Lorenzo il Magnifico e l’eterno ritorno

Lorenzo il Magnifico
Lorenzo il Magnifico

Abstract

L’8 Aprile ricorre l’anniversario della morte di Lorenzo de’ Medici, signore di Firenze dal 1469 al 1492. Una breve analisi, senza presunzione di completezza, che parte dagli usi commerciali del Banco Mediceo e arriva alle riforme istituzionali di Firenze, passando dalla legittimazione “dal basso” e dal principio di effettività: l’eterno ritorno di alcuni principi di diritto e di intramontabili lezioni di governo e politica.

 

Indice:

1. L’autonomia comunale e la nascita del Diritto Commerciale

1.1 Casata, Chiesa, Comune e Corporazione

2. La nascita della Signoria: l’ascesa dei Medici

3. L’evento rivoluzionario: la Congiura dei Pazzi

4. Il nuovo ordinamento istituzionale

5. Conclusioni

 

1. L’autonomia comunale e la nascita del Diritto Commerciale

L’ordinamento comunale, nel XII secolo, ha ormai assestato il suo funzionamento e la sua dimensione, ma ha dovuto superare l’opposizione imperiale, a volte estremamente violenta.

All’interno delle città, l’ordinamento comunale diviene territoriale e si impone su chiunque non abbia inizialmente aderito ad esso (signori feudali, ecclesiastici, gruppi familiari). Nonostante i numerosi momenti di tensione, le istituzioni comunali sono sempre riuscite a porsi – in definitiva – come l’unico organo di governo che controlla, di fatto, il territorio cittadino.

Subentrato in modo (più o meno) rivoluzionario ai precedenti signori feudali, esso tende a giustificare la sua esistenza rifacendosi al particolarismo ed ai privilegi locali affermatisi consuetudinariamente nell’ambito – e sulle spoglie – di un potere imperiale ormai alquanto evanescente, ma nel rispetto formale di quest’ultimo: la sua libertas, realizzatasi per usi e privilegi (a volte anche imperiali) non è indipendenza dall’Impero – sul piano formale – bensì nella sola autonomia, anche se molto ampia.

In questo scenario, il fenomeno associativo è frequente, data la debolezza del singolo rispetto all’ambiente circostante: egli trova un primo punto di riferimento e di aggregazione nella famiglia, ma pure tra chi lo affianca nella vita religiosa, nella città, nella vita quotidiana.

 

1.1 Casata, Chiesa, Comune e Corporazione

Anche a Firenze le diverse “Arti” sono venute a coordinarsi tra loro, creando una specie di vertice del mondo commerciale, a difesa degli interessi particolari dei mercanti (per la politica annonaria, daziaria o economica comunale, l’espansione dei mercati, l’amministrazione della giustizia fra mercanti di corporazioni diverse ecc.) solitamente soprannominata Mercanzia, retta da un Collegio di Anziani delle diverse Corporazioni.

Da un punto di vista giuridico, il motivo di interesse è dato dagli istituti giuridici emersi nei rapporti tra mercanti: il sistema del privilegio ha favorito la formazione di regole proprie della contrattazione, che hanno dato vita a quello che oggi chiamiamo Diritto Commerciale.

Queste norme erano usate da e tra mercanti: per secoli hanno costituito il loro diritto particolare. Solo all’inizio del XIX secolo, però, sono state estese a tutti e regolano oggi importantissimi settori della vita economica mondiale.

Non è possibile (né necessario) soffermarsi sui singoli istituti, né seguirne la storia. Si deve ricordare, però, che la banca e i contratti bancari, la cambiale e l’assegno, la società (in nome collettivo, in accomandita, per quote), l’associazione in partecipazione, l’agenzia, l’assicurazione, il trasporto e il fallimento nascono e si sviluppano in questo frangente storico.

La capacità tecnica dei notai medioevali di redigere Contratti di Mutuo o di Assicurazione mascherati per non incorrere nel “reato” d’usura ha incontrato la piena fiducia dei mercanti dell’epoca, così come le costruzioni teoriche elaborate dai giuristi per “aggirare” la tipicità contrattuale romana ed offrire alle nuove esigenze commerciali un “nuovo diritto”, di cui la pratica commerciale europea si è non solo giovata, ma pur fidata, con rispetto per secoli.

