Il labirinto dell’empatia: l’eredità di David Foster Wallace

David Foster Wallace e il naufragio della coscienza
oblio
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Il labirinto dell’empatia: l’eredità di David Foster Wallace

 

“C’è un che di particolarmente triste, ma di una tristezza che non ha molto a che fare con le circostanze materiali, l’economia o le cose di cui si parla al telegiornale. È più una tristezza a livello viscerale. La vedo in me stesso e nei miei amici, in maniere diverse. Si manifesta come una sorta di smarrimento”  *

 

Esiste un confine netto nella narrativa americana e mondiale in genere un crinale irto che separa il prima e il dopo David Foster Wallace (Ithaca, 21 febbraio 1962 – Claremont, 12 settembre 2008). Se il postmodernismo aveva trasformato la realtà in un gioco di specchi ironico e distaccato, Wallace ha tentato, con una disperazione quasi fisica e dissacrante, di frantumare quegli specchi per tornare a sentire qualcosa. La sua scrittura non è mai stata un semplice sfoggio di virtuosismo accademico, ma un tentativo estremo di sconfiggere la solitudine attraverso una una costruzione narrativa ardita e maniacale e una precisione linguistica che rasenta l’ossessione.
 

Una vita tra genio e abisso

Cresciuto in una famiglia di accademici, tennista di talento e filosofo di formazione, Wallace ha incarnato la figura dell’intellettuale totale. Tuttavia, dietro la struttura monumentale di opere come Infinite Jest — un tomo da 1281 pagine e oltre 540.000 parole (nell’edizione italiana Einaudi Stile Libero) —, si celava una depressione clinica che lo ha accompagnato per vent’anni fino al tragico suicidio avvenuto nel 2008. La sua biografia è la storia di una mente troppo avanti, troppo veloce per il corpo che la ospitava, costantemente impegnata a decodificare i suoni bianchi, un rumore di fondo della società dei consumi e a cercare una verità vera, che non fosse filtrata dall'ironia.
 

L’architettura del dolore: Oblio

Mentre i suoi romanzi possono essere considerati vere e proprie cattedrali barocche dalle volute ardite e altissime, i suoi racconti sono assimilabili invece a sale operatorie letterarie, in cui, con le parole giuste, Wallace riesce a operare in maniera chirurgica e impeccabile, e sempre con successo, sulle nostre coscienze, sui dolori, sulle nostre miserie e solitudini.

La prima volta che ho letto la sua raccolta di racconti Oblio (Oblivion: stories, 2004, prima edizione italiana Einaudi, collana Stile Libero Big, 2004), è stata una esperienza devastante, quasi mistica. In questi otto testi, alcuni molto lunghi, altri brevissimi, Wallace raggiunge una maturità espressiva spaventosa. Qui la scrittura si fa densa, quasi solenne, le frasi si allungano in periodi claustrofobici che mimano il funzionamento del pensiero nevrotico attraverso tic e manie. Non si legge Oblio per divertimento; lo si legge per affrontare l’abisso, per essere messi a nudo.

I racconti di questa raccolta esplorano l’incapacità di comunicare e il terrore che l’altro rimanga sempre, irrimediabilmente, un mistero ignoto e impenetrabile. La qualità delle sue short stories risiede nella capacità di rendere l’astratto (la sofferenza, la noia, la frustrazione e l’alienazione) qualcosa di tattile e spaventoso.

“Forse è questo che succede quando si invecchia: il mondo si restringe finché non rimane altro che quello che ti porti dentro”Oblio

Leggere Oblio, in definitiva, significa accettare un invito a perdersi in una stanza vuota e gelida, spesso squallida, illuminata da una luce al neon non smette di fare rumore e di lampeggiare, dove ogni passo avanti sembra spingerti più a fondo nei meccanismi più indicibili della tua stessa mente. David Foster Wallace, in questa sua ultima e definitiva prova sulla breve distanza, abbandona ogni residuo di giocosità postmoderna per consegnarci una prosa che non è più solo narrazione, ma una vera e propria prestazione atletica della coscienza. Qui non troverete il sollievo di una trama lineare; troverete invece la precisione chirurgica di un autore che usa il linguaggio come un bisturi per scorticare la superficie della banalità quotidiana, che osserva il tutto con chirurgico e maniacale rigore, senza perdersi in sentimentalismi o compassione, sbattendo in faccia l'orrore del quotidiano.

La forma dei racconti è complessa, e si dilata in un dedalo di periodi, carichi di clausole subordinate e tecnicismi che sembrano voler intrappolare la realtà prima che questa possa sfuggire. È un’esperienza claustrofobica perché Wallace non concede al lettore lo spazio per respirare: ci costringe a guardare dritto nell'orrore della burocrazia, nell'alienazione del lavoro d'ufficio e, soprattutto, nell'abisso della percezione soggettiva. Il titolo stesso è un paradosso crudele. In questi racconti non c’è alcuna dimenticanza, alcuna tregua, ma solo una iper-consapevolezza dolorosa che rende ogni minimo pensiero un macigno insostenibile. Capolavori come Caro vecchio neon diventano analisi universali sulla solitudine e sull'impossibilità di comunicare davvero chi siamo. In The Suffering Channel, invece, l’ossessione americana per lo spettacolo e il disgusto fisico si fondono in una critica feroce alla cultura del consumo. Wallace ci mostra come l'orrore non sia nel soprannaturale, ma nella nostra incapacità di pensare correttamente, in quel “chiacchiericcio” mentale che ci separa dagli altri e dalla verità.

Oblio rimane così un'opera terminale, un testamento letterario che ci sfida a restare svegli mentre tutto intorno a noi spinge verso un sonno della ragione o una distrazione infinita.
 

L’orrore puro: Incarnazioni di bambini bruciati

In questa raccolta spicca quello che è, forse, il racconto più breve e devastante della sua produzione, quello che, una volta letto, non dimenticherete mai più, soprattutto se siete genitori: Incarnazioni di bambini bruciati. In poche pagine, Wallace descrive un incidente domestico con una precisione chirurgica che rende l’orrore insopportabile.

La genialità del brano sta nel contrasto tra la frenesia dell’azione (i genitori che tentano di soccorrere il neonato) e la distaccata e gelida analisi anatomica del dolore. Wallace non ci risparmia nulla, portandoci al centro di un trauma puro dove il linguaggio sembra quasi liquefarsi sotto il calore del dramma. È una prova di empatia radicale: l’autore ci costringe a non distogliere lo sguardo, a soffrire con i genitori, a farci trapanare il cervello dalle grida del neonato ustionato.

Un’esperienza sconvolgente di scrittura postmoderna di livello talmente assoluto da farci stare male.
 

Manie, fobie e il “peso del mondo”

La quotidianità di Wallace rifletteva questa sua ipersensibilità, fatta di riti continuamente ripetuti e di fobie paralizzanti. Le sue iconiche bandane non erano un vezzo, ma una protezione contro una sudorazione patologica che gli impediva di scrivere. Temeva la televisione come una droga paralizzante e cercava nella precisione maniacale del linguaggio l'unica difesa contro il caos. In un mondo che spinge verso la distrazione infinita, l'opera di Wallace rimane un testamento letterario che ci sfida a restare svegli, ricordandoci che la verità, spesso, si diverte con noi prima di renderci liberi.
 

“La verità vi renderà liberi, ma solo dopo aver finito di divertirsi con voi” Infinite Jest