Magnifica humanitas

Leone XIV rilegge il Magistero della Chiesa e traccia la strada per una antropologia nell’epoca della Intelligenza Artificiale

Leone XIV (tratta da Wikimedia Commons)
Leone XIV (tratta da Wikimedia Commons)

Magnifica humanitas

 

Nel 135° anniversario della “Rerum novarum”, il Pontefice Leone XIV riflette nella sua prima enciclica, “Magnifica humanitas”, sulla Dottrina sociale della Chiesa nel tempo dell’intelligenza artificiale. L’appello a custodire “una magnifica umanità abitata da Dio”, promuovendo verità, dignità del lavoro, giustizia sociale e pace. Nell’era digitale, occorre disarmare l’IA e superare la teoria della “guerra giusta”, rilanciando dialogo e multilateralismo.

«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». L’incipit della prima enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale ne riassume le ragioni di fondo e lo scopo. Pubblicata lunedì 25 maggio, è stata firmata dal Pontefice lo scorso 15 maggio, nel 135° anniversario della promulgazione della Rerum novarum di Leone XIII. E del suo predecessore Papa Prevost ha raccolto l’eredità, scrivendo un’enciclica sociale che affronta una delle principali sfide dell’epoca contemporanea: l’intelligenza artificiale.

 

Suddivisa in cinque capitoli, più un’introduzione e una conclusione, Magnifica humanitas parte da un assunto: la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», né «di per sé un male. Tuttavia, essa «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa». Di qui, il richiamo del Pontefice a «costruire nel bene» e a «rimanere umani», seguendo la logica della corresponsabilità coraggiosa, della sussidiarietà, della comunione, affinché «il mondo possa riconoscere… nel cuore dell’essere umano il luogo dove Dio desidera abitare».

Per scegliere la strada “giusta”, occorre un Pensiero Dinamico (cap. 1), che guardi alla Dottrina Sociale della Chiesa seguendo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II: ascoltare, discernere e interpretare i nostri tempi alla luce del Vangelo, per poter restituire all’umanità la verità rivelata, sebbene attraverso i linguaggi del presente.

Per meglio leggere le res novae del nostro tempo in funzione della dignità della persona, ci vengono in aiuto i Fondamenti e Principi della Dottrina Sociale della Chiesa (cap. 2). I fondamenti riguardano l’essere umano, immagine del Dio trinitario e, in quanto tale, detentore di diritti inviolabili e di un’intrinseca dignità, senza distinzioni. I principi sono quelli del bene comune, della destinazione universale dei beni, della sussidiarietà e della solidarietà, nonché della giustizia sociale, che se posti a cardine delle relazioni sociali portano a quello che per primo Paolo VI ha riassunto nel concetto di sviluppo umano integrale.

 

E giungiamo così al fulcro del tema, ovvero il rapporto tra tecnica, potere e persona umana (cap. 3). Sebbene Papa Leone riconosca il valore dello sviluppo tecnologico quale espressione della creatività umana, mette in guardia dal rischio che esso diventi criterio assoluto di giudizio. Le intelligenze artificiali, scarne di esperienze, valori e sentimenti, non possono e non devono mai assumere un ruolo di responsabilità e supremazia sull’intelligenza umana.

Per sfuggire tale pericolo è necessario, dunque, Custodire l’Umano nella Trasformazione (cap. 4). Il primo ambito cui prestare attenzione è quella della verità: in un’era in cui tutto è manipolabile, è necessario custodire un’educazione critica che ci permetta di distinguere il vero dal falso. Il secondo è il lavoro: quando il criterio dominante diventa l’efficienza, il lavoro rischia di perdere il suo valore umano e relazionale. Il terzo ambito è quello della libertà: minacciata dalle dipendenze digitali dalla raccolta massiva dei dati, a difesa di questa si richiedono regole giuste, responsabilità condivisa ed educazione. Per custodire le condizioni di una vita autenticamente umana, capace di verità, lavoro dignitoso e libertà reale, è necessario uno sforzo corale.

A questo punto della Lettera Enciclica, Papa Leone ricorda che l’intelligenza artificiale ha effetti, spesso drammatici anche sulla guerra. Le innovazioni tecnologiche non si limitano a rendere più efficienti i mezzi di difesa, ma rischiano di automatizzare e rendere impersonali scelte che coinvolgono la vita e la morte, che per questo richiederebbero etica e responsabilità morale. Questa è La Cultura della Potenza alla quale si contrappone La Civiltà dell’Amore (cap. 5). Di fronte alla deriva che tende a preferire l’efficacia dei mezzi al giudizio morale e gli esiti militari alla tutela della vita umana, l’unica prospettiva di salvezza è una civiltà fondata su giustizia, fraternità e dialogo. Nella civiltà dell’amore, tutti possiamo fare la nostra parte, iniziando dal disarmo delle parole, praticando la giustizia, assumendo lo sguardo delle vittime, coltivando il dialogo, senza rifugiarsi nell’idealismo, ma affidandosi a un realismo sano. Tutte queste buone pratiche trovano forza vitale nella preghiera.

