Giovanni Pascoli e la musica del suo tempo

Il poeta del “Melodramma senza musica”
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli e la musica del suo tempo

 

Giovanni Pascoli, figura centrale della poesia italiana tra Ottocento e Novecento, non fu soltanto un innovatore della lirica, ma anche un intellettuale profondamente affascinato dal mondo della musica del suo tempo, in particolare dal melodramma. La sua intera poetica, infatti, intrisa di onomatopee, sinestesie e ritmi interni e musicali, era essa stessa una “musica senza note”, una melodia in parole, una sorta di armonia intrinseca che il poeta riteneva dovesse trovare la sua naturale espressione sul palcoscenico operistico.

Il suo desiderio più grande, infatti, era quello di poter scrivere uno o più libretti di opera lirica, capace di cambiare il senso scenico e musicale dell’intera epoca.

L’ambizione di Pascoli, infatti, era quella di diventare l’artefice del rinnovamento del melodramma italiano. Egli desiderava superare il verismo allora dominante per approdare a un dramma musicale di matrice simbolista, incentrato su significati ideali, interiori e spesso ambientato in un Medioevo mitico e leggendario. Per Pascoli, il teatro lirico rappresentava il genere d’arte supremo, il luogo ideale dove la parola poetica e la musica potevano fondersi in una sintesi perfetta.

 

Il sogno incompiuto: i libretti d’opera

Nonostante il suo fervente desiderio, i tentativi di Pascoli di scrivere libretti d’opera si rivelarono un’esperienza frustrante, tanto da farli definire da lui stesso “melodramma senza musica”. Tra i suoi progetti più significativi, rimasti per lo più allo stato di abbozzo o di schema, spicca NellAnno Mille, un’opera che incarnava pienamente la sua visione millenaristica e simbolica. Altri schemi teatrali includono Gretchens Tochter (poi La figlia di Ghita), Elena Azenor la Morta e Aasvero o Caino nel trivio.

Questi lavori, pur non giungendo quasi mai alla realizzazione scenica, sono fondamentali per comprendere la sua estetica. Pascoli non era un musicista, ma la sua profonda convinzione nella musicalità del verso lo portava a credere che le sue parole fossero già una “partitura” pronta per essere vestita di note.

 

Le collaborazioni con i grandi compositori

Il grande poeta nato a San Mauro di Romagna nel 1855, intrattenne rapporti vivi, spesso complessi e discontinui, con i maggiori compositori del suo tempo, cercando in loro il partner ideale per il suo progetto di rinnovamento.

Il caso di Riccardo Zandonai è forse il più emblematico di un’intesa (quasi) raggiunta. Il compositore trentino, sensibile alle nuove correnti, mise in musica la poesia "Melenis", dimostrando come i versi pascoliani potessero trovare una felice trasposizione nella musica vocale da camera. Fu anche coinvolto nelle prime fasi del progetto Conchita (poi musicata da Zandonai su libretto di altri).
Pascoli scrisse altre romanze per Zandonai, tra cui, la più celebre, è forse “L’assiuolo”.

Anche con il maestro Giacomo Puccini ci furono contatti, ma il loro rapporto fu più complesso. Nonostante l’ammirazione, il temperamento e le visioni artistiche dei due non si allinearono mai per un grande progetto operistico. L’unico frutto della loro collaborazione fu l’"Inno a Roma", scritto nel 1919, un brano celebrativo della vittoria che, pur avendo avuto successo, fu giudicato dallo stesso Puccini con una certa ironia. Tra i due gli ulteriori tentativi di collaborazione non andarono in porto, e, nonostante Pascoli ammirasse le opere liriche di Puccini, i suoi libretti non furono mai musicati.

Con Pietro Mascagni, invece, ci fu una amicizia profonda e duratura, fatta di stima e affetto. Di Mascagni si ricorda l’Ave Maria (con la musica tratta dall’Intermezzo di Cavalleria Rusticana), talvolta cantata con i versi di Giovanni Pascoli, sebbene la composizione originale fosse su testo diverso. Purtroppo, anche in questo caso, non vi fu nessuna collaborazione diretta tra i due su un libretto d’opera, ma soltanto una forte affinità spirituale e musicale

 

Le romanze: la musica del “Fanciullino”

Se il grande sogno del melodramma rimase in gran parte irrealizzato, la poesia di Pascoli trovò una vasta e felice accoglienza nel genere della romanza da camera (o lirica da camera).

Pascoli stesso affermava: «I miei versi, più che letti, sono fatti per essere cantati».

Numerosi compositori, attratti dalla musicalità intrinseca e dal carattere impressionistico delle sue liriche, le trasformarono in brani vocali. Tra i più noti si ricordano Guido Alberto Fano, che musicò "Nebbia", "Il sogno della vergine" e "La mia sera"; Ottorino Respighi, autore di una celebre, bellissima e intensa versione di "Nebbie"Ruggero Leoncavallo, che mise in musica alcune poesie giovanili come "Nel bosco".

