Covid-19 e legittimità dell’obbligo vaccinale: una sentenza già scritta

Visuale
Ph. Niccolò Gurioli / Visuale

Abstract

Giancarlo Coraggio e Cesare Mirabelli, rispettivamente Presidente ed ex Presidente della Corte Costituzionale, hanno riaperto il dibattito sulla legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale, non lasciando alcuno dubbio: la giurisprudenza costituzionale è costante nel ritenere legittimo tale obbligo. La sentenza n.5/18, dichiarando la legittimità costituzionale del Decreto Lorenzin, fornisce i principi che potranno essere utili, in futuro, nel caso in cui si decidesse di intraprendere tale strada.

 

Indice:

1. Introduzione

2. Il dibattito negli ultimi anni

3. Il Ricorso del Veneto contro il Decreto Lorenzin

4. Le motivazioni della Corte Costituzionale (sent. n.5/18)

5. Conclusioni

 

1.  Introduzione

«La possibilità di trattamenti sanitari obbligatori è prevista dalla Costituzione, ma richiede una legge (…) Nelle nostre sentenze abbiamo scritto che, in primo luogo, serve la certezza dei dati scientifici, attestata dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali competenti. In secondo luogo, è necessaria l’accertata responsabilità, per la tutela della salute e della vita dei cittadini, di un così pervasivo intervento». Così Giancarlo Coraggio, neo Presidente della Corte costituzionale in merito al dibattito sull’obbligatorietà del vaccino anti Covid-19.

L’ex Presidente della Consulta Cesare Mirabelli, intervistato dal Messaggero, ha sostenuto che «se si vuole procedere con rapidità si può adottare un decreto legge» per l’obbligo vaccinale, che poi -ovviamente- deve essere convertito in Parlamento. «I trattamenti sanitari obbligatori sono possibili, sono ammessi dalla nostra Costituzione» afferma, ma, «tuttavia, occorre una legge che li disponga e devono essere adeguatamente giustificati».

 

2. Il calo delle vaccinazioni

Oggi risulta di sorprendente attualità la sentenza della Corte costituzionale n.5/2018 sull’obbligo vaccinale. Con tale pronuncia, la Corte ha dichiarato in parte inammissibile, in parte infondata la questione di legittimità costituzionale del D.L. n.73/2017 (Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale), il cd. Decreto Lorenzin, convertito (con modificazioni) con la legge n.119/2017.

Partendo da un contesto notevolmente diverso da quello che stiamo vivendo negli ultimi mesi, la Consulta ha stabilito i principi in base ai quali, in alcuni casi – e la pandemia Covid-19 certamente lo è – può prevalere l’interesse della salute pubblica sull’autodeterminazione dei singoli.

Il Governo, pur avendo escluso – per ora – l’obbligo generalizzato, ha lasciato intendere che sono allo studio del Governo diverse ipotesi, tra cui l’obbligatorietà (almeno) per le categorie dei lavoratori più a rischio. Diversi membri dell’Esecutivo, nonché del CTS, si sono già dichiarati a favore dell’obbligo esteso a tutto il settore pubblico.

Con il decreto legge n.73/2017, l’allora ministro della salute Beatrice Lorenzin aveva reso obbligatori 12 vaccini (poi ridotti a 10, di cui 4 “storici”) per i minori dei 16 anni di età. La forma scelta dal Governo, considerata la necessità e urgenza, era proprio quella del decreto legge. La motivazione: contrastare il progressivo calo delle vaccinazioni, sia obbligatorie sia raccomandate, iniziato nel 2013, che aveva portato a una copertura vaccinale inferiore del 95%, soglia raccomandata dall’OMS per garantire la cd. “immunità di gregge” per le 10 malattie in oggetto.

 

3. Il Ricorso del Veneto contro il Decreto Lorenzin

Ciò premesso, nell’ambito di una complessa dialettica di competenza tra Stato e Regioni, la Regione Veneto ha sollevato la questione di legittimità costituzionale, la quale ha declinato le censure di illegittimità in tre motivi di ricorso:

1) la presunta illegittimità costituzionale, per violazione degli articoli 77, 117 e 118 Costituzione, in quanto – si sosteneva – che la decretazione d’urgenza aveva invaso le competenze regionali in materia di tutela della salute e di istruzione. Aveva evidenziato, inoltre, la mancanza di un’emergenza sanitaria (in particolare nel territorio veneto) che avrebbe dovuto giustificare il ricorso al decreto legge. Ciò sarebbe stato confermato anche dal fatto che il valore del 95% dei vaccinati – indicato dall’OMS e dal PNPV- doveva rappresentare solo una “soglia ottimale” e non una “soglia critica”;

2) con il secondo dei motivi di ricorsi, la Regione Veneto lamentava la violazione degli articoli 2, 3, 31, 32, 34, 97, 117 co.3,4 e 118 Costituzione, in quanto la normativa de qua avrebbe violato il diritto all’autodeterminazione previsto non solo dalla Costituzione, ma anche dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e del cittadino”, e dalla cd. “Convenzione di Oviedo”, le quali pongono la necessità del consenso libero ed informato del paziente. La Regione censurante sosteneva, in sostanza, che un obbligo vaccinale può imporsi solo se sussiste «un interesse individuale o collettivo non altrimenti tutelabile» mentre, nel caso di specie, sarebbe controproducente il passaggio «da una strategia vaccinale basata sulla convinzione ad una basata sulla coercizione» in quanto le misure attuate venivano considerate eccessive rispetto alla situazione attuale.

