La Pubblica Amministrazione alla prova del Recovery Fund

Polinesia
Ph. Simona Balestra / Polinesia

Abstract:

L’approvazione del Recovery Fund ha portato ad una valutazione delle riforme necessarie per l’Italia: la Pubblica Amministrazione è certamente uno dei settori strategici per l’attuazione del piano, al fine di gestire in modo più efficiente i fondi europei. I modelli da seguire per una riforma dell’Amministrazione sono numerosi, così come non mancano le nuove proposte tendenti ad un restyling dei suoi processi. E con le riforme delle P.A. nazionali, l’Unione Europea può ambire alla leadership tecnologica mondiale.

 

Indice:

1. L’Italia sotto la lente di Bruxelles

2. La riforma della P.A.: tra istituzionalismo e public management

3. Gli obiettivi della riforma

4. Conclusioni

 

1. L’Italia sotto la lente di Bruxelles

L’Europa ha fatto la sua parte, ora tocca all’Italia. È noto che, tra le raccomandazioni più frequenti della Commissione Europea al nostro Paese, ci sia quella di rendere la Pubblica Amministrazione più efficiente e più efficace.

La proposta di riforma della P.A. è stata rilanciata anche la scorsa primavera, subito dopo la “prima ondata” del Covid-19, e sarà sicuramente uno dei principali punti di dibattito in merito alle riforme da redigere e da presentare all’Unione Europea per aver accesso al Recovery and Resilence Fund. In una situazione sanitaria, economica e sociale complicata come quella attuale, il cui prolungarsi rischia di generare un’insofferenza sempre più crescente nell’opinione pubblica, i Fondi comunitari straordinari offrono un’occasione imperdibile di sviluppo.

È noto che da lustri – ormai –, l’Italia non spende gran parte dei fondi assegnati dall’Unione e, in Europa, si è diffusa l’opinione (a torto o a ragione) che ciò dipende dalle carenze della nostra Pubblica Amministrazione. Ma, in questo caso, si tratta di risorse che per la prima volta derivano da un indebitamento comunitario notevole – di ben 750 miliardi – motivo per cui la Commissione, quasi certamente, applicherà procedure inattaccabili in grado di prevalere sul quadro normativo nazionale.

Il Commissario all’Economia Gentiloni ha sostenuto che l’Italia ha bisogno di dotarsi di nuove procedure straordinarie, con leggi capaci di accelerare gli investimenti, creando vere e proprie “corsie preferenziali” per superare gli ostacoli burocratici. Le preoccupazioni dell’ex Presidente del Consiglio nascono dal timore (fondato) che si basa sulla difficoltà – tutta italiana – di assorbire le risorse straordinarie dell’Unione (l’Italia è penultima nell’utilizzo dei fondi straordinari).

Inoltre, sotto l’occhio vigile di Bruxelles, non ci sarà solo la qualità del Piano, ma anche la capacità di attuazione dello stesso. Non va dimenticato, infatti, che se non vengono raggiunti nei tempi concordati gli obiettivi previsti dal Piano, le erogazioni semestrali successive saranno a rischio.

 

2. La riforma della P.A.: tra istituzionalismo e public management.

All’Italia non mancano esempi di riforma della Pubblica Amministrazione. Le due riforme principali sono quelle che portano il nome dei ministri proponenti: Massimo Saverio Giannini e Sabino Cassese.

Secondo l’autorevole opinione del Prof. Cassese, il nostro ordinamento già dispone di un apparato strutturato di strumenti normativi per reprimere gli illeciti nella P.A.: le norme antiriciclaggio, i sistemi di tracciabilità dei flussi finanziari, i controlli antimafia, i vari obblighi di trasparenza, le misure di anticorruzione, il ruolo dell’A.N.A.C. e così diversi altri. Il problema, quindi, non consisterebbe nell’attuazione, bensì nell’individuazione delle strutture statali deputate a seguire questa difficile sfida (come sostenuto in “Amministrazione pubblica e progresso”), in quanto «Lo Stato e la sua amministrazione sono stati per un lungo tratto una forza trainante del progresso, l’hanno reso possibile provvedendo sia alla sua infrastrutturazione giuridica, sia alla sua promozione e regia».

Un grande esperto di public management, Massimo Balducci, ha pubblicato un breve saggio in cui argomenta, in modo ancor più convincente, che «le leggende metropolitane sui dipendenti pubblici parlano di persone poco inclini a lavorare duramente, ma spesso la loro attività risulta più importante di quella privata e, soprattutto, meno remunerata». La P.A., conclude Balducci, «necessita di un restyling dei suoi processi, che vada a migliorare diverse aree: dalla scelta dei dirigenti alle loro funzioni, dagli incentivi economici a quelli “psicologici”, dalla selezione del nuovo personale ai percorsi di affiancamento e formazione on the job».

