Fame

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Fame
 

“Quanto ti ho amato e quanto t’amo non lo sai… nell’amore le parole non contano, conta la musica”

Rimase sorpresa nel sentirsi quella poesia sulle labbra e nella mente.  Le capitava da sempre, fin da piccina, fin da quando aveva memoria di sé, le capitava di cantare strofe di canzoni che nemmeno sapeva di ricordare e che raccontavano esattamente quel che era in quel momento.  Nella gioia e nelle tempeste, c’era sempre una colonna sonora che si attivava automaticamente e che le dettava parole in canto. Continuò quel motivo, interrogandosi su quale parte della sua storia stesse andando in onda, quando il frigo catturò la sua attenzione. Lo aprì per cercare qualcosa di sano da masticare, non aveva fame, ma sentiva una mancanza, chiara come un pugno nello stomaco che a tratti si sarebbe potuta confondere con la fame, che a tratti forse era fame davvero, ma che il cibo non placava fino in fondo, non lo faceva mai; la stordiva un po’, la accontentava nel momento della voracità e poi scemava, lasciandola con un senso di colpa fastidioso per la sua mancanza di controllo. Odiava quando si trovava a vivere quelle giornate prive di controllo in cui non sapeva nemmeno che cosa stesse mangiando, le sembrava tuttavia la soluzione più facile, le sembrava il modo più gustoso di chiudere quella faccenda del vuoto e della mancanza.

Divorò allora tre tramezzini della sera prima, sapendo che le avrebbero solo provocato mal di pancia, si fece un caffè per mettere la parola fine, ma la forma della sua bocca denunciava disgusto per se stessa e la sua debolezza. Si ripromise che avrebbe mangiato lentamente, che avrebbe scelto solo cibi sani, che sarebbe stata bella e magra.  Le capitava così che il cibo fosse la sua croce e la sua delizia. Da quanti anni? Troppi. Aveva quattro anni quando aveva mangiato fino a scoppiare all’asilo, solo per accontentare la suora che voleva finisse il piatto, quello che gli altri non apprezzavano. Lei ne aveva chiesto ancora, ancora e ancora, ingurgitava anche gli avanzi per quello sguardo di approvazione… Suor Franchina era così orgogliosa di lei, una bambina che non sprecava nulla e non faceva tante storie, brava. Poi le era venuta l’indigestione e a casa non avevano capito la gravità di quel fatto, si erano fatti una risata per quell’ingordigia, anche se non c’era niente da ridere, perché chiedeva, mangiando, ancora più amore. Voleva piacere, voleva accontentare, voleva essere scelta, voleva essere amata più di qualsiasi altra cosa, era nata così, non c’era stato un trauma, era la sua natura. Avrebbe ingurgitato tutta la dispensa se questo l’avesse fatta sentire più piena d’amore.

Oggi, a distanza di tanti anni, che cosa le mancava davvero? Forse il coraggio di non piacere.  C’erano state delle volte, delle rare volte, in cui si era liberata di tutti gli sguardi, di tutti i giudizi. In quelle occasioni aveva provato una vertigine che le partiva dallo stomaco e la faceva sentire dapprima a disagio, nuda e discutibile, poi in un equilibrio precario, infine libera e forte come una leonessa. L’accorgersi di quella statura imponente la spaventava a morte come un peccato di hýbris e la faceva rientrare mortificata nei ranghi dell’incertezza, dell’insoddisfazione, della fame.

Era sola in casa, mentre l’affollamento di emozioni le provocava il pianto. Decise allora di sistemare l’armadio, mettere in ordine le avrebbe dato ordine e piegando le maglie con cura si trovò di nuovo a cantare con un filo di voce; sapeva che era la parte più antica di lei che rivendicava la sua verità: “Quanto ti ho amato e quanto t’amo non lo sai…” un canto del mondo che la rassicurava. Sentì quel brivido conosciuto nascere nello stomaco e il disagio, poi un equilibrio precario, infine una forza di libertà che l’avrebbe difesa dalle bugie del mondo. Cominciava ad ascoltare con attenzione qualcosa che non decifrava del tutto, ma che prendeva spazio e donava fuoco: nel centro del suo animo, nella stanza più segreta, c’era una fontana d’amore inesauribile.