La personalità non manifestamente borderline del criminale “in colletto bianco”
La personalità non manifestamente borderline del criminale “in colletto bianco”
Il contesto psicosociale dello white collar crime
Il criminale economico “impara” ad infrangere le normali regole della concorrenza perfetta perché così gli è stato insegnato durante gli anni della propria formazione culturale e caratteriale. Nello specifico, Sutherland (1987)[1] afferma che “il comportamento criminale è appreso a contatto con individui che definiscono tale comportamento favorevolmente e in isolamento da altri individui che di esso danno una definizione sfavorevole; nelle condizioni adatte, una certa persona tiene un comportamento criminale soltanto se le definizioni favorevoli prevalgono su quelle sfavorevoli”. Detto in altri termini, per Sutherland (ibidem)[2], la delinquenza reca un'eziologia cultural-pedagogica. Come notato da Seminara (1989)[3], prima di Sutherland, nessuno aveva mai parlato di “apprendimento” della criminalità economica e quei pochi Studi che si erano occupati dello white collar crime non avevano altrettanto mai analizzato la problematica della formazione etico-culturale di “autori di reato caratterizzati dalla posizione sociale elevata, dallo status economico agiato e dalla particolare competenza professionale”. Nessun Dottrinario, prima di Sutherland, aveva teorizzato la profonda diseducatività antinormativa del mondo dei colletti bianchi. Parimenti, Sgubbi (1990)[4] ha anch'egli sottolineato che, nella Criminologia contemporanea, manca un criminal profiling del colletto bianco connotato da un'analisi delle deficienze psicologiche del reo, che manifesta squilibri psico-caratteriali anche se il proprio delitto non appare apertamente eterolesivo come un omicidio volontario, uno stupro o una rapina. Per troppo tempo, si è sottovalutata la disfunzionalità della psiche del criminale in colletto bianco.
Soltanto Donini (1999)[5] ha avuto il coraggio di sostenere che, nei reati economici, il dolo è molto intenso e senz'altro collettivamente inaccettabile, in tanto in quanto il responsabile di crimini finanziari, a motivo della sua professione, manifesta sempre una piena consapevolezza circa la gravità dolosa delle proprie infrazioni alle regole del sistema. Sempre Donini (ibidem)[6] prosegue precisando che, nel reo in colletto bianco, sussiste un enorme “difetto di socializzazione”, dal momento che chi agisce lo white collar crime è socialmente tenuto a conoscere perfettamente le regole giuridiche che egli infrange con una intensità dolosa pienamente deliberata, giacché non si è di fronte al soggetto emarginato ignorante in materia di Diritto e di Economia. Anzi, si presume pure che il professionista delinquente continui ad aggiornarsi incessantemente al fine di meglio svolgere le proprie mansioni tecniche. Anche Seminara (ibidem)[7] mette in evidenza che chi delinque con mezzi tecnico-giuridici o tecnico-economici “non è un soggetto né anormale né disadattato”; né, tantomeno, egli appartiene alla categoria di quel “delinquente comune” che vive spesso ai margini della società e che, se delinque, non ha una cognizione precisa e circostanziata delle norme da lui violate. All'opposto, il colletto bianco mette in atto la propria delinquenza con una piene e deliberata volizione dolosa, il che aumenta ancor di più l'odiosità antisociale dei suoi reati.
