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Abuso del processo per accedere alla sanatoria delle liti pendenti: l’indirizzo della Cassazione

21 ottobre 2016 -

Di Antonino Russo

 

La Corte di Cassazione (con la sentenza n. 18445 del 21 settembre 2016) ha avuto, appena di recente, occasione per formulare una nuova pronuncia sul rapporto tra sanatorie per liti pendenti e abuso del processo ovvero sull’uso strumentale del processo in funzione dell’accesso a tal tipo di beneficio.

La Corte di Cassazione (con la sentenza n. 18445 del 21 settembre 2016) ha avuto, appena di recente, occasione per formulare una nuova pronuncia sul rapporto tra sanatorie per liti pendenti e abuso del processo ovvero sull’uso strumentale del processo in funzione dell’accesso a tal tipo di beneficio.

Il caso di specie riguardava un contribuente che impugnava tempestivamente (nel 2001 , cioè ben prima, della legge di condono) degli avvisi di accertamento senza provvedere al deposito dei ricorsi presso la CTP adita; il presidente di questa sanciva conseguentemente l'inammissibilità dei ricorsi e, a seguito di tale declaratoria, la contribuente proponeva altrettanti reclami, ancor successivamente rigettati, nel marzo 2003, con le puntuali decisioni della CTP competente .

Alla Corte veniva chiesto di esaminare, se al fine della condonabilità prevista dalla L. n. 289 del 2002, art. 16, non è da considerarsi lite pendente quella per la quale l'atto introduttivo sia stato dichiarato inammissibile con pronuncia non passata in giudicato, quando l'inammissibilità sia dovuta all'abuso processuale da parte del contribuente (manifestato dal mancato deposito del ricorso notificato) e quando tale mancato deposito è stato accertato dal giudice di merito.

Ebbene, il Supremo Collegio (indicando anche come i ricorsi fossero stati notificati prima della entrata in vigore della Legge n. 289/2002) ha rammentato l’orientamento ancorato al “principio secondo il quale, in materia di chiusura delle liti fiscali ai sensi della L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 16, la formale pendenza della lite non osta al diniego dell'istanza di condono allorquando il contribuente - in palese violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede, nonchè dei principi di lealtà processuale e del giusto processo - abbia fatto uso abusivo del processo, impugnando l'atto impositivo molto oltre la scadenza del termine previsto dalla legge, senza nulla argomentare in ordine alla perdurante ammissibilità dell'impugnazione, nonostante il tempo trascorso, al solo scopo di precostituirsi una lite pendente per accedere al condono. Occorre, quindi, che l'esistenza dell'abuso del processo, cioè dell'utilizzazione degli strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle stabilite dalla legge, sia accertata in base a circostanze ed elementi sintomatici dai quali emerga, in modo evidente ed inequivoco, l'intento di sfruttare in modo fittizio e strumentale il mezzo processuale, al solo scopo di conseguire i vantaggi della sopravvenuta, o preannunciata, normativa di condono” (Cass. nn. 22502 del 2013, 210 e 1271 del 2014; da ult., in motivazione, Cass., sez. un., n. 643 del 2015). Hanno poi aggiunto i giudici di piazza Cavour che “al di fuori di tali, eccezionali, ipotesi, resta pienamente valido il consolidato orientamento in virtù del quale il presupposto della lite pendente ricorre in presenza dell'iniziativa giudiziaria del contribuente (non dichiarata già inammissibile con pronuncia definitiva), che sia potenzialmente idonea ad aprire il sindacato sul provvedimento impositivo, indipendentemente dal preventivo riscontro della ritualità e della fondatezza del ricorso che vi ha dato vita” (Cass., sez. un., n. 643 del 2015, cit., e precedenti ivi richiamati).

Articolo pubblicato in: Diritto commerciale, Diritto tributario


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