Arnold Schönberg e la paura del numero tredici
Arnold Schönberg e la paura del numero tredici
Schönberg: genio dodecafonico, pittore e la fobia del 13
Arnold Schönberg (1874-1951) è una delle figure più enigmatiche e influenti della musica del XX secolo. Compositore, teorico, pittore e insegnante, la sua vita fu un crocevia di innovazioni artistiche e di profonde, a volte irrazionali, convinzioni personali. La sua eredità è indissolubilmente legata alla nascita della dodecafonia, un metodo compositivo che ha ridefinito il linguaggio musicale, ma anche a una curiosa e persistente fobia: la triskaidecafobia, ovvero la paura del numero 13.
Dalle radici viennesi alla rivoluzione dodecafonica
Nato a Vienna il 13 settembre 1874, Schönberg fu in gran parte un autodidatta. Sebbene ricevette brevi lezioni di contrappunto da Alexander von Zemlinsky, suo futuro cognato, la sua formazione musicale fu frutto di uno studio instancabile e di una profonda riflessione sui classici. Le sue prime opere, come il sestetto d’archi “Verklärte Nacht” (Notte trasfigurata) del 1899, mostrano ancora un forte legame con la tradizione tardo-romantica tedesca, in particolare con Wagner e Brahms.
Tuttavia, Schönberg sentiva l’esigenza di superare i limiti del sistema tonale tradizionale. Questa ricerca lo portò, nei primi anni del Novecento, all’atonalità e successivamente, intorno agli anni ‘20, alla formulazione del suo metodo più celebre: la dodecafonia. Questo sistema compositivo si basa sull’uso di una “serie” di dodici note della scala cromatica, in cui nessuna nota viene ripetuta prima che tutte le altre undici siano state utilizzate. L’obiettivo era garantire che tutte le note avessero la stessa importanza, eliminando la gerarchia tonale e aprendo nuove possibilità espressive. Opere come “Pierrot Lunaire” (1912), un ciclo di 21 melodrammi per voce e ensemble da camera che impiega lo Sprechgesang (canto parlato), e l’opera incompiuta “Moses und Aron”, sono esempi emblematici della sua evoluzione stilistica.
Il lato nascosto: pittore, inventore e appassionato di tennis
Oltre alla musica, Schönberg coltivò una passione intensa per la pittura, diventando un esponente del movimento espressionista. Tra il 1906 e il 1912, realizzò numerosi dipinti a olio, acquerelli e disegni, esponendo persino con il celebre gruppo “Der Blaue Reiter” (Il Cavaliere Azzurro) su invito del suo amico e collega artista Vasilij Kandinskij. I suoi “Sguardi” e autoritratti non miravano alla rappresentazione della bellezza esteriore, ma a esprimere stati d’animo e visioni interiori, in un parallelo sorprendente con la sua ricerca musicale.
La sua mente brillante e curiosa si estendeva anche al campo delle invenzioni. Schönberg ideò una variante degli scacchi per quattro giocatori, chiamata “Coalition Chess”, giocata su una scacchiera 10x10, e persino un sistema di notazione per registrare le partite di tennis, sport di cui era un grande appassionato.
Tra le sue invenzioni più pratiche, si annoverano una macchina per scrivere musica e un distributore di biglietti, testimonianza della sua costante ricerca di soluzioni innovative in ogni aspetto della vita.
La triskaidecafobia: un’ombra sul genio
La vita di Schönberg fu segnata da una fobia profonda e irrazionale per il numero 13, nota come triskaidecafobia. Questa paura lo perseguitò per tutta la vita, influenzando persino le sue decisioni artistiche e personali. Un esempio lampante è il titolo della sua opera “Moses und Aron”: il titolo originale, “Moses und Aaron”, conteneva tredici lettere. Per evitare questa “sventura”, Schönberg rimosse una “a” dal nome di Aronne, riducendo il conteggio a dodici lettere.
La sua fobia era così radicata che evitava di numerare la pagina 13 o la battuta 13 nelle sue partiture, sostituendole spesso con “12a” o simili.
Ma la coincidenza più inquietante riguarda la sua nascita e la sua morte. Schönberg nacque il 13 settembre 1874. Morì il 13 luglio 1951, un venerdì, all’età di 76 anni. La somma delle cifre della sua età (7+6) fa proprio 13. La moglie, Gertrud, raccontò che il giorno della sua morte, Schönberg rimase a letto, tormentato dall’ansia e dalla convinzione che qualcosa di terribile stesse per accadere.
Morì alle 23:45, quindici minuti prima della fine di quel fatidico giorno 13
Ma come si conciliano la dimensione del genio che inventa la dodecafonia con l’uomo che ha il terrore per il numero tredici?
La dodecafonia, con la sua logica ferrea e la sua emancipazione dalla tradizione, potrebbe essere interpretata come un tentativo di Schönberg di imporre un ordine al caos, sia musicale che forse esistenziale. In un mondo che percepiva come imprevedibile e minaccioso (simboleggiato dalla sua fobia), la creazione di un sistema musicale totalmente controllato, dove ogni elemento è predeterminato e interconnesso, potrebbe aver rappresentato un rifugio, un’oasi di razionalità. La serie dodecafonica, con le sue dodici note, diventa un microcosmo di equilibrio, un contrappunto alla minaccia incombente del numero “sfortunato” e, per lui, innominabile. Quasi che l'aver codificato la musica in dodici note l'avesse poi intrappolato in quel mondo intellettuale che si era costruito, rendendo inaccessibile quella tredicesima, impossibile nota, capace di condizionare tutto il suo mondo, numerico e non, costringendolo a respingere il 13.
Inoltre, la sua fobia potrebbe aver alimentato una tendenza al controllo e alla precisione che si rifletteva nella sua musica. La necessità di evitare il 13, di manipolare i nomi e le numerazioni, rivela una mente che non lasciava nulla al caso, una caratteristica essenziale per la costruzione di complesse strutture dodecafoniche. La sua arte, quindi, non sarebbe solo il prodotto di una brillante intuizione musicale, ma anche il riflesso di una personalità profondamente segnata da paure e dalla necessità di dominarle attraverso la creazione di sistemi rigorosi.
L’eredità di un visionario
Arnold Schönberg fu costretto a emigrare negli Stati Uniti nel 1933 a causa delle persecuzioni naziste, essendo di origine ebraica. Negli USA continuò la sua attività di compositore e insegnante, influenzando generazioni di musicisti.
La sua figura rimane quella di un visionario che, con coraggio e determinazione, ha sfidato le convenzioni musicali del suo tempo, aprendo la strada a nuove forme di espressione. La sua musica, complessa e spesso impegnativa, continua a essere studiata e ammirata per la sua profondità intellettuale e la sua audacia innovativa, rendendolo un pilastro della musica moderna, nonostante le sue eccentricità e le sue paure più intime.