Interessante è pure l'italiofono Catino (2012)[8], il quale ha evidenziato che il colletto bianco infrattore entra nel “lato oscuro” delle organizzazioni aziendali, finché egli non viene attenzionato dalla collettività allorquando si verificano “scandali societari, crisi finanziarie, global financial crisis o gravissimi disastri ambientali”. Sempre secondo Catino (ibidem)[9], solamente a partire dagli Anni Ottanta del Novecento, la Criminologia ha iniziato a focalizzarsi “sul lato oscuro delle organizzazioni, sulla devianza organizzativa e sulle patologie delle organizzazioni”, poiché la burocrazia costituisce la spina dorsale della società. Talvolta, il responsabile di white collar crime strumentalizza l'azienda per un fine di lucro personale illecito; talaltra, egli amministra l'ente pubblico affidatogli contro gli interessi generali della collettività, alterando negativamente gli equilibri macroeconomici IS/LM. Addirittura, il medesimo Catino (ibidem)[10] giunge a qualificare la delittuosità dei colletti bianchi alla stregua di una vera e propria “devianza distruttiva” che, nel lungo periodo, intacca sia l'equilibrio del mercato sia la sopravvivenza stessa del medesimo ente pubblico o privato strumentalizzato per finalità sia anti-giuridiche sia anti-etiche.
Sotto il profilo definitorio, il crimine dei colletti bianchi, in Menard & Morris (2011)[11], è definito “occupational crime”, poiché tale devianza è inscindibilmente connessa allo svolgimento di una professione da cui dipende l'equilibrio macroeconomico dell'intera società. Invece, Catino (ibidem)[12] parla, nella criminalità economica, di “conformità distruttiva”, nel senso che gli appartenenti ad un'organizzazione aziendale si conformano a regole interne antisociali, che, contravvenendo alla normativa vigente, impongono di mettere sul mercato prodotti difettosi o financo pericolosi, senza pensare alla debita protezione etico-sociale dei consumatori. Come si nota, nella “conformità distruttiva” si ipostatizzano le regole imprenditoriali interne alla società sacrificando quelle esterne imposte dall'Ordinamento giuridico. Pure De Maglie (2002)[13], in tema di “conformità distruttiva”, fa notare che, nelle grandi aziende corrotte, il colletto bianco viene sistematicamente “incentivato” dai superiori a massimizzare il profitto dell'impresa anche a discapito delle norme collettive e degli interessi generali della società di riferimento. Nuovamente, come si può notare, l'antigiuridicità è congiunta al disprezzo di una pur minima morale sociale. Nel nome del profitto della singola organizzazione, si calpestano senza remore gli interessi della comunità. P.e., con estrema lucidità analitica, Piquero (2005)[14] afferma che spesso “la cultura e la politica societarie esercitano sui dirigenti un influsso più forte di quello esterno a favore della legalità”. Ovverosia, nelle organizzazioni economiche corrotte prevale la cultura dell'illegalità; anzi, si crea un'autentica dicotomia tra legalità sociale e corruzione societaria interna. L'antigiuridicità diviene il paradigma cultural-pedagogico da seguire, pena l'estromissione dall'associazione per delinquere. Il medesimo Piquero (ibidem)[15] utilizza i lemmi “corporate and organizational crime”, per rendere l'idea della trasformazione dell'azienda delinquente in una vera e propria “corporazione” criminale munita di regole interne antisociali ed antigiuridiche.
Ciò che sottolineano tutti gli Autori, ognimmodo, è che la predetta “devianza distruttiva” s'inserisce sempre e comunque in un contesto criminoso connotato da forme meticolose e professionali di “organizzazione”. A tal proposito, Donini (ibidem)[16] ha avuto modo di mettere in risalto che il reato economico è pur sempre un reato ben organizzato e non lasciato a quel dolo d'impeto che caratterizza spesso la criminalità comune. Tuttavia, è stato notato che, talvolta, entro tale elevata organizzazione criminale, operano anche soggetti che non sono necessariamente colletti bianchi. P.e., come osservato da Donini (ibidem)[17] reati economici come il contrabbando, la frode fiscale, l'usura o la truffa potrebbero posti in essere da aggregati o prestanomi privi di qualifiche professionali. Anche Menard & Morris (ibidem)[18] riconoscono che, a volte, la criminalità economica è sì organizzata, ma essa non è agita da figure professionali di grande calibro, come dimostra la riscossione del “pizzo” nella mafia calabro-sicula, che, pur essendo altamente e finemente organizzata, si serve pure di bassa manovalanza, pur perseguendo finalità turbative di natura macroeconomica. Ciononostante, Kaiser (1985)[19] ricorda che, comunque, l'eccezione conferma la regola, in tanto in quanto lo white collar crime rimane, prevalentemente, una forma di criminalità professionale. A prescindere, comunque, dall'uso della “manovalanza bruta”, il crimine economico, in linea di principio, non si consuma mai, come afferma Donini (ibidem)[20], “per difetto di conoscenze tecniche”, poiché il professionista reca una volizione dolosa piena e perfettamente consapevole. Parimenti, Sgubbi (ibidem)[21] nota che il colletto bianco deviante ha sempre una “elevata posizione centrale nel consorzio sociale […] ed un'alta capacità di discernimento, per cui, di nuovo, anche Sgubbi (ibidem)[22] conferma che il criminale economico agisce sempre con dolo eventuale, ovverosia sapendo di assumere rischi che l'Ordinamento non consente. Viceversa, nella criminalità di strada, il consilium doli è meno intenso e non v'è una notevole auto-consapevolezza dell'acuta gravità delle proprie infrazioni antigiuridiche.
