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L’individuazione dell’organismo di vigilanza: i requisiti e le funzioni

26 luglio 2009 -
L’organismo di vigilanza è il protagonista principale del sistema di prevenzione degli illeciti delineato dal D. Lgs. n. 231/2001.

Costituisce, infatti, l’indispensabile corollario del modello organizzativo, in carenza del quale anche il migliore degli “scudi protettivi” realizzati potrebbe non essere in grado di evitare le sanzioni a carico dell’ente.

La costituzione dell’organismo di vigilanza comporta una precisa individuazione di questa entità nell’assetto di governance aziendale, per evitare sovrapposizioni e conflitti e per assicurarne la migliore funzionalità.

Come traspare dall’art. 6 del D. Lgs. n. 231/2001, l’organismo è necessario nelle imprese di dimensioni “non piccole”, spettando altrimenti le sue prerogative direttamente all’organo dirigente.

Il dato normativo esige un organismo interno all’ente; si esclude, quindi, che la funzione di vigilanza possa essere attribuita tout court ad un soggetto esterno (ad esempio, una società di consulenza aziendale o di revisione).

Ciò non toglie che ci si possa comunque avvalere dell’ausilio e della consulenza di altri soggetti non facenti parte dell’ente.

Il legislatore ritiene preferibile affidare il controllo alla società stessa attraverso una sua componente interna, piuttosto che procedere ad un monitoraggio esterno, sicuramente più problematico in ragione della complessa articolazione aziendale che rende meno agevole un’informazione completa e rispondente al vero.

L’appartenenza dell’organismo di vigilanza alla struttura è sorretta anche da ragioni aziendalistiche.

Conformi sul punto sono, infatti, i codici di comportamento elaborati dall’ABI e dalla Confindustria, che contribuiscono, in maniera significativa, ad una proficua ricostruzione delle prerogative da attribuire all’organismo di vigilanza.

Per quanto riguarda, invece, la nomina dell’organismo di vigilanza, la soluzione organizzativa quasi unanimemente scelta è quella che prevede la competenza dell’organo di gestione; l’adozione di un modello di organizzazione, infatti, non pretende modifiche statutarie né interventi assembleari.

La ratio di tale prassi è anche rintracciabile nel rapporto che intercorre fra l’organo dirigente e l’organismo di vigilanza, il quale è tenuto a sua volta a comunicare al primo le irregolarità e le situazioni di rischio potenziale rintracciate.

La stessa soluzione viene raggiunta dalla giurisprudenza in relazione al problema dell’organo competente per l’adozione del modello organizzativo: è sufficiente la deliberazione da parte dell’organo amministrativo, che garantisce anche una maggiore flessibilità del sistema di prevenzione in ragione delle diverse modalità operative e degli ambiti di attività dell’ente.

L’organismo, però, non risponde all’organo nominante in quanto la sua funzione di controllo è incompatibile con qualsiasi vincolo di subordinazione anche solo funzionale rispetto alla sfera su cui la vigilanza si esercita.

Tuttavia il coinvolgimento dell’assemblea è da ritenersi opportuno; quantomeno è auspicabile che il consesso dei soci intervenga nel procedimento di nomina, ad esempio esprimendo un parere sui componenti designati.

L’organo nominante dovrebbe provvedere a specificare la durata in carica dei membri, le cause di ineleggibilità, le regole relative all’eventuale rinnovo degli stessi, le ipotesi tassative di revoca ed i motivi della scelta di ogni singolo componente dell’organismo di vigilanza.

Altra problematica da affrontare è quella della composizione dell’organismo di vigilanza.



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