Italo Calvino: tutte le manie e le ossessioni di un genio della letteratura

Italo Calvino (immagine tratta da Wikipedia, realizzata a Oslo il 7 aprile 1961 da Johan Brun
Italo Calvino (immagine tratta da Wikipedia, realizzata a Oslo il 7 aprile 1961 da Johan Brun

Italo Calvino: tutte le manie e le ossessioni di un genio della letteratura

 

Italo Calvino è stato probabilmente l’intellettuale italiano più lucido e poliedrico del Novecento. Se dovessimo descriverlo con una parola, questa sarebbe “metamorfosi”: è passato dal raccontare la guerra partigiana alle fiabe, per poi finire a esplorare il cosmo e i meccanismi stessi della scrittura.
 

Italo Calvino: dalla giungla alla scrivania

Nato a Cuba nel 1923 (dove i genitori, entrambi botanici, dirigevano una stazione sperimentale), crebbe poi a Sanremo. Questa origine scientifica segnerà tutta la sua opera: Calvino osserva il mondo con la precisione di un naturalista.

Il Neorealismo: dopo aver combattuto nella Resistenza, esordisce con Il sentiero dei nidi di ragno (1947), dove racconta la guerra attraverso gli occhi di un bambino, Pin;

la Trilogia Araldica: negli anni ‘50 si distacca dalla realtà cruda per rifugiarsi nel fantastico con Il visconte dimezzato, Il barone rampante e Il cavaliere inesistente. Sono metafore sull’uomo moderno;

la fase combinatoria: negli ultimi anni, influenzato dal gruppo francese Oulipo, vede la letteratura come un gioco logico. Nascono capolavori come Le città invisibili e Se una notte d’inverno un viaggiatore.
 

Alcuni aneddoti particolari su Calvino

Un uomo preciso al secondo

Calvino era un uomo di una precisione millimetrica. Quando stava preparando le sue celebri Lezioni Americane per Harvard, era così preoccupato di non sprecare nemmeno un secondo dei 60 minuti a disposizione che si narra provasse i discorsi cronometro alla mano. Se sforava di trenta secondi, tagliava intere frasi finché il tempo non era perfetto.

Un nome “geografico”

I suoi genitori lo chiamarono Italo proprio perché vivevano a Cuba. Volevano che il nome gli ricordasse costantemente le sue radici, nel caso in cui non fosse mai tornato in Italia. Ferro e Eva (i genitori) erano talmente rigorosi che in casa Calvino era vietato parlare di religione o di politica in modo approssimativo: esisteva solo la scienza.

Il “Silenzio” di Calvino

Calvino era famoso per essere un uomo di pochissime parole, quasi al limite della timidezza patologica o di una estrema riservatezza.

Si racconta che durante le cene con gli amici potesse rimanere in silenzio per ore, limitandosi ad ascoltare. Quando finalmente apriva bocca, però, la sua sintesi era così perfetta da chiudere ogni discussione. Non parlava per riempire il vuoto, ma solo se aveva qualcosa di strutturato da dire.

Calvino, il correttore instancabile

Italo Calvino lavorò per decenni come redattore presso la casa editrice Einaudi. Era un “editor” severissimo ma generoso. Passava intere giornate a scrivere lettere di rifiuto che erano quasi dei saggi critici, spiegando agli aspiranti scrittori perché il loro libro non funzionava. Si dice che correggesse le bozze degli altri con lo stesso zelo con cui correggeva le proprie, cercando sempre la “leggerezza” (una delle sue parole chiave).

La passione di Calvino per i fumetti e le immagini

Calvino ha imparato a leggere prima di saper leggere. Da bambino passava ore sui supplementi illustrati dei giornali (come il Corriere dei Piccoli). Poiché non capiva ancora le scritte nelle nuvolette, si inventava le storie basandosi solo sulle figure. Questo esercizio di immaginazione visiva è alla base del suo stile: lui non descriveva concetti, lui “vedeva” immagini e le traduceva in parole.

L’astronomia in soffitta

Per scrivere le Cosmicomiche, Calvino si immerse in trattati di astrofisica e biologia. Non voleva che la sua fantasia fosse “campata in aria”; voleva che ogni paradosso di Qfwfq (il protagonista senza forma) avesse un fondamento scientifico reale, seppur distorto ironicamente.

Calvino e il cervellone elettronico

Siamo negli anni ‘60, e Calvino viene invitato a visitare il centro di calcolo dell’Olivetti a Milano. All’epoca, i computer erano enormi macchinari che occupavano intere stanze, pieni di valvole e nastri magnetici.

Mentre i tecnici gli spiegavano con orgoglio le incredibili capacità logiche della macchina, Calvino rimase a osservarla in un silenzio quasi religioso. Invece di fare domande tecniche sulla memoria o sulla velocità di calcolo, fece una richiesta che spiazzò tutti i presenti:

“Potreste chiedere alla macchina di scrivermi una poesia?”

