Luciano Pavarotti: il re del do di petto e il miracolo dell’incidente aereo
Luciano Pavarotti: il re del do di petto e il miracolo dell’incidente aereo
“Cantare con Luciano era come essere baciati dal sole. La sua voce non era solo udibile, era tangibile; la sentivi sulla pelle”
Montserrat Caballé, soprano
Pavarotti, un gigante tra i miti: la carriera
Luciano Pavarotti non è stato solo un tenore; è stato l’ultimo vero divo globale capace di unire l’élite del Loggione con le folle degli stadi. Nato a Modena nel 1935, la sua ascesa inizia il 29 aprile 1961 al Teatro Municipale "Romolo Valli" di Reggio Emilia, con il suo debutto ufficiale nel ruolo Rodolfo ne La Bohème di Giacomo Puccini, a soli 25 anni, dopo aver vinto il Concorso Internazionale "Achille Peri". La sua grande occasione arriva però nel 1963 al Covent Garden di Londra, sempre con la stessa opera di debutto, quando viene chiamato a sostituire Giuseppe Di Stefano. Il successo è clamoroso, e questa recita segna la svolta della sua carriera, seguita poi dal trionfo alla Scala nel 1965.
La sua consacrazione mondiale, però, arriva al Metropolitan di New York nel 1972, in una recita de La Fille du régiment di Donizetti: Luciano infila nove Do di petto perfetti, naturali e squillanti, mandando il pubblico in delirio. Da quel momento, il mondo lo ribattezzò il “King of the High Cs”. Oltre a Rodolfo, le sue interpretazioni più acclamate restano quelle di Nemorino ne L’elisir d’amore, Riccardo ne Un ballo in maschera, Duca di Mantova in Rigoletto e l’immortale Calaf in Turandot, il cui “Nessun Dorma” è diventato il suo sigillo universale, un inno riconosciuto in ogni angolo del pianeta.
Analisi tecnica: l’oro nella gola
Cosa rendeva la voce di “Big Luciano” così speciale? Non era solo una questione di volume, ma di una chiarezza adamantina abbinata a una proiezione del suono straordinaria. La sua voce perfetta a timbrata poteva essere udita in qualsiasi punto del teatro, anche nell'ultima fila, anche in caso di pianissimi o di mezzoforti. Da un lato, il timbro, una voce di una luce solare e adamantina, tipicamente mediterranea, con una dizione così nitida che ogni sillaba sembrava scolpita. Inoltre, Pavarotti possedeva una maestria tecnica nel “passaggio”, quella zona che si trova tra il FA3 e il SOL#3, che gli permetteva di salire verso il registro acuto senza alcuno sforzo apparente, mantenendo la laringe bassa e un suono sempre “sul fiato”. Infine, una nota particolare merita l’estensione della sua voce. I suoi acuti, infatti, erano sempre perfetti e timbrati, non erano mai forzati; risuonavano con una vibrazione naturale che conferiva alla voce una facilità d’emissione quasi sovrumana, riuscendo ad arrivare a un RE5 di petto (anche se si dice potesse cantare di petto anche il MIb5) e in falsettone al FA5.
A differenza di molti colleghi, la sua non era una voce costruita faticosamente a tavolino, ma un fenomeno di natura disciplinato da uno studio ferreo, capace di mantenere lo smalto cristallino per oltre quarant’anni di carriera.
Nei primi vent’anni della sua carriera (circa dal 1961 al 1980), Luciano Pavarotti ha compiuto un’operazione artistica senza precedenti: ha riportato il repertorio donizettiano e belliniano a una dimensione di vigore vocale e squillo che si era persa nel tempo.
Prima del suo avvento, i ruoli di grazia — come Nemorino (L’elisir d’amore), Ernesto (Don Pasquale) o Elvino (La Sonnambula) — erano terreno esclusivo dei cosiddetti “tenori leggeri” o “di grazia”. Grandi interpreti come Tito Schipa, Ferruccio Tagliavini e Luigi Alva affrontavano queste parti con voci piccole, flautate, privilegiando la sfumatura e il sussurro, ma spesso mancando di corpo nel registro centrale e di espansione sonora negli acuti.
Pavarotti fu il primo tenore con una voce pienamente lirica, dotata di polpa, volume e una proiezione impressionante, a misurarsi sistematicamente con questo repertorio senza sacrificarne la delicatezza. Mentre i tenori leggeri del passato tendevano a “sbiancare” il suono per salire all’acuto, Pavarotti manteneva lo stesso colore bronzeo e pieno su tutta l’estensione. Fondamentale fu l’incontro con il soprano Joan Sutherland e il direttore Richard Bonynge. Insieme a loro, Pavarotti comprese che il Belcanto non richiedeva solo agilità, ma un sostegno del fiato ferreo e una nobiltà d’accento che solo una voce di corpo poteva restituire. Questa evoluzione ha imposto un nuovo standard. Dopo Pavarotti, il pubblico non ha più accettato un Nemorino o un Edgardo dalla voce esile; si cercava quel connubio tra potenza e dolcezza che per primo aveva offerto al pubblico.
