Il richiamo dell’assoluto: i 100 anni di John Coltrane
John Coltrane, i 100 anni di un mito del jazz: vita, musica ed eredità
Se il jazz fosse una religione, il suo altare più alto avrebbe la forma di un sassofono ricurvo e il volto severo e mite di John Coltrane. A un secolo dalla sua nascita, avvenuta ad Hamlet il 23 settembre 1926, la storia di “Trane” non si legge soltanto come una cronologia di incisioni discografiche o di rivoluzioni armoniche, ma come una parabola umana di caduta, redenzione e costante arrampicata verso l’infinito.
Un’infanzia segnata dall’ombra e dal rifugio della musica
La storia inizia ad Hamlet, una piccola cittadina della Carolina del Nord immersa nel profondo Sud americano. John William Coltrane nacque in una casa intrisa di fede e melodia: suo padre, John Sr., era un sarto appassionato di musica che suonava diversi strumenti, mentre sua madre, Alice Blair, cantava nel coro della chiesa guidato dal padre di lei, il reverendo William Blair, figura carismatica e reverenda della comunità Afro-Americana Episcopal Methodista.
Il piccolo John cresceva circondato dai canti spiritual, tra le note del violino paterno e i sermoni del nonno che tuonavano sulla salvezza dell’anima. Ma l’idillio infantile si spezzò brutalmente tra il 1938 e il 1939: nel giro di pochi mesi, quando John aveva appena dodici anni, una scia di lutti devastanti travolse la famiglia, portandosi via il padre, i nonni e uno zio.
Rimasto solo con la madre e una cugina in una casa improvvisamente vuota e oppressa dalle difficoltà economiche, John si chiuse in un silenzio quasi totale. Per dare voce al dolore che non riusciva a pronunciare, prese in mano prima un clarinetto, poi un sax contralto. Trasferitosi a Philadelphia al seguito della madre negli anni ‘40, la musica divenne la sua unica àncora di salvezza: studiava per ore interminabili, fino a far sanguinare le labbra, cercando una perfezione tecnica che nascondeva un bisogno disperato di ordine nel caos del mondo.
La discesa negli inferi di John Coltrane
Negli anni Cinquanta, mentre si faceva strada tra i club di New York, la vita di Coltrane finì per deviare sui binari oscuri dell’eroina e dell’alcool. Era un gigante fragile che suonava con una rabbia e una fame mai viste, attirando l’attenzione di un altro visionario: Miles Davis. Miles lo volle nel suo Quintetto, ma la dipendenza da stupefacenti di John rese le uscite dal palco e le sessioni ingestibili, costringendo il trombettista a licenziarlo nel 1957.
Fu proprio il licenziamento a provocare la scossa. Chiusosi nella casa della madre a Philadelphia, Coltrane affrontò un devastante periodo di astinenza “a freddo”. Quella notte di sofferenza fisica si trasformò in una folgorazione mistica: John affermò di aver sentito la presenza di Dio e di aver stretto con Lui un patto: se fosse sopravvissuto, avrebbe dedicato ogni singola nota del suo strumento a glorificare il Creatore e a portare pace agli uomini.
Tornò da Miles Davis da uomo rinato. Insieme incisero nel 1959 Kind of Blue, il disco jazz più celebre di sempre, dove il suono di Coltrane appariva trasformato: denso, spirituale, caratterizzato da quelle cascate di note che il critico Ira Gitler battezzò “Sheets of sound” (lenzuoli di suono).
L’epopea del Quartetto Classico, il suono e le due muse
Il decennio che seguì fu una corsa travolgente verso le vette dell’arte. Con il suo leggendario Quartetto Classico – completato dal tocco percussivo e profondo di McCoy Tyner al pianoforte, dal contrabbasso monolitico di Jimmy Garrison e dal ciclone ritmico di Elvin Jones – Coltrane abbatté ogni confine espressivo. Dai fuochi d’artificio armonici di Giant Steps (1960) all’ipnosi cosmica di My Favorite Things (1961), fino all’inno mistico e profondissimo rivolto a Dio che fu A Love Supreme (1965), ogni disco era un sacramento.