I tecnici, un po’ imbarazzati, gli spiegarono che la macchina non era programmata per “creare”, ma solo per eseguire calcoli matematici e logici. Calvino non si scompose e, con la sua solita ironia sottile, commentò:
 

“Peccato. Mi sarebbe piaciuto sapere se la macchina soffre di crisi d’ispirazione quanto me”.


Chissà cose penserebbe oggi Calvino dell'Intelligenza Artificiale.
 

Italo Calvino e gli scontri alla casa editrice Einaudi

Il metodo del cucchiaino

Calvino lavorò a lungo in Einaudi. Era il responsabile della narrativa e ogni settimana sulla sua scrivania arrivavano montagne di manoscritti di aspiranti scrittori. Calvino non leggeva i libri dall’inizio alla fine, li prendeva in mano, li sfogliava rapidamente, leggeva una riga a metà, una alla fine, annusava quasi la carta e poi, con un gesto secco, li divideva in due pile: “Sì” e “No”.

Se gli si chiedeva come facesse, rispondeva: “Vedi, per capire se un brodo è andato a male, non serve berne tutta la pentola. Basta un cucchiaino”.

Questo “metodo del cucchiaino” divenne famosissimo in casa editrice. Calvino cercava la “tenuta della frase”: se la struttura reggeva a pagina 50, probabilmente reggeva ovunque. Se la scrittura era flaccida in una riga a caso, lo sarebbe stata in tutto il romanzo.

Calvino e Natalia Ginzburg

Un aspetto divertente delle discussioni in Einaudi era il contrasto tra la freddezza analitica di Calvino e la passionalità di Natalia Ginzburg.

Si dice che durante le riunioni per decidere cosa pubblicare, Natalia fosse spesso mossa dall’emozione o dalla simpatia per l’autore. Calvino, invece, era un chirurgo. Quando doveva bocciare un libro, lo faceva con una lucidità così spietata che la Ginzburg a volte esclamava: “Italo, ma tu non hai cuore, hai un meccanismo a orologeria!”

Calvino era convinto che pubblicare un brutto libro fosse un danno per l’autore stesso, perché lo avrebbe illuso di un talento che non aveva. Le sue lettere di rifiuto, scritte su carta intestata Einaudi, sono oggi considerate dei capolavori di critica letteraria: erano lunghe, dettagliate, dei veri e propri saggi analitici, e, pur bocciando il libro, insegnavano all’autore come avrebbe dovuto scrivere.

Calvino, il re dei titoli e gli autori scoperti

In casa editrice, Calvino era anche il re dei titoli. Si racconta che passasse ore a litigare con Giulio Einaudi (il fondatore) perché voleva titoli brevi, secchi e geometrici.

Un esempio? Fu lui a spingere per titoli come Lessico famigliare della Ginzburg o a lavorare di cesello sui titoli di Primo Levi. Per Calvino, il titolo era la ‘porta d’ingresso” di un labirinto: se la porta era storta, nessuno sarebbe voluto entrare.

Sono tanti i grandi scrittori scoperti in Einaudi da Italo Calvino. Tra questi, ricordiamo Primo Levi, Beppe Fenoglio, Anna Maria Ortese e Leonardo Sciascia.

Su quest’ultimo si racconta un aneddoto divertente. Quando ricevette il manoscritto de Le parrocchie di Regalpetra, Calvino ne rimase folgorato. Intuì che Sciascia stava inventando un nuovo modo di fare letteratura civile: usare il giallo e l’indagine per raccontare la corruzione e il potere. Tra i due nacque un carteggio fitto, dove Calvino consigliava a Sciascia come rendere i suoi testi più “universali” e meno legati al dialetto stretto.
 

Il “Metodo Calvino” per i giovani autori

Calvino non si limitava a dire “pubblichiamolo”. Lui entrava nel testo. Ecco come lavorava con gli esordienti. Innanzitutto, scriveva lettere lunghissime in cui analizzava ogni capitolo. Poteva dire a un autore: “A pagina 40 il ritmo cade, taglia tre righe” oppure: “Il tuo personaggio parla troppo, fallo stare zitto e fagli fare un’azione!”

Inoltre, odiava la scrittura sciatta e i sentimentalismi facili. Se un autore cercava di commuovere il lettore con troppi aggettivi, Calvino diventava spietato e lo bocciava senza appello.

Infine, scriveva lui stesso i “risvolti di copertina” (le presentazioni sul retro del libro) per questi nuovi autori, creando per loro un’identità letteraria che prima non avevano.

Insomma, se la letteratura italiana del secondo Novecento è così “pulita”, elegante e corretta, lo dobbiamo in gran parte a Italo Calvino e a queste sue ore passate a correggere bozze altrui.