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231 - Cassazione Penale: onere probatorio difensivo differente in relazione alla qualità del soggetto agente

10 gennaio 2019 -
231 - Cassazione Penale: onere probatorio difensivo differente in relazione alla qualità del soggetto agente

Se il reato è commesso da soggetto apicale, dunque, la mancata adozione è di per sé sufficiente a ritenere integrata la responsabilità dell’ente in quanto viene a mancare in radice un sistema che sia in grado di costituire un oggettivo parametro di riferimento anche per chi è nella condizione di esprimere direttamente la volontà dell’ente. Se l’autore del reato-presupposto è un soggetto sottoposto all’altrui direzione e controllo e non è stato adottato un modello organizzativo, “la colpa di organizzazione risulta comunque sottesa ad un deficit di direzione o vigilanza”.

Pertanto, nel caso di mancata adozione di modelli di organizzazione, gestione e controllo, “i presupposti della responsabilità dell’ente, a seconda che si tratti o meno di soggetto apicale, differiscono solo alla condizione che sia concretamente attestato un assetto, ispirato da regole cautelari, destinato comunque ad assicurare quell’azione preventiva, in tal caso essendo necessario provare che il fatto sia stato propiziato dall’inosservanza nel caso concreto della necessaria azione di direzione o vigilanza”. La mancata previsione di detto sistema di controllo non può tradursi in una condizione di privilegio sotto il profilo probatorio, ma implica che gli obblighi di direzione e vigilanza siano rimasti inosservati, essendo da ciò derivata la commissione del reato da parte del soggetto non apicale.

In ragione delle considerazioni sopra esposte, i giudici di legittimità hanno ritenuto le censure difensive prive di fondamento.

La Corte ha, infatti, richiamato il principio secondo cui “l’immutazione del fatto di rilievo ai fini della eventuale applicabilità della norma dell’art. 521 c.p.p. è solo quella che modifica radicalmente la struttura della contestazione, in quanto sostituisce il fatto tipico, il nesso di causalità e l’elemento psicologico del reato, e, per conseguenza di essa, l’azione realizzata risulta completamente diversa da quella contestata, al punto da essere incompatibile con le difese apprestate dall’imputato per discolparsene. D’altro canto, il principio di correlazione tra contestazione e sentenza è funzionale alla salvaguardia del diritto di difesa dell’imputato; ne consegue che la violazione di tale principio è ravvisabile quando il fatto ritenuto nella decisione si trova, rispetto al fatto contestato, in rapporto di eterogeneità, ovvero quando il capo d’imputazione non contiene l’indicazione degli elementi costitutivi del reato ritenuto in sentenza, né consente di ricavarli in via induttiva”.

Pertanto, "la verifica dell’osservanza di detto principio non può esaurirsi in un mero confronto letterale tra imputazione e sentenza, occorrendo che ogni indagine in proposito venga condotta attraverso l’accertamento della possibilità per l’imputato di difendersi in relazione a tutte le circostanze del fatto”.

Richiamati tali fondamentali principi, i giudici della Suprema Corte hanno ritenuto che, nel caso in processo, pur essendosi giunti all’affermazione della responsabilità della società a seguito di una diversa qualificazione della posizione ricoperta dall’agente, a fronte dell’identità della condotta contestata e del reato-presupposto, la difesa avesse comunque avuto ampia facoltà di interloquire mediante testi e documenti, risultando dunque assicurato il contraddittorio in ordine al profilo della concreta qualificazione della responsabilità.

Per tali ragioni, la Corte di Cassazione ha ritenuto il ricorso infondato, con conseguente condanna della società ricorrente al pagamento delle spese processuali.

(Corte di Cassazione - Sezione Sesta Penale, Sentenza 6 dicembre 2018, n. 54640)

News pubblicata in: Diritto penale, Procedura penale


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