Il fondatore ufficiale del Diritto Commerciale è considerato il giurista Benvenuto Stracca, che nel 1553 pubblicò il De mercatura seu mercatore tractatus, con il quale per la prima volta tale branca del diritto venne considerata come un complesso di norme distinte sia dal Diritto Civile sia da quello Canonico. Ma la pratica arriva prima del diritto, e i Medici (con gli usi del Banco Mediceo) contribuirono alla creazione, e allo sviluppo, di strumenti giuridico-commerciali ancor’oggi presenti nell’ordinamento nazionale.

Tra le Arti, però, non sempre vigeva la pace, ma – a loro volta – esse si sono venute organizzando al proprio interno anche militarmente per difendere con la forza i loro interessi primari (più o meno) minacciati.

Tale impostazione ha portato entro il Comune un complesso paramiliare spesso comandato da un Comandante del Popolo (o “delle arti”) che, nelle lotte cittadine, ha fatto sentire – anche vigorosamente – il suo peso ed ha imposto rilevanti riforme istituzionali, portando il “popolo” al potere.

In alcune città, questa contrapposizione tra le nuove istituzioni popolari e quelle del vecchio Comune, è stata risolta con compromessi che hanno affiancato i nuovi organi a quelli comunali classici e portato una certa coesistenza di centri di potere (es. Vercelli). In altre, invece, si è avuta la prevalenza “popolare” e si è giunti al Governo del popolo, come a Bologna e a Firenze.

Senza dimenticare, però, che la denominazione “Governo del popolo” può esser fuorviante: il “comune del popolo” governa per conto ed a favore delle Arti.

 

2. La nascita della Signoria: l’ascesa dei Medici

Nella crisi dei due soli danteschi (Chiesa ed Impero), la lotta tra le fazioni cittadine conduce il Comune alla Signoria: ed è proprio in questo contesto storico-politico (e giuridico) che si afferma la Famiglia Medici nella città di Firenze.

Le modalità giuridiche e di fatto, per la costituzione di una Signoria, variavano, ma portavano tutte allo stesso risultato:

1) a conclusione di determinate vicende politiche o militari, la volontà del Signore si afferma come quella rilevante nella vita del Comune. Spesso (sul piano formale) restano – con modifiche – gli  organi comunali precedenti, ma composti in modo tale da essere proni o condizionati dalle decisioni del Signore (o dei suoi delegati).

In diversi casi, una fazione – per prevalere sull’altra – è indotta ad allearsi ad un potente signore feudale della zona, che così è facilitato a prendere il sopravvento in città in modo violento o anche per dedizione comunale grazie alla momentanea prevalente del “partito” a lui collegato. In seguito, il Signore e il suo casato, si consolidano nel Comune e vi agiscono i base al solo potere acquisito, più o meno connesso con la fazione che a suo tempo li ha chiamati in città.

Alla base del potere del Signore sta, allora, l’atto di dedizione spontanea del Comune, considerato vincolante – per secoli – nelle singole condizioni espresse tra il Signore e il Comune. È il caso, ad esempio, dei Savoia su Ivrea; 

2) in altri casi, un capo-fazione cittadino riesce a far prevalere la sua fazione sulle altre e sull’onda di tale successo si fa acclamare da un’assemblea popolare come “Signore” della città.

In tal caso è dall’attestazione dell’Assemblea che il Signore, eletto per un certo periodo di tempo (1, 5, 10 anni, a vita o, infine, senza limite temporale anche per i successori) con varia denominazione (dominus, potestas, capitaneus) trarrà la propria legittimazione. È il caso dei Visconti a Milano;

3) infine, come a Firenze, durante il Governo delle Arti, i contrasti cittadini fanno aspirare ad un periodo futuro di tranquillità, del quale sembra potersi presentare come garante una personalità benvista delle Corporazioni ma, nello stesso tempo, non osteggiata dalle altre componenti della vita cittadina: essa viene chiamata a capo del Comune (con vari titoli, secondo i casi) e vi si conserva al potere, riuscendo ad “addomesticare” alle sue scelte politiche i precedenti organi comunali, più o modificati nel frattempo.

