Le origini del comportamento criminale tra biologia e ambiente
Le origini del comportamento criminale tra biologia e ambiente
Criminogenesi - puntata 1
Predisposizione biologica, ambiente e responsabilità penale: esiste un “gene dell’assassino”?
Abstract: Individui come Leonarda Cianciulli e Pietro Maso hanno ucciso in epoche e per ragioni lontanissime, eppure davanti a entrambi viene naturale porsi la stessa domanda: si nasce assassini o lo si diventa? La prima puntata di Criminogenesi ripercorre le risposte della criminologia, dal delinquente nato di Lombroso alla genetica comportamentale, e spiega perché oggi la predisposizione biologica è considerata un fattore di rischio e non un destino già scritto.
Abstract (English): Leonarda Cianciulli and Pietro Maso killed in different eras and for different reasons, yet both raise the same question: are murderers born or made? The first episode of Criminogenesi traces criminology’s answers, from Lombroso’s born criminal to behavioural genetics, and explains why biological predisposition is now seen as a risk factor rather than a destiny.
1 Due casi, una domanda
Tra il 1939 e il 1940, a Correggio, Leonarda Cianciulli uccise tre donne: Faustina Setti, Francesca Soavi e Virginia Cacioppo. I corpi li fece sparire trasformandoli in sapone e dolci. Il suo obiettivo era quello di offrire dei sacrifici umani in cambio della protezione del figlio maggiore, che doveva partire per la guerra.
Nell’aprile del 1991, nel Veronese, Pietro Maso uccise insieme ad altre persone entrambi i suoi genitori, per potersi impossessare dell’eredità di questi ultimi.
Due storie distanti tra di loro, sia temporalmente sia per quanto riguarda il movente, il contesto e la personalità dei protagonisti. Eppure, davanti a entrambe, l’opinione pubblica si è posta la stessa domanda: c’era qualcosa in loro già dalla nascita, oppure è scattato qualcosa durante la crescita? Ecco la domanda che dà il nome a questa serie: Criminogenesi, che letteralmente significa l’origine del crimine, lo studio dei fattori che portano una persona a commettere un reato.
Il “delinquente nato”: la risposta di Lombroso
La prima risposta arrivò dall’Italia, quando nel 1876 Cesare Lombroso pubblicò ‘L’uomo delinquente’, nel quale sosteneva la sua teoria del delinquente nato e dell’atavismo, secondo cui dei criminali fossero tali per natura: si riferiva per esempio a individui rimasti indietro nell’evoluzione, riconoscibili da segni fisici precisi come la forma del cranio, gli zigomi pronunciati o le orecchie ad ansa.
Lombroso misurava crani, osservava detenuti e raccoglieva reperti: parte di quel materiale è ancora conservata a Torino, nel Museo di antropologia criminale che porta il suo nome. Tra i casi su cui costruì la sua teoria ci fu quello di Vincenzo Verzeni, anche conosciuto come ‘il vampiro di Bottanuco’, di cui parleremo in una delle prossime puntate. Il metodo di Lombroso partiva da un’idea precisa: se il crimine è scritto nel corpo, basta saperlo leggere.
Oggi quella teoria è stata abbandonata, le teorie di Lombroso non hanno più alcun valore predittivo né tantomeno reggono le attuali verifiche scientifiche. Tuttavia, l’impianto di Lombroso rimane uno dei pilastri della scuola positiva insieme a Enrico Ferri, il quale spostò l’attenzione dal reato all’autore, soffermandosi anche sull’idea che la personalità di chi delinque conti nel giudizio, arrivando fino al nostro codice penale, che accanto alla pena prevede determinate misure di sicurezza per i soggetti socialmente pericolosi.
Dunque, la domanda di Lombroso è arrivata fino a oggi, seppur trasformata. A partire dal Novecento ci si è interessati non più alla forma del cranio, bensì ai geni.
Dalla forma del cranio ai geni: il MAO-A
Nel 1993 il genetista olandese Han Brunner pubblicò sulla rivista Science lo studio di una famiglia in cui diversi uomini, nell’arco di più generazioni, avevano mostrato comportamenti impulsivi e aggressivi, fino a episodi di violenza (Brunner et al., 1993). Tutti condividevano un’alterazione del gene che codifica la monoammina ossidasi A (MAO-A), un enzima che contribuisce a regolare neurotrasmettitori come la serotonina e la dopamina. Il gene si trova sul cromosoma X, e questo aiuta a capire perché gli effetti fossero più evidenti negli uomini.
