Edgar Allan Poe: la paura per il buio e l’angoscia che stringe il cuore

Edgar Allan Poe
Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe: la paura per il buio e l’angoscia che stringe il cuore
 

Edgar Poe nacque il 19 gennaio 1809 a Boston, da attori girovaghi. Il suo destino fu segnato dalla tragedia prima ancora che potesse camminare: il padre abbandonò la famiglia e la madre morì di tisi quando Edgar aveva solo due anni. Fu accolto, ma non formalmente adottato, da una facoltosa famiglia di mercanti di Richmond, i Allan. Da qui il suo secondo nome.

Il rapporto con il padre adottivo, John Allan, fu il primo grande conflitto della sua vita. Allan, un uomo pratico e severo, non vedeva di buon occhio le inclinazioni poetiche del figlio. Dopo un’adolescenza agiata, Edgar si iscrisse all’Università della Virginia, ma i contrasti con Allan e una propensione al gioco d’azzardo lo portarono a indebitarsi e ad abbandonare gli studi dopo meno di un anno. La rottura definitiva avvenne quando tornò a Richmond e scoprì che la sua fidanzata d’infanzia, Sarah Elmira Royster, era stata indotta dai genitori a fidanzarsi con un altro.

Iniziò così una vita erratica. Si arruolò nell’esercito con il nome di “Edgar A. Perry”, ottenendo buoni risultati, ma riuscì a farsi congedare per intraprendere la carriera letteraria. Pubblicò il suo primo libro, Tamerlano e altre poesie, nel 1827. Si trasferì a Baltimora dalla zia Maria Clemm e da sua figlia, Virginia, che sarebbe diventata la sua musa e, all’età di tredici anni, sua moglie. Lui ne aveva ventisette. Era un matrimonio platonico? Per molti biografi sì, un legame profondissimo, quasi morboso, più di anime che di corpi.

Gli anni Quaranta furono il suo periodo più produttivo. Lavorò come influente critico letterario e curatore di riviste a Filadelfia e New York, guadagnando una certa notorietà, ma mai la stabilità economica. Il successo letterario non si traduceva in denaro. La sua vita, però, fu nuovamente sconvolta dalla malattia di Virginia. Nel 1842, mentre cantava, un vaso sanguigno le si ruppe in gola. Rimase una “mezza morta”, come la definì Poe, per cinque anni, morendo infine di tisi nel 1847. La disperazione di Poe fu totale e lo portò all’alcolismo e a un declino fisico e mentale.

Gli ultimi due anni della sua vita sono un turbine di confusione, corteggiamenti maldestri, progetti editoriali falliti e crisi nervose. Il 3 ottobre 1849 venne trovato a Baltimora in delirio, vestito con abiti altrui, davanti a un seggio elettorale (si ipotizza che sia stato vittima del “cooping”, una pratica per cui si rapivano dei malcapitati e li si costringeva a votare più volte truccandoli). Morì il 7 ottobre 1849, all’età di 40 anni. Le sue ultime parole, secondo il medico, furono: “Signore, aiuti la mia povera anima”. Le circostanze della sua morte rimangono un mistero, il suo ultimo, perfetto racconto incompiuto.
 

Le opere: i pilastri del romanzo gotico e del giallo

La produzione di Poe, sebbene non vastissima, è di una potenza dirompente. Ha di fatto inventato il racconto poliziesco con I delitti della Rue Morgue, gettato le basi della fantascienza moderna e portato il racconto dell’orrore psicologico a vette ineguagliate.

I Racconti: sono il suo lascito più celebre. Possiamo suddividerli in due filoni principali:

L’Orrore Psicologico: qui Poe esplora le pieghe più recondite della mente umana, la follia, il terrore, il senso di colpa. Capolavori assoluti sono;

Il cuore rivelatore: un assassino è perseguitato dal battito del cuore della sua vittima, che solo lui può sentire, e che lo costringe a confessare;

Il gatto nero: un uomo, spinto dall’alcolismo, uccide il suo gatto e poi la moglie, sigillandone il cadavere in cantina. Il miagolio del secondo gatto, murato con lei, lo tradisce;

La caduta della casa degli Usher: un capolavoro di atmosfera, dove la malattia fisica e mentale dei gemelli Roderick e Madeline si fonde con la decomposizione stessa della loro dimora avita;

Il barile di Amontillado: un racconto di vendetta perfetta, dove il narratore mura vivo il suo nemico nelle catacombe.

Il Ragionamento (o i “Racconti di Razziocinio”): Il precursore del giallo;

I delitti della Rue Morgue: introduce Auguste Dupin, il primo detective della letteratura, che risolve un efferato duplice omicidio con pura logica deduttiva;

La lettera rubata: un altro caso per Dupin, basato sul principio che per nascondere qualcosa, il posto migliore è quello più ovvio.

La Poesia: Poe si considerava principalmente un poeta.

Il corvo (1845): la sua opera più celebre. Un uomo in lutto per la sua amata Lenora viene visitato da un misterioso corvo che, a ogni sua domanda, risponde con un monotono “Mai più”. È un’allegoria perfetta del dolore inconsolabile e della discesa nella follia. Il ritmo e la musicalità dei versi sono ipnotici;

Annabel Lee: una delle sue ultime poesie, un canto d’amore per una fanciulla morta, un inno alla bellezza e all’amore che nemmeno la tomba può spegnere. Dedicato idealmente a Virginia.
 

Aneddoti strani e singolari della sua vita

La vita di Poe è costellata di episodi che sembrano usciti dalle sue stesse pagine.

