Le cause scatenanti della criminogenesi
Le cause scatenanti della criminogenesi
L'approccio psicologico
La delittuosità violenta eterolesiva si caratterizza per un elevato grado caratteriale di aggressività. Esistono, nella Dottrina psicologica, molte teorie sull'aggressività. Spatuzzi (2005)[1] afferma che "l'aggressività si caratterizza per essere un fenomeno multifattoriale, in quanto risulta connesso a molteplici fattori che concorrono o possono concorrere a generarla. Aggressività con origine prettamente biologica, la cosiddetta aggressività difensiva, in cui il soggetto è portato a difendersi da una minaccia imminente, da qualcosa che mette a rischio la sua esistenza. Vi è poi un'aggressività più legata alla frustrazione, quindi ad uno stato d'animo; infatti, quando siamo frustrati a causa di delusioni o per aspettative non realizzate, diventiamo frustrati. Si tratta di una componente che viene trasportata e sfogata attraverso l'aggressività. Un'altra origine di quest'ultima è il cosiddetto trauma personale: si verifica tutte quelle volte in cui, soprattutto nell'infanzia, siamo stati umiliati e questa situazione ci induce nella creazione di un falso di sé, qualcosa che apparentemente dimostri grandezza. Un altro tipo di aggressività è legata alla paura, una minaccia di fronte alla quale gli individui possono adottare diverse strategie difensive come scappare o lottare".
La teoria biologico-ereditaria è stata massimamente rappresentata, nella Criminologia italiana, da Lombroso (1897)[2], a parere del quale "[nell'uomo delinquente, ndr] l'origine del comportamento criminale è insita nelle caratteristiche anatomiche dell'individuo:cranio di dimensioni inferiori rispetto agli altri individui, fronte bassa, zigomi pronunciati, sopracciglia folte e ravvicinate. In sostanza, si tratta di soggetti con un'organizzazione fisica e psichica diversa da quella degli altri esseri umani".
Questa animalizzazione dell'individuo è proseguita con Freud (1929/1978)[3], secondo cui "il comportamento aggressivo è un istinto, una reazione dell'individuo alla frustrazione sperimentata durante la ricerca del piacere, che necessita di sfogarsi. Quest'ultimo aspetto deve svolgersi con piccole quantità di energia, indirizzata verso l'esterno, in modo da scaricarsi attraverso manifestazioni aggressive che siano accettabili dalla società". Come si nota, tanto la bestializzazione di Lombroso (ibidem)[4] quanto la pansessualizzazione di Freud (ibidem)[5] riducono il deviante ad un infermo/seminfermo di mente in preda a costanti crisi di rabbia animalesche. Tale, dopotutto, è l'approccio di certuni Autori fondamentalisti delle neuroscienze contemporanee, ove, soprattutto negli USA, l'infrattore è dipinto alla stregua di un malato di mente perenne refrattario a qualsivoglia riabilitazione carceraria. Il determinismo lombrosiano ed il pansessualismo freudiano finiscono, più o meno consapevolmente, per negare la dignità umana del reo.
Meno drastici, ancorché non infallibili, sono Dollard & Miller & Doob & Mowrer & Sears (1939)[6], i quali sostengono che "la frustrazione ha la capacità di porre il corpo dell'individuo in una fase di preparazione all'azione aggressiva [poiché] [...] quando un individuo è frustrato tende a mettere in atto più frequentemente comportamenti aggressivi". Tuttavia, gli asserti di Dollard & Miller & Doob & Mowrer & Sears (ibidem)[7] non risultano onnicomprensivi, in tanto in quanto un soggetto frustrato non diviene necessariamente eterolesivo, come dimostrano le diverse reazioni della depressione e dell'autolesionismo.
Nello Studio sperimentale di Lewin & Lippitt & White (1939)[8] si dimostra che l'aggressività dipende molto da "fattori ambientali e personali". Ovverosia, nei gruppi giovanili, una leadership autoritaria genera un'aggressività acuta; una leadership democratica abbassa il livello dell'eterolesività; infine, un approccio libertario annichilisce quasi totalmente gli impulsi aggressivi. Quindi, tale Ricerca anglofona del 1939 dimostra che un gruppo diviene aggressivo allorquando sussiste un "clima sociale" di repressione e di autoritarismo. Siffatte conclusioni sono condivise pure da Milgram (1974/2007)[9], ovverosia "l'aggressività può essere causata da situazioni ambientali che provocano pressioni sotto il comando di una persona ritenuta autoritaria. Si tratta di situazioni in grado di generare effetti conflittuali su qualsiasi soggetto [...]. Anche se le persone non sono motivate ad essere aggressive, possono, da un momento all'altro, partecipare a comportamenti aggressivi e distruttivi". Finalmente, Milgram (ibidem)[10] affranca la devianza aggressiva da un approccio deterministico e biopsichico. L'essenziale è costituito dai fattori socio-ambientali e non da spinte istintive innate e comunque prive di freni inibitori. L'eterolesività dipende dal contesto e non discende da presunte malattie mentali congenite ed incorreggibili.