“God has kissed his vocal cords”
Herbert von Karajan, direttore d'orchestra
Il repertorio dei primi vent’anni: i capolavori
In questo ventennio d’oro, Pavarotti ha scolpito interpretazioni che restano pietre di paragone. Ecco le opere chiave in cui il suo timbro lirico ha rinnovato la tradizione:
Gaetano Donizetti: l’ascesa del “Re”
La Fille du régiment (Tonio): è l'opera che lo ha reso leggenda. Qui Pavarotti unisce la forza atletica dei nove Do di petto alla freschezza del giovane soldato. Prima di lui, quegli acuti venivano spesso eseguiti in falsetto o totalmente omessi. I do scritti sono in realtà otto, ma Pavarotti alzò anche l’ultima nota dell’aria “Pour mon ame” per regalare al pubblico un ultimo, memorabile, nono do di petto;
L’elisir d’amore (Nemorino): Pavarotti trasforma il contadino timido in un personaggio dalla sensualità vocale travolgente. La sua “Una furtiva lagrima” non è più solo un lamento elegiaco, ma un’esplosione di calore mediterraneo di straordinaria intensità;
Lucia di Lammermoor (Edgardo): in questo ruolo, Luciano dimostra come la voce lirica possa dare drammaticità e nobiltà al finale dell’opera (“Tu che a Dio spiegasti l’ali”), elevando il personaggio oltre lo stereotipo dell’innamorato piangente;
La Favorita (Fernando): un ruolo difficilissimo per tessitura, dove la pienezza della sua voce permette di reggere i grandi slanci orchestrali donizettiani. "Spirto gentil" è l'aria del tenore più nota, complessa ed acuta di tutta l'opera.
Vincenzo Bellini: la purezza del canto legato
I Puritani (Arturo): un ruolo considerato quasi impossibile per le altezze siderali richieste (fino al Fa sovracuto). Pavarotti lo affronta con una tenuta di fiato leggendaria, dando al personaggio un’eroicità che i tenori leggeri non potevano garantire. Straordinaria l’esecuzione dell’aria “A te, o cara”, che introduce in maniera terrificante il tenore in scena, e il famoso FA5 al culmine del duetto “Credeasi, misera” nel terzo atto, dove il tenore deve sostenere un’estensione altissima e quasi impossibile. Nel duetto "Vieni fra queste braccia" Pavarotti raggiunge un incrediibile RE5 di petto;
La Sonnambula (Elvino): in quest’opera, la sfida era mantenere il legato belliniano (la capacità di legare le note senza interruzioni) nonostante il volume della voce. Pavarotti ci riesce grazie a una tecnica di respirazione perfetta, rendendo il canto “infinito”.
Pavarotti e il giorno in cui la musica sfidò il destino: l’incidente aereo
Se la sua voce era divina, la sua protezione lo fu altrettanto. È il 22 dicembre 1975: Pavarotti è a bordo di un volo della Trans World Airlines (TWA), il numero 842, un Boeing 707 partito da New York e diretto a Milano Malpensa. Durante l’atterraggio in condizioni di scarsa visibilità, e a causa della fitta nebbia, l’aereo effettua un atterraggio d’emergenza disastroso. Il velivolo colpisce il suolo prima della pista, spezzandosi in due tronconi all’altezza della prima classe, dove si trovava il tenore. L’aereo perde i motori e parte di un’ala, finendo la corsa nella neve. Pavarotti è sconvolto, si trova nella sezione di coda, la parte che si distacca bruscamente dal resto della fusoliera. In quegli istanti di puro terrore, mentre le lamiere si accartocciano e il fumo invade l’abitacolo, il tenore vive il suo momento di massima fragilità umana. Miracolosamente, Pavarotti esce dalle lamiere praticamente illeso, mentre l’aereo giace distrutto sulla pista. Nonostante la gravità, infatti, tutti i 122 occupanti sopravvivono. Pavarotti, legato al suo posto, rimane profondamente scosso dall’evento. Quel salvataggio segna profondamente la sua spiritualità.
A seguito del miracoloso scampato pericolo, infatti, Luciano Pavarotti fece un voto solenne (poi mantenuto): cantare il Te Deum (un inno cristiano di ringraziamento) nel Duomo di Modena per ringraziare Dio di avergli salvato la vita. Pavarotti, che era noto per la sua fede, considerò quel momento un segno divino che gli diede una nuova prospettiva sulla vita e sulla morte.
Queste le parole di Pavarotti, tratte da una intervista di Teresa Carrubba: “Tornavo a casa per Natale, da New York. il volo sull’Atlantico fu perfetto. Fu nei pressi di Milano che cominciarono i guai. Una fitta nebbia ci impediva di atterrare. Fu molto più che un contrattempo. Correvamo un grosso pericolo. Ancora una volta vidi la morte davanti agli occhi. Feci il voto, in cambio della salvezza, di cantare il Te Deum nel Duomo di Modena, insieme a mio padre. A quel punto il pilota fece forse la più bella manovra della sua carriera risparmiandoci un tragico schianto. Quando fui in cima alla scaletta, mi sentii venir meno. Ebbi solo la forza di dire: “Un miracolo, il secondo”.
Questo incidente contribuì a incrementare la sua già nota paura di volare, tanto che per un lungo periodo di tempo Pavarotti smise di prendere l’aereo e si mosse in giro per il mondo, per quanto possibile, solo in auto e in treno. In seguito all’incidente, Pavarotti intentò una causa contro la compagnia aerea per “trauma psicologico”.
“Pavarotti possiede una voce che è un puro raggio di sole, una qualità timbrica così chiara e luminosa che sembrava impossibile potesse appartenere a un essere umano”
Harold C. Schonberg, giornalista, da una recensione comparsa sul New York Times il 14 febbraio 1972