Negli Anni Duemila, ormai, nessuno dubita più circa il fatto che il criminale in colletto bianco reca una personalità fortemente disturbata. Quindi, è quantomai indispensabile allestire un'accurata osservazione personologica del reo di crimini economici e ciò è possibile coniugando la Criminologia con la psicologia cognitivo-sociale e, per quanto possibile, con le neuroscienze. Come osservato da Alalehto (2003)[23], “la personalità è un fattore importante anche nel crimine economico […]. Anzi, proprio a causa di essa, alcuni soggetti sono più inclini a commetterlo, a parità di opportunità, competenze e posizione rispetto ad altri individui dalla differente personalità […]. Le organizzazioni non solo possono avere tra il loro personale, ma, a volte, sono addirittura guidate da individui con tratti di personalità tipici di coloro che sono affetti da psicopatia […]. Se le società vogliono impegnarsi a diminuire [l'incidenza dello white collar crime] […] non possono che ridurre la presenza degli psicopatici societari al loro interno o impiegarli con prudenza”. La spietata eppur realistica visione di Alalehto (ibidem)[24] rivela che la psicopatia non contraddistingue solamente i responsabili del c.d. “crimine di strada”.
Fors'anche ipertrofica è l'interpretazione radicalmente neuroscientifica di Raine & Laufer (2012)[25], a parere dei quali “dalla ricerca sulle caratteristiche neurobiologiche dei criminali economici è emerso che le funzioni esecutive e di attenzione di questi soggetti sono migliori […]. In particolare, sotto il profilo cerebrale, è stato riscontrato, nei delinquenti economici esaminati, un aumento dello spessore corticale, soprattutto nelle aree cerebrali che entrano in gioco nei processi decisionali, dell'attenzione e dell'assunzione della prospettiva sociale, caratteristiche, queste, che possono avvantaggiare il soggetto nei processi di reazione e di adattamento al contesto organizzativo […]. Ma, nel contesto occupazionale, tutte queste caratteristiche neuropsicologiche favoriscono il soggetto nella commissione del reato economico […]. [Ma] è necessario interpretare questi risultati con cautela, onde evitare di arrivare alla conclusione che il comportamento criminale, e non solo quello economico, possa essere spiegato in termini neurocriminologici e che un'alterazione cerebrale debba comunque essere la ragione del comportamento delinquenziale, che, invece, come ogni comportamento umano, va studiato secondo un'ottica integrata”. Parimenti, Zara (2013)[26] ammette l'utilità della “neurocriminologia”, ma rifiuta, del resto, ogni assolutizzazione filo-lombrosiana che giunga a connettere la delinquenza, anche economica, sempre e comunque alla psicopatia. Le neuroscienze non debbono trasformarsi in una chiave di lettura universale ed assolutamente certa. Premessa tale prudenza in tema di psicopatologia forense, ciononostante, come rilevato da Boddy (2014)[27], “oggi non si può più ignorare l'esistenza dello psicopatico sul posto di lavoro [e tale esistenza] può avere effetti negativi dirompenti sul funzionamento delle organizzazioni e conseguenze altrettanto negative sulla collettività”.
