I DPCM alla prova dei Tribunali: la lesione del diritto di difesa

Parigi
Ph. Simona Balestra / Parigi

Abstract:

Esattamente un anno fa, in pieno lockdown, un 24enne veniva fermato dalle Forze dell’Ordine per aver mentito, scrivendo nell’autocertificazione che stava tornando da lavoro, ma quel giorno non era di turno. Finito a processo con l’accusa di falso, l’imputato è stato assolto perché «l’obbligo di dire la verità non è previsto da alcuna norma di legge» e, anche se ci fosse, sarebbe «in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo», previsto dalla Costituzione. Una decisione che fa sponda con quella del GIP di Reggio Emilia sull’illegittimità dei DPCM e la contestuale violazione di numerosi principi costituzionali, previsti a garanzia del singolo.

 

Indice:

1. Il caso di specie e la sentenza del GIP di Milano

2. Il diritto di difesa e il principio del Nemo tenetur se detegere

3. Conclusioni

 

1. Il caso di specie e la sentenza del GIP di Milano

A pochi giorni dalla sentenza del GIP di Reggio Emilia, in materia di falso in autodichiarazione e illegittimità dei DPCM, un’altra pronuncia di merito accende nuovamente il dibattito sul tema delle dichiarazioni mendaci contenute nelle autocertificazioni richieste al fine di giustificare i propri spostamenti.

A riconoscere l’insussistenza della contestata ipotesi di cui agli articoli 483 Codice Penale e 76 D.P.R. n. 445/2000 è stato, questa volta, il GIP di Milano, chiamato a pronunciarsi in sede di giudizio abbreviato condizionato, richiesto da un 24enne, imputato per aver dichiarato il falso nel corso di un controllo sul rispetto delle misure limitative degli spostamenti individuali in vigore nel marzo dello scorso anno.

Il GIP (Dott.ssa Del Corvo) ha assolto l’imputato perché il fatto non sussiste.

All’imputato veniva contestato, nello specifico, la violazione dell’articolo 483 Codice Penale, in relazione all’articolo 76 del D.P.R. n.445/00, perché – come si legge nell’imputazione – «fermato durante un controllo dei passeggeri in transito nella Stazione di Milano Cardona effettuato dagli agenti della POLFER, affermava falsamente un fatto del quale l’atto era destinato a provare la verità. Segnatamente in sede di autodichiarazione dichiarava di lavorare presso il (…) di (…) in Milano e di far rientro presso il proprio domicilio, circostanza non rispondente al vero».

La norma penale che gli veniva contestata così recita: «1. Chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, è punito con la reclusione fino a due anni. 2. Se si tratta di false attestazioni in atti dello stato civile, la reclusione non può essere inferiore a tre mesi».

Il legislatore, con tale precetto, ha ritenuto opportuno estendere ai privati la punibilità di quelle condotte che compromettono la fiducia dei consociati nei riguardi degli atti pubblici, specificatamente in ordine alla garanzia di veridicità. Ma con alcune limitazioni (e precisazioni).

L’articolo 483 Codice Penale, come si legge nella sentenza, «incrimina esclusivamente il privato che attesti al pubblico ufficiale “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità”; (…) escluso che la norma in esame preveda un generale obbligo di veridicità nelle attestazioni che il privato renda al pubblico ufficiale, la destinazione “alla prova” è stata individuata nella specifica rilevanza giuridica che abbia la documentazione pubblica dell’attestazione del privato. Per pacifica giurisprudenza di legittimità, le false dichiarazioni del privato integrano infatti il delitto di falso in atto pubblico quando sono destinate a provare la verità dei fatti cui si riferiscono nonché ad essere trasfuse in un atto pubblico: secondo la Corte, in altri termini, il delitto previsto dall’art.483 c.p. sussiste solo qualora l’atto pubblico, nel quale la dichiarazione del privato è stata trasfusa, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati, e cioè quando una norma giuridica obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti all’atto-documento nel quale la sua dichiarazione è stata inserita dal pubblico ufficiale».

Si tratta, certamente, di una norma penale in bianco, il cui significato deve essere integrato mediante il ricorso ad altre fonti normative.