Nel privato, la vita di John fu illuminata da due figure femminili straordinarie:
- Juanita Naima Grubbs: conosciuta negli anni Cinquanta, Naima fu l’angelo custode che lo sostenne durante il buio della tossicodipendenza. A lei dedicò la sua ballata più immortale e commovente, Naima. Nonostante il matrimonio terminò quando la ricerca spirituale di John prese vie diverse, l’affetto e il rispetto tra loro rimasero incrollabili per tutta la vita;
- Alice McLeod (Alice Coltrane): incontrata nel 1963 al club Birdland, Alice era una pianista e arpista dal talento profondo e meditativo. Diventò sua moglie nel 1965 e subentrò a McCoy Tyner nel gruppo, accompagnandolo nell’ultima, infuocata stagione dell’avanguardia free jazz. Dalla loro unione nacquero tre figli: John Jr. (tragicamente scomparso in giovane età), Ravi (diventato un sassofonista di statura internazionale) e Oran (anch’egli musicista). Alice avrebbe raccolto la fiaccola del marito dopo la sua morte, diventando una sacerdotessa dello Spiritual Jazz e della musica cosmica.
Gli ultimi passi: il silenzio, il dolore e la trasfigurazione
Nel 1966 la musica di Coltrane si fece ancora più ardita, spinta oltre i confini della forma convenzionale in album come Ascension e Meditations. Ma mentre il suo spirito volava verso mondi inesplorati, il suo corpo iniziava a cedere.
All’inizio del 1967 Coltrane cominciò a soffrire di fortissimi e persistenti dolori all’addome. Stoico, ascetico e abituato a sopportare ogni sofferenza nel silenzio della sua casa di Long Island, rifiutò per mesi di consultare i medici, continuando a suonare, scrivere e registrare. Nelle sue ultime esibizioni dal vivo, sopraffatto da un’urgenza interiore che nemmeno il metallo del sax riusciva più a contenere, Coltrane era solito suonare da seduto, e staccare le labbra dal bocchino a metà assolo per battersi il petto con il pugno, cantando, urlando e intonando mantra a gola spiegata. Il suono doveva uscire ad ogni costo, con o senza lo strumento.
Quando le fitte divennero insopportabili, la diagnosi fu implacabile: tumore al fegato in stadio avanzato, conseguenza probabile delle sofferenze epatiche e degli eccessi giovanili. Non vi fu tempo per cure o lunghi ricoveri. Il 16 luglio 1967 venne ricoverato d’urgenza all’Huntington Hospital di Long Island; il giorno dopo, il 17 luglio 1967, John Coltrane si spegneva ad appena 40 anni, lasciando il mondo del jazz attonito e privo della sua guida più luminosa.
Frammenti di un mito: curiosità e aneddoti
Durante i concerti con Miles Davis, Coltrane si abbandonava ad assoli fiume di trenta o quaranta minuti. Quando Miles gli chiese perché si dilungasse così tanto, John rispose candido: “Non ci posso fare niente, una volta che comincio non so come fermarmi”. Miles, con la sua voce graffiante, gli rispose: “È facile, Trane: basta togliere il sax dalla bocca!”
La leggenda vuole che la famosa sessione di registrazione di A Love Supreme sia avvenuta quasi interamente in un’unica presa, di notte, al buio degli studi di Rudy Van Gelder nel New Jersey, con Coltrane che recitava la sua preghiera in uno stato di trance meditativa.
Affascinato dalla fisica teorica e dalla matematica, Coltrane disegnava complessi diagrammi a spirale basati sulle relazioni numeriche del circolo delle quinte. Mostrò uno di questi schemi al saggista e musicista Yusef Lateef, spiegando che per lui la matematica e la musica erano soltanto due modi diversi per descrivere l’architettura dell’Universo.
La devozione nei suoi confronti ha superato la dimensione terrena. A San Francisco è stata fondata la African Orthodox Church of St. John Coltrane, una chiesa dove le sacre scritture si alternano ai versi di A Love Supreme e la liturgia viene officiata suonando il sassofono.
John Coltrane ha attraversato la terra come una cometa breve e incandescente. A cent’anni dalla nascita, la sua eredità non è soltanto una collezione di capolavori, ma la testimonianza di fino a dove possa spingersi l’anima umana quando usa la musica non per intrattenere, ma per toccare il cielo.
Secondo la critica, la figura di John Coltrane, insieme a quella di Charlie Parker, rappresenta la forma più alta verso la quale un essere umano ha spinto il sassofono e la musica da esso prodotta.