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Donazione di cosa altrui. Evoluzione giurisprudenziale e recente presa di posizione delle Sezioni Unite

21 luglio 2016 -
Donazione di cosa altrui. Evoluzione giurisprudenziale e recente presa di posizione delle Sezioni Unite

Abstract

Il presente articolo affronta il tema della donazione di beni altrui e quello della donazione di una quota indivisa su di un bene facente parte di una più ampia massa comune, analizzando le posizioni emerse sul punto all’interno del dibattito giurisprudenziale.

La scelta della trattazione di questo tema trae origine dalla recente sentenza della Corte di Cassazione, 15 marzo 2016, n. 5068, la quale, pronunciandosi nella sua più autorevole composizione a Sezioni Unite, ha enunciato il seguente principio di diritto: «La donazione di un bene altrui, benché non espressamente vietata, deve ritenersi nulla per difetto di causa, a meno che nell’atto si affermi espressamente che il donante sia consapevole dell’attuale non appartenenza del bene al suo patrimonio. Ne consegue che la donazione, da parte del coerede, della quota di un bene indiviso compreso in una massa ereditaria è nulla, non potendosi, prima della divisione, ritenere che il singolo bene faccia parte del patrimonio del coerede donante».

 

Il problema

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate con la sentenza n.5068/16, depositata il 15 marzo 2016, su un problema che ha assunto particolare rilevanza all’interno del nostro ordinamento, ovvero se il divieto di donazione di beni futuri, di cui all’articolo 771 del codice civile, possa essere legittimamente esteso anche ai beni di cui il donante sia titolare in comunione ordinaria. In particolare, ci si chiedeva se i “beni non presenti del donante” comprendessero  solo i beni futuri, dunque non ancora esistenti in rerum natura, o anche quelli che, seppur venuti ad esistenza, non rientrassero nel patrimonio del donante al momento della donazione.

La questione posta all’esame delle Sezioni Unite traeva origine dalla donazione della quota di un bene ereditario indiviso, non facente ancora parte del patrimonio del donante al momento dell’atto dispositivo. Il Tribunale adito prima, la Corte di merito poi, avevano dichiarato la nullità della donazione ex articoli 769 e 771 codice civile. Presentato ricorso per Cassazione, i ricorrenti avevano, nello specifico, chiesto alla Suprema Corte di Cassazione se l’articolo 771 codice civile potesse essere legittimamente interpretato equiparando a tutti gli effetti la categoria dei "beni futuri" con quella dei "beni altrui".

La Seconda sezione, con ordinanza interlocutoria, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per l’assegnazione alle Sezioni Unite. Le Sezioni Unite, hanno analizzato la questione, esaminando i diversi orientamenti di legittimità che si sono susseguiti nel tempo.

La possibilità che un negozio abbia ad oggetto beni futuri assume rilevanza trasversale all’interno del nostro ordinamento, in considerazione del fatto che l’articolo 1346 del codice civile richiede solo che esso sia lecito, possibile, determinato o determinabile ma non anche che sia presente.

Nella vendita il legislatore differenzia la disciplina applicabile a secondo che il contratto abbia ad oggetto una cosa futura o una cosa altrui.

Nel primo caso l’acquisto della proprietà si verifica non appena la cosa viene ad esistenza. Si tratta, infatti, di un contratto valido ed efficace i cui effetti traslativi sono, però, differiti al momento in cui la cosa si materializza nella realtà concreta.

Nel caso di vendita di cosa altrui, invece, il compratore diventa proprietario nel momento in cui il venditore acquista la proprietà dal titolare di essa. In caso di inadempimento dell’obbligo traslativo, l’alienante sarà responsabile soltanto nel caso in cui non abbia fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità per far conseguire la proprietà del bene al compratore.



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