Ne deriva che, «in tutti i casi quale quello in esame - nel quale l’autodichiarazione in ipotesi infedele è resa dal privato all’atto di un controllo casuale su rispetto della normativa emergenziale - appare difficile stabilire quale sia l’atto del pubblico ufficiale nel quale la dichiarazione infedele sia destinata a confluire con tutte le necessarie e previste conseguenze di legge. Da un lato, infatti, il controllo successivo sulla veridicità di quanto dichiarato dai privati è solo eventuale e non necessario da parte della pubblica amministrazione: pertanto, quanto dichiarato dal singolo all’atto della sottoscrizione dell’autodichiarazione potrebbe di fatto restare privo di qualunque conseguenza giuridica».

Il Giudice, così, arriva al cuore del discorso, sostenendo che «appare evidente come non sussista alcun obbligo giuridico, per il privato che si trovi sottoposto a controllo nelle circostanze indicate, di “dire la verità” sui fatti oggetto dell’auto-dichiarazione sottoscritta, proprio perché non è rinvenibile nel sistema una norma giuridica che ricolleghi specifici effetti ad uno specifico atto-documento nel quale la dichiarazione falsa del privato sia in ipotesi inserita dal pubblico ufficiale».

Opinando diversamente, si dovrebbe concludere ritenendo che il privato sia obbligato a dire il vero sui fatti oggetto dell’auto dichiarazione, resa pur sapendo che ciò potrebbe comportare la sua sottoposizione alle indagini preliminari per «la commissione di una condotta avente rilevanza penale o, ancora, il suo assoggettamento a sanzioni amministrative pecuniarie anch’esse parimenti afflittive e punitive. Un simile obbligo di riferire la verità non è previsto da alcuna norma di legge e una sua ipotetica configurazione si porrebbe in palese contrasto con il diritto di difesa del singolo (art.24 Cost.) e con il principio nemo tenetur se detegere» in quanto il privato, scegliendo legittimamente di mentire per non incorrere in sanzioni penali o amministrative, verrebbe comunque assoggettato a sanzione penale per le false dichiarazioni lese.

 

2. Il diritto di difesa e il principio del Nemo tenetur se detegere

Da oltre duemila anni cuique defensio tribuenda, “a tutti deve essere concesso il diritto di difendersi”.

L’articolo 24 della Costituzione pone i principi fondamentali della tutela giurisdizionale, sancendo che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, che la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento, che a tutti sono forniti i mezzi per potersi difendere e, da ultimo, una riserva di legge al fine di disciplinare la riparazione degli errori giudiziari.

Il diritto alla difesa è inviolabile ed universale, costituendo il fulcro di ogni sistema democratico. Non è possibile limitarlo o eliderlo in alcun modo, nemmeno mediante procedimenti di revisione costituzionale.

Il diritto di difesa in ambito penale, come detto, può manifestarsi in molteplici modi.

Esso, ad esempio, può essere esercitato durante l’interrogatorio dell’indagato, prima del quale questi deve essere sempre avvertito che: a) le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti; b) salvo quanto disposto dall’articolo 66, comma 1, Codice Penale, ha facoltà di non rispondere ad alcuna domanda, ma comunque il procedimento seguirà il suo corso; c) se renderà dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l’ufficio di testimone, salve le incompatibilità previste dall’articolo 197 Codice Penale e le garanzie di cui all’articolo197-bis Codice Penale.

In generale, il diritto di difesa si articola nel diritto di tacere; nel diritto a che il fatto addebitatogli gli venga contestato; nel diritto di nominare uno o due difensori o, in mancanza, di essere assistito da un difensore di ufficio; nel diritto di conferire con il proprio avvocato in ogni stato e grado del procedimento; nel diritto alla prova; nel diritto alla garanzia dei mezzi per agire e difendersi per i non abbienti; nel rispetto del principio del contraddittorio nella formazione della prova.

Il nemo tenetur se detegere, il quale esprime il principio di diritto processuale penale in forza del quale nessuno può essere obbligato ad affermare la propria responsabilità penale (auto-incriminazione), trova riconoscimento nell’ordinamento di numerosi Stati, a partire dal V Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America, laddove si afferma che nessuno «può essere obbligato in qualsiasi causa penale a deporre contro sé medesimo».