Va precisato un punto che spesso si perde nel racconto giornalistico. La famiglia studiata da Brunner presentava una mutazione rarissima, che azzerava del tutto l’attività dell’enzima. Le ricerche successive si sono invece concentrate su varianti comuni del gene, che non eliminano l’enzima ma ne regolano la quantità: alcune producono un’attività più alta, mentre altre più bassa. Si tratta di varianti diffuse in una parte consistente della popolazione, ma al contempo la maggioranza di chi le ha conduce una vita del tutto normale ed ordinaria.
Negli anni successivi la stampa ribattezzò il gene come ‘guerriero’. La ricerca più importante arrivò nel 2002, quando Avshalom Caspi e colleghi analizzarono un gruppo di uomini seguiti dalla nascita fino all’età adulta a Dunedin, in Nuova Zelanda (Caspi et al., 2002). Al termine di questo studio il risultato fu decisivo: la variante a bassa attività del MAO-A era associata a comportamenti antisociali soprattutto in chi aveva subìto maltrattamenti durante l’infanzia. Chi portava la stessa variante ma era cresciuto senza nessun tipo di abusi, non mostrava un rischio significativamente maggiore.
In sintesi, il gene da solo non spiegava quasi nulla. Spiegava qualcosa solo insieme alla storia della persona.
Il neuroscienziato con il cervello ‘sbagliato’
Il caso che meglio racconta questa vicenda è quello di James Fallon, neuroscienziato dell’Università della California a Irvine. Fallon si occupava da anni di studiare ed analizzare le scansioni cerebrali degli autori di omicidio, talvolta individuando tratti ricorrenti, nello specifico una ridotta attività in aree della corteccia prefrontale e temporale coinvolte nell’autocontrollo e nell’empatia.
Nel 2005, mentre lavorava a un altro studio, Fallon conservava le scansioni cerebrali dei propri familiari sulla scrivania quando notò che una di queste presentava proprio lo stesso profilo che aveva studiato nelle scansioni degli autori di omicidio. La scansione era la sua, ed ulteriori analisi genetiche confermarono che portava anche la variante a bassa attività del MAO-A. Eppure Fallon non aveva mai commesso un reato violento: era un professore stimato, un marito e un padre. Otto anni dopo pubblicò un libro, ‘The Psychopath Inside’ (Fallon, 2013), nel quale spiegava come un’infanzia sana, serena e protetta avesse influenzato positivamente la sua crescita ed il suo sviluppo in quanto essere umano non violento.
Fallon stesso non si descrisse mai come una persona priva di ombre: nel suo libro raccontò di una forte competitività, di difficoltà nel provare empatia verso gli altri e di percepire dentro di sé il gusto di vincere e di manipolare chi lo circondava.
Il caso di Fellon non vuole dimostrare nulla in senso statistico, ma mette in luce un punto fondamentale: biologia e destino spesso non coincidono.
Che cosa ci dicono i gemelli e le adozioni
Per comprendere quanto l’ereditarietà faccia la differenza, la ricerca si è affidata per lungo tempo a due strumenti: gli studi sui gemelli e quelli sulle adozioni.
Per quanto riguarda il primo, si verifica se i gemelli monozigoti, che quindi condividono tutto il patrimonio genetico, si somiglino nei comportamenti antisociali più dei gemelli dizigoti, che condividono il patrimonio circa per metà.
Gli studi sulle adozioni confrontano i figli adottivi con i genitori biologici con quelli che li hanno invece cresciuti.
Uno degli studi più citati è la meta-analisi che ha unito 51 studi di questo tipo (Rhee e Waldman, 2002), fornendoci dati molto interessanti. Circa il 40% delle differenze tra gli individui nei loro comportamenti antisociali risulta legato a fattori genetici, mentre la parte restante dipende dall’ambiente, sia quello condiviso in famiglia, sia le esperienze individuali di ciascuna persona.
Ciò non significa che il 40% del comportamento di un individuo sia dovuto al DNA, piuttosto il dato ci sta dicendo che in una popolazione una parte delle differenze è legata al fattore genetico. Ma soprattutto, che più della metà della risposta bisogna cercarla altrove: nelle relazioni, nelle esperienze, nel vissuto personale. Questo è lo spazio in cui si può intervenire con la prevenzione.
Né destino né alibi: il modello dell’interazione
Negli ultimi decenni è stata abbandonata l’idea di un singolo gene dell’assassino. Al giorno d’oggi il comportamento violento di un individuo viene interpretato come il risultato di un’interazione tra più fattori: come abbiamo detto hanno un ruolo le predisposizioni genetiche, ma anche lo sviluppo cerebrale, le esperienze precoci, le relazioni familiari ed in generale il contesto sociale in cui il singolo cresce.