In ogni caso, nel lungo periodo, lo white collar crime auto-annienta l'azienda medesima. Infatti, come messo in evidenza da Boddy (ibidem)[28], “la presenza di toxic leaders, ossia di psicopatici che rivestono ruoli direttivi nell'azienda […] favorisce il sorgere di conflitti e di contrasti aziendali. Non solo, ma da questa presenza ci si devono aspettare effetti negativi anche sulle politiche di marketing, di distribuzione, sulla credibilità, fedeltà e coinvolgimento della classe manageriale nonché sull'etica societaria. Mentre è risaputo che da una buona reputazione societaria dipendono numerosi benefici per l'organizzazione: ad esempio quello di poter stringere accordi con altre società, di assumere e mantenere personale qualificato e di garantire uno sviluppo futuro all'impresa”. Addirittura, anche la Suprema Corte italiana, in Cassazione 5 dicembre 2013, riconosce che la gestione aziendale può essere connessa alla “situazione psichica” dei dirigenti devianti. Tutto ciò, in ogni caso, non consente, a parere di chi redige, di “medicalizzare” il crimine economico sino all'estrema conseguenza di cancellare la specifica responsabilità penale personale di ciascun reo. La delinquenza, anche quella finanziaria, è e rimane una questione eminentemente giuridica e non psicologica. Dunque, il CTU/psichiatra non può sostituire il libero e prudente apprezzamento del giudice.
La personalità patologica del delinquente economico
A differenza di quanto percepito presso l'opinione comune, i disturbi di personalità possono attingere anche i colletti bianchi, che si contraddistinguono per la loro insospettabile posizione sociale e per la loro altrettanto elevata cultura. Dunque, la psicopatia non è un problema del solo teppista di quartiere.
A dire il vero, con la lodevole eccezione di Ceretti & Merzagora (1993)[29], nella Criminologia italiana, a differenza di quella anglofona, è ancora poco esaminata la figura del professionista psicopatico che pone in essere condotte antigiuridiche seriali. Del resto, raramente si parla di infermità/seminfermità mentale del colletto bianco, poiché l'attenzione degli Operatori, in definitiva, è protesa al risarcimento dei danni cagionati da crisi finanziarie be macroeconomiche in danno di consumatori e risparmiatori. Tuttavia, non si può negare che lo white collar crime sia quasi sempre collegato, ancorché non in via esclusiva, a veri e propri disturbi di personalità dei rei. P.e., Alalehto (ibidem)[30] sottolinea che “se i delinquenti economici, di regola, non mostrano difetti di natura psichica o sociale che caratterizzano, invece, gli assassini, i serial killers o i rapinatori, sarebbe comunque frutto di un serio equivoco sostenere che la personalità dei criminali in materia economica non conta, giusto perché essi non sono malati mentali”. Come si può notare, nella Dottrina anglofona, non si escludono tratti di psicopatia “nascosta” presso i colletti bianchi infrattori.