Il capitolo conclusivo si sofferma sulla dimensione spirituale e teologica. La misericordia di Dio, che attraversa la storia, pone al centro il mistero dell’Incarnazione. Dio si è fatto uomo e ci ha insegnato la vera umanità, e un’attenzione preferenziale verso gli ultimi. In questo risiede la grandezza dell’essere umano, non nella potenza tecnica, bensì nella libertà, l’amore e la grazia. In un’epoca che genera esclusione, siamo chiamati, quali fratelli e sorelle riuniti in un «un solo corpo in Cristo», a custodire legami, in particolare attraverso la solidarietà e la cura dei più fragili.

Custodire l’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale è, quindi, una responsabilità comune e condivisa. Torna qui l’immagine iniziale di contrapposizione tra la torre di Babele e la Città Santa: alla costruzione di quale cantiere vogliamo contribuire? Se saremo “saggi architetti” e costruttori fedeli alla verità, che curano le relazioni e investono nell’educazione, amanti della giustizia e della pace l’umanità non perderà la propria magnificenza. È importante, dunque, non rimanere spettatori rassegnati, ma tessitori di speranza, con la stessa fede di Maria che, nella sua umiltà, sotto un dominio straniero e con un popolo umiliato e diviso, è stata capace di vedere l’invisibile e salvifica opera di Dio.

Per centouno volte torna la parola “dignità” dell'uomo nell’enciclica “Magnifica humanitas” di Leone XIV. E per sessantuno volte compare l’espressione “bene comune”. Entrambi minacciati dalla «potenza» e della «pervasività delle tecnologie emergenti» che rischiano di far scivolare il mondo verso «una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa ma disumana» in cui la logica che domina è quella «dell’efficienza e del profitto», in cui il potere è concentrato «in poche mani» di attori «privati spesso transazionali, dotati di risorse e capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi», in cui si impone un  «colonialismo» digitale che «si appropria dei dati trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili», in cui si confondono «i confini fra vero e falso», in cui la verità viene manipolata insieme con l’opinione pubblica, in cui «si fa più acuta la preoccupazione» per la disoccupazione (tecnologica), in cui il «controllo sociale» avviene attraverso gli algoritmi che modellano opinioni e idee, in cui le guerre vedono affidare «la scelta di impiegare la forza letale» a «processi automatizzati». È un grido di denuncia, ma al tempo stesso un appello a «restare profondamente umani» e a «sporcarci le mani» per «fermare il cantiere dell’ennesima Babele» quello che lancia Leone XIV dalle pagine della sua prima enciclica.

245 paragrafi dell’enciclica – divisa in cinque capitoli accompagnati da un’introduzione e da una conclusione – non sono un documento programmatico del pontificato, ma un testo di indirizzo in cui vengono proposte le coordinate per approcciarsi ai pericoli e alle potenzialità della rivoluzione digitale o, come la definisce il Papa, della «quarta rivoluzione industriale», richiamando ancora una volta Leone XIII: il “padre” della Dottrina sociale della Chiesa che papa Prevost attualizza e declina nell’odierno “terremoto” tecnologico. Lontana dall’essere «un prontuario di principi e norme da applicare», essa è piuttosto «un cammino di discernimento comunitario», una «teologia della comunione nella storia» che orienta la lettura degli avvenimenti alla luce del Vangelo. Non è un caso che “Magnifica humanitas” sia stata firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della “Rerum novarum”. I riferimenti biblici e patristici – cari a papa Prevost nei suoi discorsi e nelle sue omelie – sono centellinati, mentre è ampio lo spazio dedicato al magistero, soprattutto quello dell’ultimo secolo. Tre i Papi più richiamati: Montini, Giovanni Paolo II, Francesco

Con lungimiranza profetica il Papa anticipando qualsiasi possibile obbiezione, ribadisce con fermezza: «… l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli». Soprattutto se, come adesso, si prospetta un futuro (e un presente) che «riduce l’altro a mezzo», «promette una “salvezza” puramente tecnica» e quindi esclude Dio. Fin dall’inizio dell’enciclica, il Papa invita al «dialogo» con il mondo.

Magnifica humanitas parte da un assunto: la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», né «di per sé un male». A preoccuparlo è il controllo delle infrastrutture digitali e degli algoritmi: non «appannaggio degli Stati» ma delle Big Tech, «pochi grandi agenti economici e tecnologici che, di fatto, fissano le condizioni di accesso, le regole della visibilità e le possibilità stesse di partecipazione». Una concentrazione che alimenta il divario tra inclusi ed esclusi dalla rivoluzione digitale. E un potere che «tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico» e che fa crescere «il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze»

In più passaggi il Pontefice sollecita gli interventi degli Stati con «scelte pubbliche lungimiranti» e regolamentazioni anche internazionali per sottoporre a gestione pubblica l’uso dei dati e delle tecnologie, «così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli». E sottolinea: «Non basta invocare genericamente l’etica. Servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo» e diventerà «fattore di dominio».