  • Il matrimonio con la cugina tredicenne: questo fatto, oggi inquietante, era socialmente più accettabile all’epoca, ma rimane un aneddoto centrale della sua vita. Il legame con Virginia era intenso e idealizzato; la sua morte precoce lo distrusse;
  • Il mistero della morte: il ritrovamento in stato di incoscienza, gli abiti logori e non suoi, il delirio. Le ipotesi spaziano dall’alcolismo (l’epatite o la cirrosi), all’ipoglicemia, a un tumore al cervello, fino alla teoria più suggestiva del cooping. Un uomo che aveva scritto La sepoltura prematura muore in circostanze così misteriose da sembrare la trama di un suo racconto;
  • L’allucinazione a Providence: dopo la morte di Virginia, in uno dei suoi momenti di maggior squilibrio, raccontò di aver avuto una visione di una donna bellissima, “più bella di qualsiasi altra creatura terrena”, che lo chiamava. La seguì, ma lei scomparve. Alcuni vedono in questo un’allucinazione alcolica, altri l’ennesima prova della sua mente popolata da fantasmi;
  • L’astemia che beveva: paradossalmente, Poe aveva una soglia alcolica bassissima. Un solo bicchiere di vino poteva farlo stare male per giorni. I suoi crolli non erano quelli di un bevitore abituale, ma scoppi di ubriachezza patologica, spesso innescati da un periodo di stress. Questo rendeva la sua dipendenza ancora più drammatica e imprevedibile;
  • La gatta Catterina: durante la malattia di Virginia, Poe passava ore a scrivere, con la loro gatta, Catterina, accoccolata sulle spalle o sul petto. La stessa gatta che compare, trasfigurata, nel racconto Il gatto nero, forse a simboleggiare il senso di colpa per la miseria in cui vivevano.
     

La paura del buio e l’angoscia come prigione

L’ossessione per l’oscurità attraversa in modo così capillare la produzione letteraria e l’universo interiore di Poe da potersi definire una vera e propria fobia, le cui radici affondano in un’angoscia di tipo esistenziale. Il suo timore non aveva la semplicità di quello infantile, ma assumeva i contorni di una paura metafisica: il terrore non solo di quanto l’ombra cela, ma anche di ciò che essa svela riguardo l’intimità più profonda dell’animo umano. Per cogliere fino in fondo questa complessità, è necessario immergersi nel nucleo generatore della sua poetica del terrore, che risiede nell’angoscia.

Rispetto al semplice concetto di "paura", per Poe risulta più calzante impiegare il termine angoscia Questa parola possiede una forza espressiva maggiore, poiché connette in modo inscindibile la dimensione fisica e quella psichica della sofferenza. Derivando dal latino angere, che significa "stringere", l’angoscia evoca una costrizione corporea, una mancanza di respiro, e al contempo l’immagine di uno spazio che si contrae opprimendo chi vi è racchiuso. Questa dinamica trova la sua esemplificazione più compiuta ne Il pozzo e il pendolo (The Pit and the Pendulum, 1842).

In questo racconto, il prigioniero dell’Inquisizione spagnola si risveglia in un’oscurità totale, in uno spazio indefinito che è insieme cella e limbo. L’origine della sua sofferenza non è solo la reclusione, ma la totale perdita di autonomia: la sua esistenza è nelle mani di aguzzini invisibili che decretano ogni suo istante. Immobile in quel non-luogo, privo di ogni punto di riferimento con il mondo esterno, il suo incubo peggiore diventa l’attesa, il continuo prefigurarsi di orrori futuri, minuto dopo minuto.

È in questo scenario che la paura del buio esplode in tutta la sua potenza. L’assenza di luce impedisce al prigioniero di orientarsi, di conoscere ciò che lo circonda. È vittima di un vero e proprio horror vacui, perché il suo terrore più grande non è l’eventualità di imbattersi in qualcosa di spaventoso, ma la prospettiva di non trovare assolutamente nulla. Inizia così una lotta disperata per dare un ordine al caos: tastando le pareti umide cerca di misurarne l’estensione, una cella che inizialmente gli era parsa una sepoltura. Questo tentativo compulsivo di dare una dimensione allo spazio è il suo unico modo per tenere a bada l’angoscia.

Esplorando al buio, l’uomo scopre i due congegni mortali celati nella prigione: il pendolo con la sua lama affilata che scende inesorabile e il pozzo, simbolo di una dannazione infernale. La lenta discesa della lama, come il racconto stesso chiarisce, rappresenta lo scorrere del Tempo, che conduce ineluttabilmente ogni essere umano verso la propria morte. Dopo essersi miracolosamente sottratto alla lama, il prigioniero deve affrontare un’altra prova angosciante: le pareti della cella che iniziano a stringersi, diventando incandescenti. La descrizione di questa sensazione di soffocamento e di spazio che si riduce riproduce fedelmente il panico claustrofobico, la visione di una gabbia che si fa sempre più piccola fino a stritolare.

A questo punto il cerchio si chiude, riconnettendosi al significato etimologico di angoscia e agonia, termini che condividono la stessa radice.

Alla luce di tutto ciò, appare chiaro come il timore del buio in Poe non fosse una semplice fissazione, ma il vero propulsore della sua creatività: un tentativo ostinato di dare voce all’inenarrabile, di imporre una struttura al disordine, di ricercare un significato dentro quella tenebra che alla fine lo ha divorato. I suoi scritti rappresentano il grido straziante di un individuo che ha spinto lo sguardo troppo in profondità nell’abisso e, esattamente come i suoi stessi protagonisti, non ha potuto sottrarsi dal raccontarlo, convertendo la sua sofferenza privata in una gabbia universale nella quale, ancora oggi, cadiamo leggendo le sue pagine.