A tal proposito il criminologo Adrian Raine parla del modello biosociale (Raine, 2013), il quale vuole spiegare come la biologia possa aumentare la vulnerabilità, ma allo stesso tempo è l’ambiente a determinare se e come quella determinata vulnerabilità si esprimerà.
Una predisposizione dunque deve essere considerata come un fattore di rischio, non come una causa. A favore di ciò va considerato anche il fatto che molti degli individui che commettono un reato violento non portano la variante, al contrario chi la porta come abbiamo visto non è detto che diventi per forza un assassino
Dunque, quali sono questi ambienti fondamentali per un buon sviluppo dell’individuo? In primis c’è la famiglia, dove si formano l’attaccamento, la capacità di regolazione delle emozioni e il modello delle relazioni. Poi la scuola, che dovrebbe intercettare i primi segnali di disagio, infine il quartiere dove si cresce, con le opportunità che può offrire. Oggigiorno poi si aggiunge anche lo spazio digitale, dove molti adolescenti costruiscono parte della loro identità.
Ognuno di questi ambienti ha un grande potere, quello di proteggere un individuo da tutti quei comportamenti disfunzionali, oppure di esporlo a situazioni di abbandono, violenza o maltrattamento.
Quando la biologia entra in aula
A questo punto la domanda non si limita ai laboratori, ma arriva fino ai tribunali. Nel nostro ordinamento la responsabilità penale presuppone l’imputabilità, che consiste nella capacità di intendere e di volere al momento del fatto (art. 85 c.p.). Se invece è presente un’infermità occorre valutare se sia tale da escludere o scemare grandemente la capacità di intendere e di volere (artt. 88 e 89 c.p.).
Allo stesso tempo, il codice di procedura penale vieta le perizie volte a stabilire il carattere e la personalità dell’imputato e in generale le sue qualità psichiche indipendenti da cause patologiche, la cosiddetta perizia psicologica (art. 220, comma 2, c.p.p.). Ciò ha l’obiettivo di evitare che il processo giudichi chi è una persona, anziché giudicare cosa ha fatto.
Nel 2009 la Corte d’Assise d’Appello di Trieste ha ridotto la pena inflitta in primo grado a un uomo condannato per omicidio e già riconosciuto seminfermo di mente, considerando una perizia genetica che indicava la presenza della variante a bassa attività del gene MAO-A. Secondo la rivista Nature era la prima volta che la genetica comportamentale incideva su una sentenza in Europa (Feresin, 2009).
Il caso ha aperto un dibattito e messo in discussione quelle che erano state le certezze fino a quel momento. A questo punto ci si è cominciato a chiedere: che cosa succede alla responsabilità personale quando la scienza mostra che la libertà di scelta non è uguale per tutti?
Da quel momento in poi si è aperto un bivio: da una parte la predisposizione viene trasformata in giustificazione, dall’altra c’è la tentazione opposta, quella cioè di ignorare ciò che la scienza ha documentato fino ad ora, giudicando come uguali storie personali che sono tutt’altro che uguali. Il diritto penale è chiamato a doversi muovere tra queste due strade, e la criminologia è sicuramente una scienza in grado di fare luce, grazie agli strumenti in suo possesso.
A questa sentenza, e a quelle che l’hanno seguita, è dedicata la prossima puntata.
La domanda di questa serie
Tornando a Leonarda Cianciulli e a Pietro Maso, nessuna delle due storie, come quelle di cui parleremo più avanti, si lascia ridurre a una sola spiegazione. Da una parte pesano i lutti, le paure e le credenze che hanno caratterizzato una vita intera; dall’altra un movente economico cresciuto dentro una famiglia e un gruppo di amici.
In entrambi i casi nessuna variazione, da sola, avrebbe potuto determinare il comportamento omicidiario, così come nessun ambiente disfunzionale, da solo, basterebbe a spiegarlo. Molte persone nella loro vita hanno dovuto vivere traumi, lutti e difficoltà economiche simili, senza mai però commettere un reato violento contro qualcun altro.
Criminogenesi seguirà questo filo. Nelle prossime puntate vedremo in modo più pratico come questo argomento sia entrato nei tribunali italiani, quanto pesino l’ambiente e i traumi infantili, e poi metteremo alla prova queste diverse teorie nella realtà dei fatti, analizzando alcune storie di diversi autori di reato italiani, da Vincenzo Verzeni a Donato Bilancia, evidenziando anche come la giustizia li ha giudicati.
L’obiettivo principale non è trovare alibi né costruire mostri per alimentare quella morbosità che caratterizza i casi divenuti più mediatici. Capire da dove nasce un crimine serve a prevenire i prossimi, ed è anche un modo di prendere più sul serio ciò che è accaduto alle vittime: non come sfondo di una storia criminale, ma come il motivo per cui vale la pena raccontarla.