Il Papa parla di «ingiustizia silenziosa» che «contraddice l’inalienabilità della persona». Da qui la necessità di «disarmare la tecnologia» che vuol dire «sottrarla ai monopoli» e alla «corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta» per «consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri». Ma, avverte, tutto ciò «non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano».

Al Papa e all’enciclica fa eco Mattarella al Simposio Cotec di Venezia fotografa la situazione mondiale ammonendo: ci sono opportunità nel lavoro e in ogni altro settore, ma anche rischi. Il controllo delle nuove tecnologie, avverte, è nelle mani di pochi soggetti privati.

«Oggi il 99% della popolazione mondiale è un mero utilizzatore passivo delle nuove tecnologie», argomenta, mentre «la capacità di comprenderne i meccanismi, di intervenire nella loro programmazione, è di pochi». Una «tendenza, avverte il presidente della Repubblica italiana, «che va invertita con urgenza», perché ne va delle sorti dell’umanità.  Mattarella lo mette a fuoco con chiara lucidità, precisando come le trasformazioni in atto interpellino «in profondità le nostre democrazie». E si tratta di un cambiamento che non va «demonizzato» ma «governato per esaltarne gli immensi effetti positivi».

L’enciclica riafferma i capisaldi della Dottrina sociale della Chiesa declinandoli per le sfide contemporanee. Il primo è la dignità della persona che, di fronte alla «pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti», tende a essere ridotta a «risorsa da usare e sfruttare» o a «ciò che realizza o produce». Ciò implica l’inviolabilità dei diritti umani, tra i quali il primo è quello alla vita «dal concepimento fino alla sua conclusione naturale».

Un «banco di prova decisivo» è nei migranti, rifugiati, sfollati: il modo in cui la società li tratta dimostra «se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità». Di qui il richiamo sia a custodire «il diritto alla speranza» di quanti sono costretti a partire, garantendo loro vie sicure e legali, accoglienza dignitosa e integrazione; sia a promuovere «il diritto a rimanere» ciascuno nella propria terra in pace e sicurezza, affrontando «le cause profonde delle migrazioni».

Il “morbo” digitale contagia più ambiti. Uno è la comunicazione che può tramutarsi in «disinformazione» per volontà di «coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche» e che intendono «convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio», si legge in “Magnifica humanitas”. Si creano pertanto «sudditi ideali» che non fanno distinzione tra fatto e finzione, determinando una «crisi intorno alla verità»

Il lavoro viene descritto nell’enciclica come la «chiave essenziale» della questione sociale ma anche come ambito «in cui i rischi delle nuove tecnologie emergono con maggiore evidenza». Leone XIV ammette di «temere» una «moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto», denuncia l’«obiettivo di maggiori profitti» che «non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione», chiede «scelte verificabili di tutela» prima di introdurre l’intelligenza artificiale. Perché, avverte, «la libertà economica non è assoluta» e «va sempre misurata sulla dignità di ogni persona».

A scandire l’epoca hi-tech è anche la guerra, fulcro del quinto capitolo dell’enciclica. Il Papa chiama in causa ancora gli algoritmi che favoriscono la polarizzazione e «premiano lo scontro» preparando «culturalmente» i conflitti. 

«la teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra», spiega che «oggi è più che mai importante ribadire il suo superamento».

Il Papa esprime dura  condanna nei confronti di “sistemi d’arma autonomi”: «Non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o comunque irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Perciò l’enciclica chiede che «lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico» siano «sottoposti ai più rigorosi vincoli etici», ma anche che «la catena delle responsabilità» resti «identificabile e verificabile», critica la «logica dell’equilibrio armato e della deterrenza» come antidoto alla guerra; biasima la corsa al riarmo, incluse le armi nucleari miniaturizzate; condanna le guerre “ibride” che coinvolgono il terreno economico, finanziario, informatico, sfruttando la disinformazione e la paura per influenzare l’opinione pubblica e presentare l’aumento delle spese militari come “unica risposta” a un futuro incerto; ritiene irresponsabile la “Realpolitik” che semina nelle coscienze e nelle culture la rassegnazione a una guerra ineluttabile e qualifica la pace come un’utopia.

Il Papa propone alcune piste di «pace che nasce dalla vera giustizia»: la necessità di «disarmare le parole», ossia rifiutare il linguaggio dell’odio e della contrapposizione; «assumere lo sguardo delle vittime» perché «non è giusto rimanere neutrali» in mezzo ai conflitti; scommettere sulla «cultura del negoziato» e rilanciare il dialogo in nome della pace possibile.

Nel capitolo sui conflitti nell’era digitale è riproposta l’intuizione di Giorgio La Pira: «Al metodo della guerra, bisognerà sostituire il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano». E, di fronte alle ingiustizie, il Papa richiama il ruolo della cultura e dell’arte come argine alla «normalizzazione del male…”. 

 

Lucio Motta