Un Borges per i Longobardi

tomba di jorge luis borges
tomba di jorge luis borges

Un Borges per i Longobardi

 

Abstract

La figura di Droctulft, guerriero longobardo sepolto a Ravenna ed evocato da Jorge Luis Borges in Storia del guerriero e della fanciulla prigioniera, rappresenta un caso paradigmatico di seduzione culturale. Nel racconto di Borges, Droctulft, affascinato dall’ordine e dall’architettura classica della città, abbandona il proprio popolo e sceglie invece di difendere Ravenna contro la fara longobarda che l’assedia, incarnando così l’attrazione esercitata da un modello civilizzativo differente.

Partendo da questo suggerimento letterario, il presente studio sviluppa un argomento a contrario. Piuttosto che confermare un’immagine semplificata delle società barbariche—ridotte a violenza, onore e primitivismo—si propone di dimostrare una realtà più complessa e intrecciata, in cui istituzioni giuridiche, strutture politiche ed ethos guerriero interagiscono secondo logiche interne coerenti.

Riconsiderato sotto questa luce, il caso longobardo sfugge sia alla tradizionale “leggenda nera” sia alla sua idealizzazione letteraria, rivelando invece un ordine giuridico formativo caratterizzato da pluralismo legale, legami personali di fedeltà e prime forme di regolazione dei conflitti, all’interno di un più ampio quadro di intreccio culturale. In questo senso, il mondo longobardo può essere letto come un caso di intreccio culturale, in cui le strutture giuridiche e i valori simbolici co-evolvono.

The figure of Droctulft, a Lombard warrior buried in Ravenna and evoked by Jorge Luis Borges in Story of the Warrior and the Captive Maiden, represents a paradigmatic case of cultural seduction. In Borges’ account, Droctulft, fascinated by the order and classical architecture of the city, abandons his own people and chooses instead to defend Ravenna against the Lombard fara besieging it, thereby embodying the attraction exercised by a different civilizational model. Starting from this literary suggestion, the present study develops an argument a contrario. Rather than confirming a simplified image of barbarian societies—reduced to violence, honor, and primitivism—it aims to demonstrate a more complex and intertwined reality, in which legal institutions, political structures, and warrior ethos interact according to coherent internal logics. Reconsidered in this light, the Lombard case escapes both the traditional “black legend” and its literary idealization, revealing instead a formative legal order characterized by legal pluralism, personal bonds of loyalty, and early forms of conflict regulation, within a broader framework of cultural entanglement. In this sense, the Lombard world may be read as a case of cultural entanglement, where legal structures and symbolic values co-evolve.

 

L’ordinamento longobardo tra realtà e “leggenda nera”

I regni romano-barbarici vengono tradizionalmente descritti attraverso due coordinate fondamentali: da un lato, la personalità del diritto in ambito privato; dall’altro, un diritto penale di matrice germanica, fondato su logiche compensative e comunitarie più che su astratte costruzioni statuali. È una rappresentazione corretta, ma spesso irrigidita in stereotipo, e proprio da qui conviene partire per smontare quella che può essere definita, senza eccesso, una vera e propria “leggenda nera”.

Nel caso longobardo, l’assetto istituzionale rivela una struttura meno primitiva di quanto si sia voluto credere. La costituzione materiale del regno si incarna nell’exercitus, l’assemblea dei liberi armati, che si riunisce a Pavia. Non si tratta di un organo meramente simbolico: esso elegge il re — scelto tra le famiglie di maggior prestigio —, approva le leggi e partecipa alla sanzione degli accordi di rilevanza esterna. In filigrana, si intravede un embrione di legittimazione politica che, pur lontano dai modelli moderni, non è privo di una sua razionalità.

Certo, accanto a questa dimensione “centrale”, permane una forte autonomia dei duchi, che governano porzioni rilevanti del territorio con margini di indipendenza assai ampi. Ma anche questo dato, lungi dall’essere segno di arretratezza assoluta, riflette una logica di equilibrio tra potere regale e strutture locali: un pluralismo che, se osservato senza pregiudizi, appare più come adattamento a condizioni storiche concrete che come mera disfunzione.

Ed è qui che la “leggenda nera” va incrinata. Pretendere da un ordinamento altomedievale — collocato ben prima dell’anno Mille — categorie di statualità piena, uniformità normativa o centralizzazione amministrativa significa proiettare all’indietro modelli che non gli appartengono. È, in fondo, un errore di prospettiva.

A ben vedere, la coesistenza di regimi giuridici differenziati non rappresenta un’anomalia assoluta. Fino all’Editto di Caracalla, l’ordinamento romano stesso distingueva nettamente tra cittadini e non cittadini, con conseguenze profonde sul piano dei diritti. Analogamente, nell’Atene classica, i meteci vivevano stabilmente nella città senza godere della piena cittadinanza.

In questa luce, la personalità del diritto nei regni romano-barbarici — e in particolare nel mondo longobardo — appare meno come una regressione e più come una delle tante forme storiche di organizzazione della pluralità. Non un’eccezione scandalosa, ma una variazione sul tema, coerente con un’epoca in cui l’unità giuridica era ancora un orizzonte lontano.

