’uomo può e deve conoscere il male per guardarlo con l’occhio disincantato di chi acquisisce l’autonomia interiore.

E se Catone esprime la riconquista della libertà dopo l’esperienza del male, le lacrime di Dante sanciscono la fine di un incubo, e l’aprirsi della sua anima a nuove esperienze interiori, mentre la sua vita – cinta dal semplice giunco – suggerisce che libertà e semplicità concorrono in egual misura alla consapevolezza del proprio io.