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In Costume da Bagno (1911)

23 luglio 2018 -

In questa nuova rubrica pubblichiamo a intervalli regolari i post più interessanti scritti da Pasquale Tammaro sul blog massimedalpassato.it

A Milano questa notte ha grandinato fortissimo e ora c’è una pioggia misericordiosa. Però vi assicuro che siamo in piena estate. Ho le prove. Anzitutto è luglio, e questo di per sé dovrebbe sgomberare il campo da qualsiasi dubbio. Ma anche ove residuassero perplessità, ho documenti schiaccianti. Per esempio le camicie di questi giorni, che recano evidentissime le stimmate della bella stagione. Qui si suda da fermi, fa caldissimo e tutto è letteralmente insopportabile.

Ora io non è che adori proprio il mare, che per me è il regno del chaos, e non dico che me ne andrei in giro proprio in costume, ma forse – potessi – azzarderei una magliettina leggera abbinata a un comodo pantaloncino (a me piacciono quelli da pigiama). Ora se andassi in giro così, nessuno si scandalizzerebbe. Ma non sarebbe proprio l’agghindamento adatto per andare in quel forno a legnache è il Tribunale, quindi ci toccano camicie, cravatte e giacche – che se non altro hanno hanno il pregio separare il nostro corpo dalla vita esterna.

Ma a proposito di caldo, estate e costumi da bagno ho qui una storia che fa per voi, direttamente dai ruggentissimi anni ’10 del novecento.

Storia di pudore e di parti invereconde.

Gli appassionati di moda e non conosceranno bene l’evoluzione dei costumi da donna: dagli indefinibili abiti di flanella di epoca vittoriana allo scandaloso bikini, passando per varie stagioni di assottigliamento del tessuto che retrocedeva per far spazio a lembi di pelle sempre più visibili.

I costumi da uomo invece hanno avuto forse una transizione più agevole e netta, dalle mute a strisce alla marinara alle forme più moderne.

Forse che il pudore sia sempre stato tutto femminile? In realtà no. Vi dicevo appunto di questa storia.

Nell’estate del 1911 Savona gli amici Ettore Minetto (avvocato) e Marco Forni (ragioniere), insieme ad altri, lasciate le fatiche del lavoro e dopo una giornata in spiaggia si erano amabilmente recati in automobile in un caffè sul lungomare. Ivi giunti, gli altri avventori “ad una voce avevano gridato allo scandalo ed indignati avevano tosto reclamato l’intervento delle guardie“. Il motivo? Se ne erano andati bellamente in giro con la sola “maglia o costume da bagno“, il che comportava scandalo e oltraggio alla pubblica decenza.

Stiamo parlando proprio di quei costumi a tutto corpo, che lasciavano scoperte solo parte delle braccia e delle gambe, una specie di muta da sub, che però per quegli anni indossavano solo i più arditi, ma sempre e comunque in spiaggia, nel “luogo di bagno” e non certo nella pubblica via.

Invano i nostri amici provarono a difendersi, sostenendo – giustamente – che il loro abbigliamento non era scandaloso perché certo non lasciava intravedere alcuna “nudità invereconda“, e che non v’era differenza tra vestirsi in questo modo in spiaggia o per strada.

E ora ditemi quanta voglia avete di andare al mare?

 

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Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su www.massimedalpassato.it, un blog che si propone di recuperare la storia politica, sociale e civile (prima ancora che giuridica) del nostro paese attraverso le sentenze e gli scritti giuridici di tanti anni fa”.

Illustrazioni di Pakkinart.

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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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