Purtroppo, come evidenziato da Magro (2012)[31], nella Criminologia italiofona, domina la teoria della “razionalità dell'agire economico […] tale teoria afferma la perfetta razionalità del comportamento economico, nel senso che l'agire individuale [del colletto bianco, ndr] sarebbe strategicamente razionale, in quanto costantemente orientato a perseguire la massima efficienza […] [Questa teoria razionalistica, ndr] costruisce un modello stilizzato ed astratto di homo oeconomicus, che si ispira ad una logica costante e generalizzata, e quindi prevedibile”. All'opposto, la razionalità e la correttezza normativa non sono requisiti congeniti del colletto bianco, il quale, come ben teorizzato, per la seconda volta nella Dottrina italiofona, da Pennati & Merzagora & Travaini (2013)[32], può anch'egli presentare “particolarità psicopatologiche” al pari di un delinquente comune privo di uno status economico-sociale elevato. Anche l'anglofono Skeem (2012)[33] sostiene che, sovente, i colletti bianchi altro non sono che “psicopatici di successo i quali agiscono secondo un atteggiamento basato esclusivamente su un calcolo costi-benefici senza alcuna considerazione per i costi degli altri e per le sorti dell'azienda in cui lavorano”. Come messo in risalto da De Maglie (ibidem)[34], presso i colletti bianchi, sovente domina l'eccitazione di fronte al rischio antigiuridico, ovverosia “molti uomini d'affari che svolgono attività all'interno di un'impresa sono affetti da una sindrome particolare denominata ebbrezza da rischio (risky shift)”. Anche Catino (ibidem)[35] rileva che “se [il risky shift] si associa all'assoluta indifferenza verso le sorti dell'organizzazione, le decisioni assunte in un tale contesto di alea possono rivelarsi pericolosamente azzardate anche per l'azienda”. Analogamente, Magro (ibidem)[36] ribadisce anch'ella che molti colletti bianchi soffrono di tale “ebbrezza da rischio”, la quale li spinge a prendere decisioni emotive e totalmente irrazionali, fondate sul puro piacere di assumere rischi eccessivi e potenzialmente dannosi. Come si può notare, di nuovo, viene smentita quella “teoria della razionalità” perfetta dell'homo oeconomicus, che sarebbe guidato da logiche matematiche certe e prevedibili: in buona sostanza, la propensione patologica al rischio, da parte dei colletti bianchi, conferma che la psicopatologia non è un fenomeno estraneo alla criminalità economico-finanziaria.
Nella Criminologia anglofona, Judge (2009)[37] ha notato che, presso i dirigenti d'azienda, esiste addirittura un ampio ventaglio di potenziali psicopatologie criminogene. Anche Ceretti & Merzagora (ibidem)[38], dal canto loro, sottolineano che la criminalità dei dirigenti aziendali è sempre multifattoriale, ossia “essa dipende dai tratti personologici [disturbati, ndr]di colui che froda [ma anche[ dalla strategia squilibrata della società e dalla coesione dei soggetti portatori degli interessi societari”. Sempre nella Dottrina italiofona, Ceretti & Merzagora (ibidem)[39] hanno cercato di precisare i contorni psicoforensi del “disturbo psicopatico” dei leaders aziendali, i quali manifestano, in concreto, “narcisismo, egocentrismo, egoismo, cinismo, aggressività, ma anche insicurezza emotiva, fino alla mancanza di empatia […]. Ma gli psicopatici aziendali sono anche competitivi, arroganti, avidi, abili manipolatori, seduttivi se non machiavellici […] con vissuti di onnipotenza e di invulnerabilità e privi di senso morale”. Da segnalare è pure la tripartizione personologica di Pennati & Merzagora & Travaini (ibidem)[40], secondo cui il reo di criminalità economica si distingue in almeno tre tipologie:
- l'estroverso positivo: manipolatore, egocentrico, con basso livello di empatia
- l'antipatico: privo di scrupoli, sempre alla ricerca del proprio interesse, solitario, conservatore, presuntuoso e del tutto indifferente verso gli altri
- il nevrotico: ansioso, con bassa autostima, rabbioso, ostile e tendente all'auto-colpevolizzazione