Queste romanze rappresentano la vera e propria eredità musicale di Pascoli, dimostrando che la sua poetica, ricca di suoni, echi e suggestioni, era perfettamente congeniale alla sensibilità musicale dell’epoca.

 

L’Ammirazione per Debussy e Wagner (e l'amore per Chopin)

L’interesse di Pascoli non si limitava ai compositori italiani. Il poeta guardava con profonda ammirazione a due giganti della musica europea che rappresentavano poli opposti ma complementari del rinnovamento musicale: Richard Wagner e Claude Debussy.

Richard Wagner era ammirato da Pascoli per la sua rivoluzione del melodramma, in particolare per l’idea di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) e per l’enfasi sull’azione interiore e simbolica, elementi che Pascoli cercava di replicare nei suoi libretti. Il poeta frequentava i circoli wagneriani di Bologna e vedeva nel maestro di Bayreuth un modello per la sua aspirazione a un dramma musicale che fosse “tutto interiore”.

L’ammirazione per Claude Debussy era invece legata all’affinità con l’estetica simbolista e impressionista. Pascoli vedeva in Debussy un modello di “nitore fiabesco, una chiarezza quasi infantile e sognante che rispecchiava la poetica del suo “fanciullino”. La musica di Debussy, fatta di suggestioni, timbri e atmosfere, era la traduzione sonora di quella “musica senza note” che Pascoli aveva cercato di infondere nei suoi versi.

Anche Frédéric Chopin fu molto ammirato da Pascoli, e la famosa “Marcia funebre”, tratta dalla sonata n. 2 op. 35, era il suo pezzo prediletto, tanto che fu suonata durante il suo funerale, nel 1912.


“Il Sogno di Rosetta”: l’unica opera teatrale di Pascoli musicata

Nonostante il suo enorme desiderio di scrivere per il teatro lirico, l’unico risultato avvicinabile a un’opera lirica fu Il sogno di Rosetta (talvolta citata in bozze o in contesti meno formali come “Il sogno di Rosina”). Sebbene, infatti, il poeta avesse ambizioni grandiose e progetti complessi per il rinnovamento del teatro lirico italiano, come il monumentale "NellAnno Mille", fu questa breve e intima “azione scenica”, dalla trama un po’ banale e scontata, a vedere effettivamente la luce e a essere rappresentata in forma teatrale scenica durante la sua vita.

Il testo nacque non come un libretto d’opera tradizionale, ma come un poemetto drammatico che Pascoli incluse successivamente nella sua raccolta Odi e Inni (1906). La sua trasformazione in operina fu il risultato di un incontro e di una collaborazione speciale con il compositore Carlo Alfredo Mussinelli (1871-1955), musicista spezzino cieco dall’età di tre anni che, nel 1901, si presentò a casa di Pascoli chiedendo il permesso di mettere in musica “Il sogno di Rosetta”. Pascoli, che nutriva una profonda ammirazione per la sensibilità di Mussinelli, acconsentì, definendolo affettuosamente “cieco veggente” per la sua capacità di cogliere l’essenza musicale dei suoi versi. Il poeta stesso annunciò la collaborazione all’amico Alfredo Caselli con queste parole:

“Oggi ti voglio scrivere d’una cosa che può essere graziosa. Un ciecolino di Spezia ha musicata Rosetta la quale feci per lui”.

Mussinelli si dedicò alla composizione lavorando sul testo trascritto in caratteri Braille, un dettaglio che sottolinea l’eccezionalità e l’intimità di questa collaborazione.

L’operina dalla trama esile e un po’ banalotta andò in scena con successo il 14 agosto 1901 al Teatro dei Differenti di Barga (Lucca), vicino alla residenza del poeta a Castelvecchio. L’esecuzione fu un evento locale, con un’orchestra composta da strumentisti lucchesi e suonatori delle bande locali, e un coro maschile formato da quindici scolari.

Il testo si distacca nettamente dalla tradizione dei libretti drammatici, caratterizzandosi per una quasi totale mancanza di azione e per la prevalenza di un’atmosfera sospesa, lirica e simbolica. Invece di un dramma di passioni e colpi di scena, Pascoli offre un quadro intimo, un quadro danima in cui la musica di Mussinelli doveva esaltare le suggestioni e gli echi interiori del testo.

Nonostante il successo della rappresentazione, però, l’opera sollevò dibattiti sulla sua natura. Critici come Benedetto Croce espressero un giudizio severo sulla vocazione teatrale di Pascoli. Croce, pur riconoscendo la grandezza del poeta, riteneva che la sua poesia, troppo raffinata e ricca di elementi simbolici e fonici, mancasse della semplicità e della forza drammatica necessarie per un libretto d’opera.
In generale, la critica affermò che non era nemmeno il caso di perdere tempo per parlare di un'opera tanto scadente.

Insomma, un sogno autentico, che, come i sogni migliori, resterà per sempre incompiuto.

Questo testo è dedicato alla memoria di Calogero Ferrara, avvocato, amico e grande amante e conoscitore dell'opera di Giovanni Pascoli che, credo, avrebbe molto apprezzato queste mie poche parole