3) Infine, la Regione Veneto lamentava la violazione degli articoli 81 e 119 Costituzione, in quanto il D.L. n.73/2017 avrebbe posto eccessivi oneri in capo alle Regioni, in quanto non aveva provveduto alla quantificazione di tali oneri derivanti dall’attuazione delle disposizioni ivi contenute, nonché degli eventuali risarcimenti dei danni dovuti ai pazienti.

 

4. Le motivazioni della Corte Costituzionale (sent. N.5/18)

Analizzati i punti salienti del Ricorso, la lunga disamina della Corte costituzionale, redatta da Marta Cartabia, sembra scritta oggi, per le conclusioni e i principi affermati.

Tralasciando gran parte del conflitto di competenze concorrenti, tre sono i punti veramente attuali.

In primis, è legittimo il mezzo del decreto legge per introdurre l’obbligo della vaccinazione, come ha anche ricordato sapientemente Cesare Mirabelli al Messaggero di recente.

Il riferimento è alla situazione sanitaria del 2017, anno in cui si era registrata una preoccupante diffusione di un’epidemia di morbillo (4.885 casi con 4 decessi).

La Corte ha approvato l’utilizzo della decretazione d’urgenza, in quanto, «A fronte di una copertura vaccinale insoddisfacente nel presente e incline alle criticità nel futuro, questa Corte ritiene che rientri nella discrezionalità –e nella responsabilità politica- degli organi di governo apprezzare la sopraggiunta urgenza di intervenire, alla luce dei nuovi dati e dei fenomeni epidemiologici frattanto emersi, anche in nome del principio di precauzione che deve presidiare un ambito così delicato per la salute di ogni cittadino come è quello della prevenzione». Secondo la Corte, in particolare, «la copertura vaccinale è strumento di prevenzione e richiede di essere messa in opera indipendentemente da una crisi epidemica in atto».

Circa le censure relative alla violazione degli articoli 117 co.3 e 4 Costituzione, la Consulta, dopo aver ricordato che la “tutela della salute” deve esser garantita in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, ha ritenuto che rientra nella potestà legislativa dello Stato l’introduzione dell’obbligatorietà per alcune vaccinazioni, in quanto «la profilassi per la prevenzione e la diffusione delle malattie infettive richiede necessariamente l’adozione di misure omogenee su tutto il territorio nazionale», con l’obiettivo della cd. immunità di gregge, «la quale richiede una copertura vaccinale a tappeto in una determinata comunità, al fine di eliminare la malattia e di proteggere coloro che, per specifiche condizioni di salute, non possono sottoporsi al trattamento preventivo». L’intervento statale a tutela della salute, dunque, si può tradurre in una serie di disposizioni volte, non solo a limitare o vietare alcuni trattamenti medici, ma anche ad imporne di altri, quando necessari.

Infine, la Corte ha ricordato come l’obbligo delle vaccinazioni non contrasta con l’articolo 32 Costituzione, ricordando che «la giurisprudenza di questa Corte in materia di vaccinazioni è salda nell’affermare che l’articolo 32 Costituzione postula il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto di libertà di cura) con il coesistente e reciproco diritto degli altri e con l’interesse della collettività».

La Consulta ha precisato, in particolar modo, che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’articolo32 Costituzione se: a) il trattamento è diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri; b) se si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e, pertanto, tollerabili; c) se, nell’ipotesi un danno ulteriore, sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità in favore del danneggiato (v. sentenze nn.258/1994 e 307/1990).

Per assicurare una prevenzione efficace delle malattie infettive, si può ricorrere talora alla raccomandazione, talora all’obbligo, anche con misure sanzionatorie. «Questa discrezionalità deve essere esercitata alla luce delle diverse condizioni sanitarie ed epidemiologiche, accertate dalle autorità preposte» (Cfr. Corte Costituzione, sentenza n.268/2017) e delle acquisizioni «sempre in evoluzione, della ricerca medica, che debba guidare il legislatore nell’esercizio delle sue scelte in materia» (Cfr. Corte Costituzione, sentenza n.282/2002).

 

5. Conclusioni

Se appena quattro anni fa preoccupava il dilagare del morbillo con “soli” 4.885 casi e 4 decessi, tanto da giustificare posizioni impositive sui vaccini, nessun dubbio può sorgere nella situazione pandemica attuale, dal momento in cui è disponibile un vaccino approvato dalle autorità mediche e scientifiche competenti in materia.

Ora serve solo una chiara e precisa scelta politica, che non lasci spazio al continuo dilemma obbligo/persuasione.

Una cosa è certa: se entro qualche mese non dovesse essere raggiunta la copertura attesa o se, all’interno di alcune categorie particolarmente “sensibili”, quale il personale sanitario -ma anche il pubblico impiego nel suo insieme, partendo dagli insegnanti-, e se in esso ci dovessero essere un significativo numero di rifiuti, allora, anche dal punto di vista della legittimità costituzionale, non ci sarebbe alcun dubbio sulla strada da percorrere.