I vari Autori hanno individuato molteplici disturbi psichici nella personalità del criminale economico, ma, come affermato da Marshall (2014)[41] esistono pure delle “costanti comuni”, come le condotte imprudenti, la corruzione, la mendacità patologica e tutti quei comportamenti problematici che mettono a rischio l'integrità economico-patrimoniale dell'azienda nel lungo periodo. Sempre Marshall (ibidem)[42] afferma che la psicopatia dei dirigenti d'azienda genera “problemi collegati all'imprudenza, alla propensione ad assumere rischi non ponderati ed eccessivi, alla corruzione […] [Si tratta di comportamenti che] spingono a tenere condotte disoneste in assenza di una regola morale [e] spesso gli obiettivi personali di breve termine si pongono in contrasto con quelli a lungo termine della società”. Anche Motterlini (2013)[43] ha messo in evidenza che, nel lungo periodo, le cc.dd. “decisioni manageriali fallaci” tolgono la fiducia collettiva alla società corrotta e la privano di autentiche possibilità di reddito. L'economia, anche secondo altri Dottrinari statunitensi, si fonda sulla ratio della “fiducia”, che, viceversa, è minata dallo white collar crime, pur se tale realtà non viene percepita nel breve periodo. In effetti, come messo in risalto da Catino (ibidem)[44] “le conseguenze dannose [della criminalità economica, ndr] possono rimanere silenti per lungo tempo, diventando evidenti solo quando si combinano con fattori locali scatenanti che rompono le difese del sistema e determinano l'incidente”. Tale, ad esempio, è stato il collasso economico dell'URSS nel lungo periodo. Similmente, negli Ordinamenti africani, la corruzione dirigenziale non provoca conseguenze visibili nel breve periodo. Oppure ancora, secondo Zenti (2014)[45], pure le crisi bancarie degli Anni Duemila non avevano dato segnali d'allarme nell'immediatezza. Trattasi del tipico “effetto boomerang” della falsità in bilancio relativa agli ammortamenti ed alle rimanenze.
Con afferenza alla tematica dei danni cagionati da psicopatici in colletto bianco, Boddy (ibidem)[46] rileva che “le grandi crisi economiche globali sono la conseguenza di politiche d'impresa dettate da decisioni di managers senza scrupoli, amanti del rischio, privi di senso morale e di empatia. In breve, soggetti psicopatici, che hanno sfruttato la loro capacità di essere persone affascinanti, carismatiche,pronte ad affrontare le novità ed il rischio, apparentemente con una sorta di incoscienza, che, in realtà, non è altro che l'incapacità di provare emozioni come paura ed ansia per l'incertezza, in soggetti che sono abili manipolatori per arrivare a risultati finanziari dannosi per la comunità, ma vantaggiosi per coloro che li hanno perseguiti”. Similmente, pure Pennati & Merzagora & Travaini (ibidem)[47] riconoscono che la psicopatia tange spesso dirigenti aziendali in cerca di “status symbol come soldi, posizioni professionali e sociali e beni di lusso”. Tuttavia, Schouten (2012)[48] precisa giustamente che, nel mondo dell'economia e della finanza, prevalgono gli individui cc.dd. “quasi-psicopatici”, nei quali le caratteristiche comportamentali psicopatiche si pongono a metà strada tra la normalità e la malattia vera e propria”. Anche a parere di chi scrive, la psicopatia economico-finanziaria non è quasi mai palese e facilmente diagnosticabile. Anzi, secondo Schouten & Silver (2012)[49], l'amministratore psicopatico è una figura addirittura ricercata, poiché la sua propensione per il rischio eccessivo è considerata alla stregua di una dote positiva. Detti Autori stimano che più del 15 % dei dirigenti aziendali sia affetto da disturbi di personalità.
Il problema dell'imputabilità del colletto bianco psicopatico ed infrattore
Come rilevato dall'anglofono Camerer (2005)[50], negli Anni Duemila, le neuroscienze possono aiutare a comprendere meglio il funzionamento deviante del criminale in colletto bianco; tanto che molti hanno iniziato ad impiegare il neologismo “neuroeconomia”. Perri (2013)[51], in un censimento criminologico su scala mondiale, ha dimostrato la notevole e,anzi, capillare diffusione di leaders aziendali affetti da psicopatia non manifesta. Ciononostante, il problema diventa capire se e quando il dirigente aziendale psicopatico sia imputabile per fatti gravemente antinormativi.
