Haruki Murakami, il maratoneta ossessionato dai gatti

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Haruki Murakami, il maratoneta ossessionato dai gatti

 

Haruki Murakami (Kyoto, 1949) è uno dei più influenti scrittori e traduttori giapponesi contemporanei, noto per uno stile che fonde realismo magico, malinconia, cultura pop e atmosfere oniriche. Autore di bestseller tradotti in oltre 50 lingue, esplora spesso la solitudine e l'alienazione nei suoi romanzi, pubblicati in Italia da Einaudi

È lo scrittore che non ama la letteratura giapponese e che, dicono,  non vincerà mai il Nobel, come è capitato per Philip Roth. Ma se lo meriterebbe davvero? A voi la decisione. Per quanto ci riguarda, vi parliamo di lui attraverso qualche piccola ossessione.

Murakami adora i gatti, in un saggio del 1989 ha dichiarato di averne avuti dieci (adesso saranno di certo di più). Ne è così ossessionato che ha scritto diverse volte di loro. In “L’uccello che girava le viti del mondo” il protagonista è proprio un gatto scomparso. “Kafka sulla spiaggia”, invece, racconta di una persona capace di comunicare con i gatti persi. Anche in “1Q84” il protagonista, Tengo, si ritrova a leggere un racconto in treno intitolato “La città dei gatti”.  Anche un’altra sua grande passione, la musica jazz, è in qualche modo legata ai gatti. Infatti, Murakami prima di scrivere gestiva un circolo jazz a Tokyo con bar annesso, che si chiamava “Peter Cat”.

Da dove arrivi questa sua ossessione Murakami ce lo racconta attraverso il ricordo di lui piccolo che accompagna il padre in bicicletta verso la spiaggia per liberarsi di un gatto che non volevano più tenere. Lo scrittore racconta che dopo aver abbandonato il gatto i due fecero ritorno verso casa ma, quando arrivarono sulla porta, sentirono miagolare. Si voltarono e videro il gatto appena lasciato in riva al mare: li aveva seguiti alle loro spalle senza farsi scorgere.

Murakami è un grande atleta. Ha corso più di venti maratone (quella di Boston è la sua preferita), e una super maratona da 100 chilometri che ha dovuto interrompere a metà a causa della musica che stava sentendo in cuffia. Quando corre, infatti, ascolta solo musica rock, capace di dargli forza e ritmo, in particolare i Creedence Clearwater Revival, John Mellencamp e i Beach Boys.

Il jazz o la classica non vanno bene, e l’ha scoperto a sue spese proprio durante la 100 chilometri. Aveva scelto un’opera di Mozart, “Il flauto magico” che gli è stata però fatale, costandogli il ritiro. Della sua passione per la corsa ha scritto in un breve saggio “L’arte di correre”.