E la scelta ricadde proprio sui Medici, proprietari del Banco Mediceo che, dal 1397, garantiva il benessere e la prosperità cittadina, nonché gli unici in città a detenere importanti rapporti con l’estero: erano anche i banchieri del Papa e del Re d’Inghilterra (“strappato” ai Bardi e ai Peruzzi).

Inoltre, l’avvento della Signoria, solo in certi casi ha modificato radicalmente la struttura comunale: il Signore, generalmente, ha preferito non segnare troppo il cambiamento sul piano formale, conservando gli organi esistenti, ma epurandone i componenti a lui contrari. Così accadde anche a Firenze.

Nei confronti dei sudditi, il Signore legittima la sua posizione (in ogni caso) tramite la dedizione comunale, l’acclamazione popolare o la delega ad assumere le funzioni di dominus cittadino, in ciò rifacendosi (sul piano formale) ad una volontà popolare, pervenuta dal basso, che in certi casi nasconde – più o meno – un’imposizione con la forza.

Giuridicamente, non era detto che la Signoria di una casata potesse durare a lungo. Se però la Signoria durava, il momento più delicato si rivelava quello della successione. Il Signore poteva essere riuscito a protrarre nel tempo il suo potere, ma il vincolo personale poteva arrestarsi con lui. La Signoria stava facendo un passo importante per trasformarsi in Principato, con riconoscimento perpetuo ed ereditario per un certo casato a reggere il Comune e le terre dipendenti.

           

3. L’evento rivoluzionario: la Congiura dei Pazzi

Ma quando vengono meno i presupposti anzidetti, il potere del Signore viene messo in discussione.

La domenica di Pasqua del 1478, l’ignaro Cardinale Raffaele Riario invitò tutti alla messa in Duomo da lui officiata, come ringraziamento della festa organizzata il giorno prima in suo onore dalla famiglia Medici. Alla messa si recarono Lorenzo e Giuliano, nonché i congiurati, con l’eccezione di Montesecco, che si rifiutò di colpire a tradimento dentro un luogo consacrato. Vennero allora ingaggiati in fretta e furia due preti in sostituzione: Stefano da Bagnone e il vicario apostolico Antonio Maffei da Volterra.

Al momento solenne dell’elevazione, mentre tutti erano inginocchiati, si scatenò il vero e proprio agguato: il Bandini si avventò su Giuliano, colpendolo ripetutamente sulla schiena, poi corse verso Lorenzo, mentre Francesco de’ Pazzi infieriva con il pugnale sul corpo di Giuliano, in un lago di sangue. Lorenzo, accompagnato dall’inseparabile Angelo Poliziano e dai suoi scudieri Andrea e Lorenzo Cavalcanti, rimase ferito di striscio sulla spalla dagli inesperti preti che provarono a colpirlo, riuscendo poco dopo a entrare in sacrestia, dove chiuse le pesanti porte e si barricò. Bandini si avventò, ormai in ritardo, e sfogò la sua ira su Francesco Nori, che interpose il suo corpo tra l’omicida e Lorenzo, sacrificando la sua vita e dando la possibilità a Lorenzo di fuggire.

Giuliano morì, Lorenzo sopravisse. E con lui la sua furia vendicativa.

Ma Jacopo de’ Pazzi aveva completamente sbagliato la valutazione della risposta della popolazione fiorentina. Quando si presentò in Piazza della Signoria con un gruppo di compagni a cavallo gridando «Libertà!», invece di essere acclamato, venne assalito dalla folla in un incontenibile movimento popolare che dal Duomo a tutta la città si accaniva contro i congiurati.

Le truppe del Papa, anch’egli congiurato (forse, secondo altri, diede un semplice benestare), e delle altre città, che attendevano appostate attorno a Firenze, al suono delle campane sciolte si insospettirono e lo stesso Jacopo de’ Pazzi uscì dalla città portando la notizia del fallimento, per cui non fu sferrato nessun attacco.

