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Il riconoscimento della tutela costituzionale del diritto alla privacy in India

13 dicembre 2017 -

Di Monica Senor

 

Il diritto alla privacy è un diritto fondamentale dell’uomo che trova riconoscimento costituzionale in quanto connaturato al diritto alla vita ed alla libertà personale tutelati dall’articolo 21 nonché alle altre libertà garantite nella Parte III della Costituzione indiana, con espresso annullamento della precedente giurisprudenza contraria e vincolante.

 

1. Premessa

In data 24 agosto 2017, con una importante sentenza[1], la Corte Suprema dell’India ha riconosciuto che il diritto alla privacy è un diritto fondamentale dell’uomo riconducibile all’articolo 21 della Costituzione indiana che tutela il diritto alla vita ed alla libertà personale ed alle libertà garantite dalla Parte III della stessa Costituzione[2].

La decisione è stata immediatamente definita, e può effettivamente essere considerata, storica perché, contestualmente all’enunciazione del principio di cui sopra, annulla la precedente giurisprudenza contraria e vincolante basata sulle decisioni M P Sharma e Kharak Singh risalenti, rispettivamente, al 1954 ed al 1962.

Pronunciata all’unanimità da un collegio di nove giudici, la sentenza è un provvedimento strutturato, analogamente alle pronunce della Corte Suprema statunitense, in una serie di motivazioni parallele: la majority opinion, che rappresenta la parte più lunga ed approfondita del provvedimento, è stata sottoscritta da quattro Giudici e dal Presidente della Corte, mentre le concurring opinion sono state redatte singolarmente da ognuno degli altri magistrati componenti l’organo giudicante.

Prima di esaminare le questioni giuridiche e le argomentazioni addotte in sentenza, pare opportuno fare una breve premessa in ordine alle caratteristiche principali del sistema giuridico indiano ed al funzionamento della sua Corte Suprema.

Nell’ordinamento indiano la Costituzione è fonte normativa primaria: entrata in vigore nel 1950, consta di ben 395 articoli ed otto allegati e si ispira a quelle di Stati Uniti, Canada, Australia ed Irlanda.

La Parte III tutela i diritti fondamentali; in particolare l’articolo 21 sancisce che nessuno possa essere privato della vita o della libertà personale se non in forza di una procedura prevista per legge[3].

Il potere giudiziario, a cui viene riconosciuta piena indipendenza, è articolato, sul modello britannico, in tribunali di primo grado ed una High Court per ogni Stato federale ed una Corte Suprema dell’Unione a cui è attribuita una triplice giurisdizione: di ultima istanza sulla giustizia ordinaria, federale e costituzionale[4].

La Corte Suprema è costituita da giudici nominati dal Presidente dell’Unione indiana su proposta del Governo. Il Chief Justice che presiede la Corte è la terza carica della Stato, dopo il Presidente ed il Vice-presidente dell’Unione.

L’articolo 141 della Costituzione prevede che il sistema delle fonti del diritto si debba conformare alla regola del precedente giudiziario vincolante, caratteristica degli ordinamenti giuridici di common law[5].

L’articolo 348, comma 1, stabilisce che tutti i procedimenti e le decisioni della Corte Suprema e delle High Court, nonché gli atti dei Parlamenti dei singoli Stati e dell’Unione siano redatti in lingua inglese[6].

Una peculiarità dell’ordinamento giudiziario indiano, che vedremo essere un elemento fondamentale nella sentenza in commento, è che il numero dei giudici che compongono i collegi giudicanti non è predeterminato dalla legge, ma può variare a seconda di opportunità contingenti[7].

 

2. Il caso

Il caso su cui si è pronunciata la Corte Suprema indiana con la sentenza in commento ha origine nel novembre 2012 con la presentazione di una public interest litigation da parte di un ex giudice dell’High Court dello Stato di Karnataka, K. S. Puttaswamy, contro il Governo indiano in merito al progetto pubblico Aadhaar[8], a parere del petitioner, privo di una valida fonte normativa di riferimento e lesivo della riservatezza dei cittadini.

L’Aadhaar è un codice identificativo univoco assegnato ad ogni soggetto residente in India che confluisce in un database creato e gestito dalla Unique Identification Authority of India (UIDAI), un’Autorità statale creata nel 2016 dall’Aadhaar Act 2016.

Nell’Aadhaar e sulla relativa carta confluiscono non solo le informazioni anagrafiche e demografiche del titolare, ma anche una serie di dati personali di natura biometrica; il suo utilizzo si è andato sempre più diffondendo nel corso degli ultimissimi anni interessando svariati settori ed enti pubblici fino a diventare, di fatto, un adempimento obbligatorio in quanto strumento indispensabile per l’accesso a determinati servizi o per l’ottenimento di determinati benefici.

Nel 2013 la Corte Suprema, prendendo una prima forte posizione nel procedimento de quo, emetteva un intermin order[9] in cui, ribadendo il fatto che l’Aadhaar era (ed è) un codice rilasciato su base volontaria, disponeva che nessun cittadino indiano potesse subire pregiudizi per il solo fatto di non possedere la carta Aadhaar.

Nell’agosto 2015 la Corte Suprema, riunita in un collegio composto da tre giudici, depositava un secondo order[10] in cui, ravvisando nell’implementazione del codice Aadhaar con dati biometrici una potenziale violazione del diritto alla privacy, chiedeva che la questione fosse sottoposta all’esame di un collegio più grande, la cui eventuale decisione favorevole al riconoscimento della privacy come diritto fondamentale potesse avere la forza giuridica necessaria a superare i due importanti precedenti giurisprudenziali vincolanti contrari, le sentenze M P Sharma e Kharak Singh.



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