Il nodo enigmatico della vicenda è che non sempre e non subito lo psicopatico produce danni alle imprese. A tal proposito, Smith & Lilienfeld (2013)[52] affermano che “[nella neuroeconomia] le prove finora raggiunte sul rapporto tra psicopatico e risultati negativi per l'azienda sono solo suggestive e non conclusive. Conclusiva è solo la constatazione di una correlazione positiva tra psicopatia ed uso di tattiche fortemente manipolative, tra psicopatia e forme di bullismo e comportamenti controproducenti per l'organizzazione. Mentre pochi Studi evidenziano la possibilità di un duplice effetto, non solo negativo, ma anche positivo della presenza di psicopatici in azienda (double-edge sword hypothesis); anche questo effetto andrebbe studiato con più attenzione”. Anzi, secondo Morse (2008)[53], ciò che veramente manca è una serie affidabile di criteri psichiatrici sulla base dei quali poter affermare l'imputabilità, o meno, del criminale economico. Per il vero, anche a prescindere per un attimo dal solo crimine dei colletti bianchi, è difficile stabilire con certezza i confini tra normalità e psicopatologia, quindi tra capacità o infermità/seminfermità di mente. Ora, secondo Pemment (2013)[54], non senza esagerazioni, le neuroscienze avrebbero individuato le cause della “mancanza di senso morale”. P.e., pare che il colletto bianco corrotto abbia un minor volume della sostanza grigia nelle zone prefrontali, con un volume prefrontale ridotto nell'emisfero sinistro. P.e, Lavazza & Sammicheli (2012)[55] hanno riscontrato che il leader economico corrotto manifesta un sottosviluppo a livello di corteccia prefrontale mediale, solco temporale superiore e corteccia temporale anteriore. Inoltre, la “mancanza di sentire empatico” sarebbe cagionata da un funzionamento insufficiente dell'amigdala, della corteccia cingolata anteriore ventrale dorsale e di quella posteriore cingolata con lo striato ventrale. A parere di chi commenta, trattasi di ipotesi filo-lombrosiane deterministicamente ed eugeneticamente pericolose, in tanto in quanto la capacità d'intendere e di volere non dipende sempre e comunque da presunte malformazioni cerebrali. Le neuroscienze debbono avere un campo d'applicazione assai limitato ed esse non possono recare alla delirante predicazione di un nesso eziologico certo e necessario tra delinquenza e malattia mentale. La medicina non è una scienza assolutamente certa in grado di sostituirsi alle valutazioni d'insieme del Magistrato. Attribuire alle neuroscienze una validità assoluta significa riaprire la strada all'eugenetica nazista.
Entro tale ottica anti-scientista ed anti-lombrosiana si colloca pure Morse (ibidem)[56], a parere del quale “le [presunte, ndr] scoperte neuroscientifiche, in realtà, non sembrano aver aiutato a dissipare il disagio di fronte al comportamento penalmente illecito dello psicopatico [in colletto bianco], nel momento in cui, per tali ricerche, questo soggetto, seppur incapace di provare empatia data l'origine neurobiologica del disturbo, sarebbe comunque in grado di un comportamento razionale e di capire le conseguenze delle sue azioni”. Quindi, alla luce della clausola rieducativa che sta alla base degli odierni Sistemi penitenziari, il professionista psicopatico rimane “trattabile” nell'ambito di un'ordinaria esecuzione penitenziaria, nel senso che egli è quasi sempre imputabile e non neurobiologicamente affetto da tare mentali non rimovibili. Anzi, nella Criminologia anglofona è stato opportunamente notato che l'assenza di istanze morali, nel colletto bianco delinquente, è priva di rilievo pratico sotto il profilo della responsabilità legale, in cui la moralità o la a-moralità è ininfluente. P.e., se il malfunzionamento dell'amigdala toglie veramente ogni senso etico, ciò non diminuisce la piena imputabilità, ammesso e non concesso che il senso etico dipenda da un organo fisico malfunzionante. Ecco, di nuovo, l'inopportunità delle neuroscienze in tema di infermità/seminfermità del reo. Sicché, gli italiofoni Pennati & Merzagora &Travaini (ibidem)[57] giungono ragionevolmente a concludere che “[bisogna evitare] il rischio di medicalizzazioni anche dello psicopatico aziendale […]. Sarebbe erroneo cercare modelli medici di malattia per questi soggetti, che, in effetti, non hanno una malattia mentale nel senso comunemente inteso (un disturbo che genera una significativa compromissione del funzionamento sociale), non sono deliranti, e spesso possono risultare più intelligenti e razionali (ma di una razionalità fredda) dei non psicopatici”. Deciso e risolutorio contro l'abuso delle neuroscienze è pure il già citato Morse (ibidem)[58], secondo cui, detto senza mezzi termini, “non interessa ciò che una scansione cerebrale può indicare”.