Per i Pazzi e per i loro alleati l’epilogo fu tragico: poche ore dopo l’agguato, Francesco de’ Pazzi, rimasto ferito e rifugiatosi a casa sua, e l’Arcivescovo di Pisa Francesco Salviati penzolavano impiccati dalle finestre del Palazzo della Signoria.

Al grido di «Palle, palle!», ispirato al blasone dei Medici, i Palleschi scatenarono in città una vera e propria caccia all’uomo, feroce e fulminea. Jacopo e Renato de’ Pazzi (che non era coinvolto nella congiura) vennero impiccati e i loro corpi gettati nell’Arno, Bernardo Bandini riuscì a fuggire dalla città, arrivando a rifugiarsi a Costantinopoli, ma venne rintracciato e consegnato a Firenze per poi esser giustiziato, il 29 dicembre 1479, al Bargello alla presenza di Leonardo da Vinci.

Il Montesecco, sebbene non avesse preso parte all’agguato nella Cattedrale, venne arrestato e, messo sotto tortura, rivelò i particolari della macchinazione, compreso il coinvolgimento del Papa, che egli additò come il principale responsabile. Fu decapitato, conservando, al contrario degli altri responsabili della congiura, l’onore dato dalla morte come soldato e non come traditore. I due preti assassini vennero catturati pochi giorni dopo e linciati dalla folla: ormai tumefatti e senza orecchie, giunsero al patibolo in Piazza della Signoria e vennero impiccati.

Lorenzo non fece niente per mitigare la furia popolare, così fu vendicato senza che le sue mani si macchiassero di sangue. I Pazzi vennero tutti arrestati o esiliati e i loro beni confiscati. Alle condanne seguì la damnatio memoriae: si proibì che il loro nome comparisse sui documenti ufficiali e vennero cancellati dalla città tutti gli stemmi di famiglia, compresi quelli impressi su alcuni fiorini coniati dal loro banco, che furono riconiati.

Seppur fosse venuto meno uno dei due presupposti per la nascita e l’esistenza di una Signoria (la pax tra le famiglie dominanti in città), l’acclamazione popolare ebbe la meglio: l’unico vero dominus cittadino era (ancora) lui.

 

4. Il nuovo ordinamento istituzionale

La dottrina moderna insegna che il principio di effettività segna il limite entro il quale può dirsi che un dato ordinamento disciplina un gruppo sociale: se ad un certo momento (ad esempio, in seguito ad un’insurrezione/rivoluzione) l’organizzazione non è più in grado di funzionare, deve concludersi o che la collettività si è sciolta, o che alla sua vita presiede non più la precedente organizzazione, ma un nuovo sistema di regole.

Un ordinamento esiste ed è tale, quindi, in quanto esista un’autorità capace di attuarlo, di farne rispettare le regole: la legittimazione di quella autorità, e dunque anche dell’insieme di norme che essa esprime e realizza, nei sistemi democratici deriva dal consenso degli associati.

Lorenzo reagì con una serie di riforme (oggi diremo istituzionali), concentrando ulteriormente il potere nelle sue mani attraverso l’istituzione del Consiglio dei Settanta, organo di governo formato da membri filomedicei che doveva discutere sia di affari amministrativi, sia di guerra. Ciò comportò (di fatto) lo scemare dell’autorità dei Priori e del Gonfaloniere di Giustizia, i quali avevano compiti disparati e non permettevano una così rapida attività governativa in caso di necessità.

La vera forza di questo nuovo organo di potere consisteva nel fatto che la scelta dei membri non era soggetta a rotazione, un’eccezione assoluta all’interna del sistema democratico fiorentino. La creazione di un tale consesso, che apparentemente non inficiava la validità e funzionalità delle altre strutture repubblicane, quali il Consiglio dei Cento o lo stesso Gonfaloniere, doveva essere pro tempore, della durata di soli cinque anni per provvedere ai bisogni delle guerre in corso. Questa politica di accentramento continuò fino al 1490, allorché Lorenzo provvide a restringere ulteriormente il Consiglio da 70 a 17 membri, il cui Collegio era presieduto direttamente dal Magnifico e presiedeva, inoltre, le questioni economiche.

