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Privacy - Cassazione Penale: è lecito riprendere la vicina sotto la doccia se la casa è priva di tende

21 gennaio 2019 -
Privacy - Cassazione Penale: è lecito riprendere la vicina sotto la doccia se la casa è priva di tende

La Cassazione, con una recentissima sentenza, si è pronunciata su una delicata vicenda, emettendo un verdetto alquanto inaspettato, con il quale la Suprema Corte ha ribaltato quanto espresso dalla Corte d’Appello di Milano, affermando che non commette il reato di interferenza illecita nella vita privata chi riprende la propria vicina nuda con un comune cellulare, senza, quindi, utilizzare alcun accorgimento (ossia speciali strumenti tecnologici, come ad esempio un teleobiettivo o zoom), se l’abitazione della persona offesa è priva di tende. Un verdetto, quello della Suprema Corte, che potrebbe mettere a rischio la tutela della privacy durante il “normale” svolgimento di atti della vita privata compiuti tra le mura domestiche.

 

Il caso sottoposto all’esame della Corte di Cassazione

Nel caso in esame, un uomo impugnava dinanzi la Corte d’Appello di Milano quanto deciso dal Tribunale di Busto Arsizio, che lo aveva condannato per aver compiuto, in più occasioni, atti sessuali nei confronti di una minore di dieci anni, per essersi procurato indebitamente, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva, più immagini di tre proprie dipendenti, mentre erano intente a cambiarsi l’abito all’interno dello spogliatoio di un esercizio commerciale, considerato dalla Corte territoriale luogo di privata dimora, e, infine, per essersi procurato indebitamente video e fotografie di una donna nuda e intenta ad uscire dalla doccia mentre si trovava all’interno dell’abitazione della madre.

La Corte territoriale ha ridotto la pena inflittagli dal Tribunale di Busto Arsizio a tre anni e due mesi di reclusione, condannandolo a risarcire anche i danni sopportati in proprio dai genitori della minore vittima del reato di violenza sessuale e quelli sopportati dalle proprie dipendenti riprese nello spogliatoio.

L’uomo, avverso la sentenza della Corte d’Appello, ha proposto ricorso per Cassazione, sulla base di tre motivazioni, di seguito riportate:

1) con il primo motivo l’imputato lamenta l’errata qualificazione come luogo di privata dimora del locale, trattandosi di un magazzino utilizzato saltuariamente come spogliatoio, al quale era consentito l’accesso a tutti i dipendenti dell’esercizio commerciale e al datore di lavoro;

2) con il secondo motivo il ricorrente contesta l’indebita realizzazione di filmati e fotografie nei confronti di una vicina di casa mentre si trovava nella doccia, non avendo la Corte territoriale considerato la circostanza che l’abitazione dell’imputato e quella della persona offesa erano adiacenti e che la vicina era consapevole che la propria abitazione era priva di tende e nonostante ciò si mostrava nuda e, pertanto, ritenendo insussistenti le lesioni alla riservatezza della persona fotografata;

3) con il terzo e ultimo motivo, l’imputato lamenta il mancato riconoscimento della riparazione del danno, nonostante il pagamento di una somma di denaro a favore dei genitori della vittima di reato anteriormente al giudizio di primo grado, senza esser stati compiuti accertamenti sull’entità del danno subito dalla minore.



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