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Discriminazione - Corte di giustizia UE: non sussiste alcuna discriminazione se l’azienda vieta alla propria dipendente di indossare il velo

20 marzo 2017 -
Discriminazione - Corte di giustizia UE: non sussiste alcuna discriminazione se l’azienda vieta alla propria dipendente di indossare il velo

Il principio

La Corte di Giustizia europea ha stabilito che il divieto da parte del datore di lavoro di fare indossare alle proprie dipendenti il velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, non costituisce una “discriminazione diretta” fondata sulla religione o sulle convinzioni personali.

Il caso e le decisioni delle Corti belghe

Nel caso di specie, una dipendente di fede musulmana, assunta con contratto di lavoro a tempo indeterminato, veniva licenziata da un’azienda belga per avere indossato il velo islamico durante l’orario di lavoro, nonostante il divieto dell’impresa di indossare segni visibili delle proprie convinzioni politiche, filosofiche o religiose.

In seguito al rigetto del ricorso proposto dalla dipendente avverso il licenziamento dinanzi al Tribunale del lavoro di Anversa, la stessa aveva impugnato la decisione del Tribunale dinanzi alla Corte di Appello di lavoro di Anversa, anche questo respinto in quanto, secondo la Corte, il licenziamento non poteva essere considerato ingiustificato dato che il divieto di indossare sul luogo di lavoro segni visibili di convinzioni politiche, filosofiche o religiose non comportava una “discriminazione diretta”. Il licenziamento, precisava la Corte, non era avvenuto per la fede musulmana della dipendente, ma per il fatto che la stessa si ostinava a voler manifestare durante l’orario di lavoro le sue convinzioni religiose.

La dipendente, ferma sulle proprie convinzioni, in merito alla decisione presa dalla Corte di Appello di Anversa, aveva proposto ricorso per Cassazione, sostenendo che la Corte belga aveva travisato le nozioni di “discriminazione diretta” e di “discriminazione indiretta” ai sensi dell’articolo 2, paragrafo 2, della Direttiva UE 2000/78.



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