Il restyling dovrebbe essere il tema conduttore del programma da presentare alla Commissione U.E., basato non su cataloghi di diritti e doveri dei dirigenti, sulle funzioni o sulle missioni, ma sui processi e come snellirli.

Deve essere articolato in un programma, con scadenze precise in modo da poter essere oggetto di monitoraggio e controllo anche al fine dell’erogazione dei fondi, che verranno sbloccati e resi disponibili all’Italia in tranches.

La School of Government della LUISS Guido Carli ha osservato che «la strada stretta che suggeriamo si muove tra due bisogni primari: proteggere le risorse da eventuali illeciti accaparramenti e liberare le procedure amministrative da pastoie burocratiche che impedirebbero anche l’impiego lecito dei fondi».

Una Pubblica Amministrazione che non deve aver paura di far scelte e assumersi responsabilità, inoltre, va rafforzata con un progressivo ricorso alla trasparenza e al digitale.

 

3. Gli obiettivi della riforma

Con il Next Generation EU, l’Unione Europea ha preso una strada decisamente diversa rispetto al passato, associando alla scelta concorrenziale (che, ovviamente, rimane la sua stella polare) una politica industriale che, nel passato, aveva sempre tenuto a distanza, concentrandosi su green e digitale (ben il 57% dei fondi). L’idea di fondo, infatti, è che per la competizione globale conta sempre più la leadership tecnologica e l’innovazione. E per raggiungere tale scopo, l’Unione ha bisogno dell’ausilio necessario di tutti gli Stati membri e, quindi, anche delle loro Amministrazioni.

La constatazione da cui si muove è che tutti gli indicatori al riguardo –come sottolinea il Prof. Paganetto- dicano che l’U.E. è in una situazione di forte svantaggio, non solo rispetto a USA e Cina, ma anche dell’ASEAN, in particolare dopo la firma del RCEP (il nuovo spazio commerciale Asia-Pacifico), Semplificando di gran lunga il ragionamento, il “grimaldello” per velocizzare l’impiego delle risorse è la rimozione degli ostacoli all’attività d’impresa. Ma fa sempre parte di quella riforma della P.A. auspicata da più parti.

Inoltre, una maggior trasparenze e digitalizzazione, nell’ambito interno, consentirebbe di attribuire al cittadino il potere effettivo di controllare le procedure che lo riguardano e, solo così, l’Amministrazione potrebbe esser dotata del potere di poter dimostrare che il suo operato, nonché la sua collaborazione con soggetti privati, sono finalizzati al buon esito di un procedimento e non ad altri obiettivi meno commendevoli. Se è vero che dagli anni ’90 la P.A. si è “aperta” ai privati, è pur sempre vero che su questa collaborazione continua a veleggiare un “velo di mistero”, di continuo sospetto, come se in ogni occasione il Pubblico Ufficiale possa – di per sé – favorire gli illeciti.

Grazie alla trasparenza e alla digitalizzazione è possibile far sentire questa “collaborazione” come sana. In altri termini, alla digitalizzazione della P.A. può esser affiancata una cultura preventiva alla legalità e che rassicuri il pubblico dipendente che fa il proprio lavoro.

 

4. Pubblica amministrazione: conclusioni

Divide, quindi, le proposte di riforma tra quelle con un effetto a breve termine (incentivi per una P.A. che sappia decidere, digitalizzazione, automatismi nella distribuzione delle risorse) e le proposte con effetti nel medio-lungo periodo (piano di formazione straordinaria dell’alta dirigenza, nuove logiche nelle procedure di assunzioni dei quadri medi e bassi, ruolo rafforzato delle Università e dei Centri di Alta Formazione). Una Pubblica Amministrazione che intraprendesse questa strada quasi certamente riuscirebbe a cogliere le sfide della ripresa economica. E se le singole Amministrazioni statali funzionano, la prima che ne trarrà beneficio sarà proprio l’Unione Europea.

Nella storia recente, non mancano esempi di finanziamento internazionali collegati a riforme delle Pubbliche Amministrazioni statali, in particolare – dopo la caduta del Muro di Berlino – la B.E.R.S. (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) nonché la Banca Mondiale, hanno finanziato progetti di riforma della P.A. degli Stati dell’Europa orientale e centrale, che aspiravano a far parte dell’U.E.

Chi sta redigendo il Programma da presentare alla Commissione Europea farebbe bene a dare uno sguardo all’ampia documentazione disponibile. Vedrà che gli Stati che non sono stati ammessi, o che sono stati ammessi in extremis, sono quelli le cui riforme delle rispettive Amministrazioni sono state più carenti. Esempi da non seguire, ovviamente.