Lorenzo, inoltre, ha provveduto a instaurare dei legami parentali con alcune nobili famiglie fiorentine, dando in sposa la figlia maggiore Lucrezia a Jacopo Salviati il 10 Settembre 1486, famiglia cui appartenne quel Francesco Salviati che aveva attentato alla vita di Lorenzo pochi anni prima. La penultima figlia, Contessina, fu destinata a Piero Ridolfi, ma il matrimonio fu celebrato nel 1494 quando Lorenzo era ormai morto da due anni.

Platone, rifacendosi alla tripartizione psicologica dell’anima, affermava che la diversità tra gli individui e la loro differente destinazione sociale dipendono dalla preponderanza di una parte dell’anima sulle altre. Abbiamo così gli individui prevalentemente razionali (portati quindi alla sapienza e al governo), gli individui prevalentemente impulsivi (portati ad essere guerrieri) e gli individui prevalentemente soggetti al corpo e ai desideri (portati al lavoro manuale). Per Platone la divisione degli individui in classi non dipende da un fattore ereditario, ma da un fattore antropologico e psicologico (esemplificato nel “mito delle stirpi”, che rinviene le sue origini in epoca fenicia) e nella sua Città ideale gli uomini si distinguono tra loro non per diritti di nascita, ma per differenti attitudini naturali.

E Lorenzo il Magnifico aveva sia l’uno sia l’altro.

 

5. Conclusioni

Se l’espressione status rei publicae risale all’epoca romana per indicare l’organizzazione (o la costituzione) della res publica, e se il termine status è presente nell’epoca intermedia per designare la condizione giuridica di un determinato gruppo di persone (da cui l’espressione stati generali), solo nell’età rinascimentale la parola Stato è adoperata per indicare il gruppo politico a base territoriale, come risulta inequivocabilmente dal celebre passo con cui si apre il Principe di Machiavelli: «Tutti li stati, tutti e’ dominii; che hanno avuto et hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono o repubbliche o principati». È da questo periodo che il termine, nella sua moderna accezione, comincia ad entrare nell’uso non soltanto della lingua italiana, ma anche delle altre lingue.

L’8 Aprile 1492, all’età di 43 anni, dopo un lungo periodo di sofferenza a causa della sua malattia, Lorenzo de Medici, colui che fu chiamato il Magnifico dai suoi contemporanei e dalle generazioni future, morì nel suo letto circondato da un piccolo gruppo di familiari e amici.

La stella che aveva guidato il destino dell’Italia per oltre vent’anni svaniva in un momento molto delicato in cui le vecchie alleanze traballavano: rivelatrice delle radicali trasformazioni in atto, nei rapporti tra gli uomini e nel loro operare, vi è la concezione della politica e dello Stato che muove dalla meditazione di Machiavelli e Gucciardini e continuerà a svolgersi per tutto il secolo, in un dibattito continuo e rivelatore.

Lo sfondo di questa esperienza è la realtà politica dell’Italia cinquecentesca che, dopo il crollo degli Stati regionali e l’inizio di un lungo ciclo di guerre tra le grandi monarchie, si concluderà nel 1559 con la totale sottomissione della penisola all’egemonia spagnola.

La fragilità rivelata dalle istituzioni politiche italiane e la serie rovinosa di eventi che, in breve tempo, scardinò l’equilibrio faticosamente raggiunto dall’abile diplomazia di Lorenzo de’ Medici sono l’«occasione storica» su cui si esercita un pensiero sempre volto alla concretezza dell’impegno politico, capace di descrivere nel modo più disincantato la «natura degli uomini», i loro «comportamenti reali», le loro effettive motivazioni.

E se esiste l’«eterno ritorno» machiavellico, la vita e le gesta del Magnifico e della sua Famiglia, sono senz’altro le migliori “lenti” a disposizioni di uno storico, di un politico, o di un giurista, per poter leggere il passato e prevedere (e progettare) il futuro.