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Internet e le nuove tecnologie: cosa è il cyberbullismo e come si relaziona alla normativa vigente

16 maggio 2017 -
Internet e le nuove tecnologie: cosa è il cyberbullismo e come si relaziona alla normativa vigente

[Contributo selezionato da Filodiritto tra quelli ricevuti nell’ambito del concorso promosso da ELSA nel 2016 sul tema: “Internet e le nuove tecnologie”]

 

Indice:

Introduzione e statistiche

Sent. Vivi Down c. Google s. r. l.

Sent. Tiziana Cantone

La legge Italiana

Comparazione tra leggi Statunitensi e normativa dell’Unione Europea

Conclusioni

 

Uno tra gli argomenti caldi della cronaca, il cyberbullismo rappresenta sempre di più una minaccia sociale. Con questo breve saggio si mira a delinearne i contorni, presentando innanzitutto due esempi concreti risolti dalla giurisprudenza. Si procederà poi ad analizzare il trattamento che le leggi Italiane ed estere gli riservano - in una prospettiva comparatistica.

Partendo dalla definizione che Smith diede, il cyberbullismo (o bullismo on-line) consiste in una forma di prevaricazione volontaria e ripetuta nel tempo, attuata mediante uno strumento elettronico, perpetrata contro un singolo o un gruppo con l’obiettivo di ferire e mettere a disagio la vittima di tale comportamento che non riesce a difendersi (Smith et al., 2006[1]).

Alcuni studi condotti in merito hanno evidenziato diverse forme di questo fenomeno:

  • Flaming: messaggi online violenti e volgari (vedi “flame”) diretti a suscitare battaglie verbali in un forum.
  • Molestie(harassment): spedizione ripetuta di messaggi insultanti mirati a ferire qualcuno.
  • Denigrazione: sparlare di qualcuno per danneggiare gratuitamente e con cattiveria la sua reputazione, via e-mail, messaggistica istantanea, gruppi su social network, etc.
  • Sostituzione di persona(“impersonation”): farsi passare per un’altra persona per spedire messaggi o pubblicare testi reprensibili.
  • Inganno: (trickery); ottenere la fiducia di qualcuno con l’inganno per poi pubblicare o condividere con altri le informazioni confidate via mezzi elettronici.
  • Esclusione: escludere deliberatamente una persona da un gruppo online per provocare in essa un sentimento di emarginazione.
  • Cyber-persecuzione(“cyberstalking”): molestie e denigrazioni ripetute e minacciose mirate a incutere paura.
  • Doxing: diffusione pubblica via internet di dati personali e sensibili.
  • Minacce di morte[2]

Tutte queste forme di violazione della dignità delle persone mostrano dunque un denominatore comune: l’utilizzo delle nuove tecnologie. Certamente, tale minaccia sociale esisteva già prima del loro impiego massiccio, ma le percentuali di persone colpite invitano a non sottovalutare il fenomeno, che è diffuso soprattutto tra i ragazzi e gli adolescenti.

Statistiche:

È proprio su questa fascia d’età (11-17 anni) che si è concentrato l’ultimo studio condotto dall’ISTAT nel 2014[3]: esso rivela che in quell’anno, poco più del 50% degli intervistati ha subito offese e/o violenze e, di questi, quasi un terzo le vive ripetutamente.

“Vittime” e “carnefici” sono in generale coetanei e (forse a sorpresa) residenti al Nord (23%). Sono le ragazze le più colpite (20,9% contro il 19,8% dei ragazzi) e i soprusi sono registrati in maggioranza nei licei (19,4% piuttosto che negli istituti tecnici e professionali, rispettivamente 16% e 18,1%). Analizzando però i dati strettamente inerenti il cyberbullismo, si nota che quasi il 6% di coloro che utilizzano uno smartphone e/o PC “denuncia di aver subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network”. 

 

Rispetto al bullismo “classico”, la sua versione on-line presenta una novità nelle conseguenze: infatti, se da un lato il mero bullismo poteva rimanere circoscritto, questo è di fatto impossibile se attuato in Rete. Come ormai è noto, infatti, una volta che un contenuto di qualsiasi natura finisce in Rete, è oltremodo difficile, se non addirittura impossibile, cancellarlo. È irreversibile.

Un altro studio condotto dalla Telefono Azzurro ONLUS ha dimostrato che dal Settembre 2015 al Giugno 2016 è stato gestito 1 caso al giorno di bullismo o cyberbullismo, un dato allarmante giacché riguarda i più piccoli[4].

 

Sentenza Vivi Down c. Google:

A questo proposito, è proprio un minore la vittima del caso “Vivi Down c. Google”.

Al centro della situazione sono un gruppo di ragazzini che, senza consenso alcuno, hanno messo in rete un video che li riprende all’interno di una scuola mentre offendono pesantemente un coetaneo affetto da sindrome di Down e l’associazione Vivi Down. Quello che però ha trasformato il caso in un vero e proprio leading case è la presa di posizione assunta dalla Corte di Cassazione con riferimento alla responsabilità degli Internet providers.

Nel caso di specie, l’Associazione ricorrente aveva intentato un procedimento penale contro quattro host providers presso Google. L’accusa è quella di diffamazione - verso il minore e verso l’associazione - e di trattamento illecito di dati personali.

 

Giudizi di merito - I grado:

In primo grado, il giudice aveva assolto gli imputati dal concorso nel delitto di diffamazione ex articolo 595, c.p. posto che non si comprende come i manager avrebbero potuto impedire ex ante la realizzazione del reato in questione, ed in ogni caso perchè il d. lgs 196/2003 (Codice della privacy) nel nostro ordinamento esclude un obbligo di vigilanza degli host providers su quanto diffuso dagli utenti. Affinché si configuri una responsabilità per omissione, il nostro ordinamento prevede infatti che si rinvenga I. una posizione di garanzia in capo all’imputato e II. l’effettiva possibilità per lo stesso di eseguire un preventivo controllo sui contenuti immessi. La posizione di garanzia non può delinearsi per l’Internet host provider in quanto manca una specifica disposizione. Relativamente al secondo punto, è materialmente impossibile per un ISP operare un controllo effettivo su ogni video caricato da terzi, stante l’ingente numero di dati. Del resto, come afferma la Corte, <<l’obbligo del soggetto web di impedire l’evento diffamatorio imporrebbe allo stesso un filtro preventivo su tutti i dati immessi in rete, che finirebbe per alterarne la sua funzionalità>>.

In merito al trattamento illecito, viene però rinvenuta una responsabilità degli imputati sulla base dell’articolo 167 del decreto legislativo 70/2003 (e-commerce), avendo dovuto questi avvisare gli uploaders sugli “obblighi agli stessi imposti dalla legge, del necessario rispetto degli stessi, dei rischi che si corrono non ottemperandoli” (ex articolo 13, ibid.).



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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