Gli ordinamenti giuridici, nel bilanciamento degli interessi in gioco, accordano preferenza alla libertà personale piuttosto che all’interesse alla repressione dei reati. Se tutti i soggetti del procedimento penale fossero obbligati a collaborare incondizionatamente con la Giustizia fino al punto di incriminare sé stessi, verrebbe meno la libertà morale dell’imputato, che ha diritto di scegliere se e come difendersi anche quando colpevole: in Italia ciò fu riconosciuto dalla Legge n.932/1969, in base alla quale l’interrogatorio non fu più considerato «narrazione obbligatoria e a titolo di verità cui è costretto l’indagato-imputato», ma concepito essenzialmente come strumento per l’esplicazione del diritto di difesa ex articolo 24 Cost.

Certo, tale diritto non può considerarsi assoluto, ma incontra dei limiti giacché, nel momento in cui le dichiarazioni mendaci sono dirette verso terzi, possono essere definite “calunniose” e, quindi, generare un’azione penale per la violazione dell’articolo 368 Codice Penale contro chi le ha pronunciate. L’imputato, quindi, a fronte delle accuse a lui mosse, compie delle scelte: a) rispondere o non rispondere; b) rispondere parzialmente; c) rispondere dicendo la verità; d) rispondere mentendo senza coinvolgere gli altri; e) rispondere mentendo coinvolgendo altri soggetti.

Diversi sono gli istituti finalizzati a garantire i diritti dei soggetti coinvolti nel procedimento penale. Fra questi, si ricorda in particolare il privilegio contro l’autoincriminazione, che viene riconosciuto all’indagato e all’imputato: essi non sono tenuti a rispondere alle domande che vengono loro poste, e possono perfino mentire. Non possono commettere, in tal modo, i reati di falsa testimonianza, false informazioni al Pubblico ministero e favoreggiamento.

Questo, in sintesi, dovrebbe essere lo stato della questione analizzando le norme del nostro Codice di Procedura Penale. Perché nel nostro sistema giuridico (diversamente da quello che avviene in ancora altri ordinamenti) l’imputato non ha un dovere di testimonianza che lo sottoporrebbe a precisi obblighi, ma ha soltanto delle facoltà: di fare dichiarazioni spontanee, di rispondere o di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Il privilegio contro l’autoincriminazione, inoltre, è riconosciuto altresì ai testimoni, i quali possono opporlo qualora dalle risposte alle domande loro poste potrebbe emergere una propria responsabilità penale.

 

3. Conclusioni

Non è la prima sentenza che va in questa direzione: già a Gennaio, il Tribunale di Reggio Emilia aveva prosciolto due imputati, disapplicando il DPCM dell’8 Marzo 2020, ritenuto illegittimo per violazione dall’articolo 13 Costituzione. La sentenza è diventata definitiva lo scorso 13 Marzo, in quanto il Pubblico Ministero non ha appellato la sentenza e, una pronuncia che sembrava destinata a fare scalpore, è diventata definitivaSecondo il ragionamento del Giudice emiliano, non si può imporre un obbligo di permanenza domiciliare che, «nel nostro ordinamento giuridico, consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio». Nell’assoluta violazione del diritto di difesa, per di più.

I DPCM, quindi, non solo hanno disposto un’illegittima limitazione della libertà personale, ma hanno anche leso il diritto difesa.

Le autodichiarazioni richieste in tempo di pandemia, quindi, non sono altro che mere scritture private, finalizzate ad adempiere a quell’onere di dimostrare la sussistenza delle situazioni che consentono la possibilità di spostamento, che incombe sul soggetto sottoposto al controllo.

Ma resta il fatto che, messi fuori gioco i delitti di falso, la tutela penale delle misure di contenimento della pandemia si regge, oggi, su un reato bagatellare. L’articolo 650 Codice Penale prevede la pena dell’arresto fino a tre mesi, alternativa alla pena dell’ammenda fino €206: si tratta di una contravvenzione per la quale è possibile definire la vicenda penale con l’oblazione (o senza opporsi a un decreto penale di condanna), pagando pochi Euro.

Vi è da domandarsi se sia ragionevole fare affidamento sul “vecchio” articolo 650 Codice Penale (i cui livelli sanzionatori sono ormai considerati obsoleti, anche a prescindere dalla vicenda Covid-19) o se, invece, non sia più opportuno introdurre una figura di reato ad hoc, nella forma del delitto. L’introduzione di una nuova (e apposita) fattispecie di reato – nella situazione attuale – sembrerebbe essere l’unica strada giuridicamente praticabile, essendo questo il classico esempio di legge penale eccezionale (o temporanea), della quale ben potrebbe avere i caratteri, anche agli effetti dell’articolo 2 Codice Penale.