 

Dalla consuetudine all’Editto: Rotari e la scrittura del diritto

Il passaggio decisivo, nell’esperienza longobarda, è segnato dall’Editto di Rotari. Con esso, un diritto fino ad allora prevalentemente consuetudinario viene fissato in forma scritta. Non è ancora un codice nel senso moderno, ma è già qualcosa di più di una mera raccolta: è un atto politico, un gesto di autorità che ordina e cristallizza pratiche vive.

Rotari non inventa: raccoglie, seleziona, stabilizza. E proprio in questo si coglie la cifra dell’ordinamento longobardo — non la costruzione astratta, ma la formalizzazione del reale.

Tra gli istituti più emblematici emerge il guidrigildo, cioè il sistema di composizione pecuniaria del danno. A ogni offesa corrisponde un prezzo, variabile secondo la condizione della persona lesa. È un diritto che può apparire “rozzo” allo sguardo moderno, ma che in realtà persegue un obiettivo preciso: sostituire la vendetta con la misura.

Dove prima c’era la spirale della faida, il guidrigildo introduce una grammatica del conflitto: quantifica, limita, chiude. Non è giustizia egualitaria, certo; ma è già giustizia che si sottrae all’arbitrio immediato della forza. In altre parole, è un passo — forse il primo — verso la monopolizzazione del conflitto da parte dell’ordine giuridico.

 

Ethos guerriero, fedeltà e onore: una lettura antropologica

Se si abbandona per un momento la lente strettamente giuridica, l’ordinamento longobardo rivela una struttura più profonda, che appartiene all’antropologia delle società guerriere. Istituti come il guidrigildo non sono soltanto strumenti tecnici di composizione del conflitto, ma riflettono una visione del mondo fondata su onore, appartenenza e reciprocità.

In questo quadro si colloca la trustis, la cerchia di fedeli legati al capo da un vincolo personale che è insieme politico e quasi esistenziale. Non si tratta di subordinazione burocratica, ma di una fedeltà che implica riconoscimento, protezione e condivisione del destino. Una dinamica che trova eco anche nella riflessione letteraria di J. R. R. Tolkien, in particolare in Albero e foglia, dove il mondo eroico germanico è restituito nella sua dimensione più autentica: quella di una comunità tenuta insieme da legami personali più che da strutture astratte.

L’onore, in questo contesto, non è un valore accessorio, ma il criterio ordinante dell’azione. Emblematico è l’episodio — tramandato nella tradizione anglosassone — del confronto tra guerrieri vichinghi e il capo sassone Beorhtnoth. I primi rifiutano uno scontro facilitato dalla difesa di un ponte, ritenuta indegna; il secondo accetta la sfida in campo aperto, per non sottrarsi a un codice condiviso di valore. La scelta, come noto, conduce alla sconfitta. Ma proprio in questa sconfitta si manifesta la logica profonda di quel mondo: meglio perdere con onore che vincere sottraendosi alla prova. Dunque, la scelta, a lungo letta come errore militare,  appare piuttosto come fedeltà a un codice dell’onore condiviso, in cui la vittoria ottenuta tramite vantaggio tattico rischia di risultare moralmente inferiore.

Trasposta nel contesto longobardo, questa tensione aiuta a comprendere perché il diritto non miri tanto a eliminare il conflitto, quanto a incanalarlo entro forme riconosciute. Il guidrigildo, la faida regolata, la fedeltà personale: tutto concorre a costruire un equilibrio instabile ma significativo, in cui la violenza non è negata, bensì disciplinata secondo codici condivisi.

Da questa prospettiva, la “leggenda nera” appare ancora una volta riduttiva. Non si tratta di società prive di ordine, ma di mondi in cui l’ordine si fonda su categorie diverse da quelle moderne: non l’astrazione della legge uguale per tutti, ma la concretezza del legame, dell’onore e della parola data.

La trustis longobarda rappresenta una delle matrici più rilevanti per comprendere l’evoluzione delle strutture politiche medievali. In essa si coglie un modello di relazione fondato su fedeltà personale, protezione reciproca, condivisione del rischio.

Questi elementi, lungi dall’esaurirsi nell’esperienza longobarda, si proiettano nel tempo e contribuiscono alla formazione del vincolo vassallatico tipico dell’età feudale.

Il passaggio non è meccanico, ma la continuità è evidente: alla base del rapporto tra signore e vassallo si ritrova la stessa logica della fedeltà incarnata, non mediata da istituzioni impersonali. Il potere non è ancora ufficio, ma relazione.

In questo senso, l’ordinamento longobardo si colloca come anello intermedio tra il mondo antico e quello pienamente medievale: non una parentesi disordinata, ma una fase di trasformazione in cui categorie nuove — personali, simboliche, relazionali — iniziano a strutturarsi in forme durevoli.

Bibliografia

  • Jorge Luis Borges, L'Aleph. Milano: Adelphi, 2003.
  • J. R. R. Tolkien, Albero e foglia. Milano: Bompiani, 2000.
  • Paolo Diacono, Historia Langobardorum. Milano: Mondadori, 1992.