[4]Sgubbi, Il reato come rischio sociale. Ricerche sulle scelte di allocazione dell'illegalità penale, Il Mulino, Bologna, 1990
[5]Donini, Dolo e prevenzione generale nei reati economici. Un contributo all'analisi dei rapporti fra errore di diritto e analogia nei reati in contesto lecito di base, in Rivista trimestrale di diritto penale economico, 1999
[7]Seminara, op. cit.
[11]Menard & Morris, Distribution and Correlates of Self-Reported Crimes of Trust, in Deviant Behavior, 32/2011
[14]Piquero,Examining the role of differential association and techniques of neutralization in explaining corporate crime, in Deviant Behavior, 26/2005
[15]Piquero, op. cit.
[23]Alalehto, Economic Crime: Does Personality Matter ? In International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology, 47/2003
[25]Raine & Laufer, Increasing Executive Functioning, Attention, and Cortical Thickness in White Collar Criminals, in Hum. Brain Mapp., 33/2012
[27]Boddy, Corporate Psychopaths, Conflict, Employee, Affective Well-Being and Counter productive Work Behaviuor, in Journal Business Ethics, 2014
[28]Boddy, op. cit.
[29]Ceretti & Merzagora, Criminalità dei colletti bianchi e medicina, in Rassegna italiana di Criminologia, Giuffrè, Milano, 1993
[32]Pennati & Merzagora & Travaini, Carneade, lo psicopatico aziendale e le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, in Rivista italiana di medicina legale, Giuffrè, Milano, 2013
[33]Skeem, Psychopatic Personality: Bringing the Gap Between Scientific Evidence and Public Policy, in Psychological Science in the Public Interest, 12/2012
[37]Judge,The bright and dark side of leader traits: A review and theoretical extension of the leader trait paradigm, in The Leadership Quarterly, 20/2009
[41]Marshall, Corporate Psychopathy: Can “Search and Destroy” and “Hearts and Mind” Military Metaphors Inspire HRM Solutions ? In Journal of Business Ethics, 2014
[43]Motterlini, Prefazione, in Schmidt, Neuroeconomia. Come le neuroscienze influenzano l'analisi economica, traduzione italiana, Codice Edizioni, Torino, 2013
[45]Zenti, Volatilità, modelli decisionali e complessità dei mercati finanziari, in Sistemi intelligenti, Il Mulino, Bologna, 2/2014
[50]Camerer, Neuroeconomics: How Neuroscience Can Inform Economics, in Journal of Economic Literature, 2005
[51]Perri, Visionaries or False Prophets, in Journal Contemporary Criminal Justice, 2013
[52]Smith & Lilienfeld, Psychopathy in the workplace: The knows and unknowns, in Aggression and Violent Behavior, 18/2013
[54]Pemment, The neurobiology of antisocial personality disorder. The quest for rehabilitation and treatment, in Aggression and Violent Behavior, 18/2013
[55]Lavazza & Sammicheli, Il delitto del cervello. La mente tra scienza e diritto, Codice Edizioni, Torino, 2012
[58]Morse, op. cit.