All'opposto, nell'approccio etologico di Lorenz (1962/2015)[11], torna l'animalizzazione dell'essere umano, ossia tale Dottrinario asserisce che "l'aggressività è un comportamento innato negli esseri umani [...]. [Nell'uomo] esiste un'energia istintuale di natura aggressiva [che è] un impulso biologicamente adattativo con due funzioni principali: la conservazione della specie e quella del territorio". Nuovamente, Lorenz (ibidem)[12] torna ad una visione bio-patologico-deterministica dell'infrattività umana. Si tratta di posizioni che non bestializzano consapevolmente l'infrattore, ma contribuiscono, seppur indirettamente e nel lungo periodo, alla predicazione della totale inutilità di un trattamento penitenziario filo-illuminista umano ed umanizzante.
Interessante è pure Bandura (1973)[13], il quale mette in rilievo che "l'aggressività è un atteggiamento appreso attraverso l'osservazione dei comportamenti altrui. Se, nel corso dell'infanzia, un soggetto viene a stretto contatto con genitori o insegnanti aggressivi, durante l'adolescenza manifesterà tale tendenza nei confronti di altre persone". Detto Autore è apprezzabile in tanto in quanto anch'egli abbandona le teorie lombrosiane e conferma la natura socio-ambientale e familiare della criminogenesi, giacché le agenzie di controllo e non le cosiddette "tare ereditarie" formano il carattere del reo eterolesivo. La delinquenza s'innesta sempre all'interno di un'evoluzione pedagogica e non di presunte deficienze mentali inamovibili e congenite.
Analogamente, pure Berkowitz (1969)[14] ipostatizza la variabile della "formazione del carattere", argomentando che "le frustrazioni provocano uno stato emotivo di ira e rabbia, aumentando la probabilità del verificarsi della risposta aggressiva; inoltre, gli stimoli esterni, che agiscono in associazione con lo stimolo istigatore della rabbia, concorrono anch'essi nel determinare la risposta aggressiva". Come si nota, anche Berkowitz (ibidem)[15] definisce l'eterolesività antinormativa come una "risposta" aggressiva agli stimoli educativi o situazionali ricevuti; in ogni caso, pure tale Autore nega le Dottrine lombrosiane o il pansessualismo eterodeterminante di Freud. L'essenziale, a differenza di quanto affermato dalle neuroscienze degli Anni Duemila, è negare la sussistenza di una costante, perenne, inevitabile infermità mentale che toglierebbe qualunque libera volizione dolosa antigiuridica.
Una lettura esageratamente sociologica è quella di Zimbardo & Ebbesen (1970)[16], i quali evidenziano che "un comportamento di questo tipo [aggressivo ed antinormativo] è causato da un mancato controllo dell'individuo sulla propria condotta. Si può parlare di de-individualizzazione; è proprio quest'ultima a favorire il comportamento aggressivo, il quale deriva dall'adeguamento dei soggetti alle norme relative al proprio gruppo di appartenenza. Se il comportamento ritenuto adeguato per un gruppo prevede l'aggressività, il singolo lo considererà normativo, anche se le norme sociali generali lo contraddicono". Le tesi dei due summenzionati Dottrinari si attagliano bene ai fenomeni illeciti dell'emulazione giovanile. Analoga osservazione vale pure per i reati etnicamente/culturalmente motivati presso le minoranze islamiche in Europa e nel Nordamerica. Ciò che conta, per Zimbardo & Ebbesen (ibidem)[17] è la "identità sociale", che prevale su ogni forma istituzionalizzata esterna di controllo della devianza eterolesiva, la quale, anzi, non è nemmeno percepita come "devianza". Del pari, Haslam & Reicher (2006)[18] hanno notato che, nei sottogruppi criminogeni in carcere, l'aggressività aumenta qualora il sotto-gruppo sociale la giustifichi e la coltivi. Dunque, nuovamente, il condizionamento sociale toglie potere al libero arbitrio individuale. L'opinione collettiva prevale su quella personale, sino all'estrema conseguenza di infrangere e far infrangere la legalità, come dimostrano certuni fenomeni di indottrinamento nelle moschee islamiche occidentali contemporanee.
Studi criminologici recenti sull'aggressività
L'aggressività antigiuridica è certamente un fenomeno eziologicamente multifattoriale; tuttavia, di certo, l'essere emarginati, respinti, rifiutati dalla collettività può aumentare l'incidenza delle condotte eterolesive e borderline.
P.e., Twenge & Stucke & Baumeister & Tice (2001)[19] sostengono che "l'esclusione ed il rifiuto sociale portano ad un aumento del comportamento aggressivo negli individui". Parimenti, nella Criminologia anglofona, Baumeister & Leary (1995)[20] mettono in rilievo che "nelle persone, tale comportamento [ossia l'aggressività] è motivato da un bisogno di appartenenza, in quanto l'esclusione sociale, di solito, porta ad esperienze emotive negative come ansia, depressione, solitudine e sentimenti di isolamento". A parere di chi redige, tale è la situazione socio-emotiva riscontrabile nel giovane delinquente sistematicamente respinto dalle agenzie di controllo. Oppure ancora, si pensi al caso delle sindromi ansioso-depressive nell'anziano/a.
Nella seconda metà del Novecento, nella Criminologia anglofona, sono stati condotti esperimenti ove l'aggressività aumenta di fronte alla paura di un "futuro di solitudine", mentre la criminogenesi diminuisce qualora la persona abbia la certezza o, quantomeno, la promessa di "essere sempre circondata da amici ed affetti stabili" (Eysenck & Eysenck, 1975)[21]. Come si può notare in tale sperimentazione degli Anni Settanta del Novecento, la stabilità sociale e l'accettazione collettiva abbassano il livello di ansia, con un conseguente decremento pure per la criminogenesi, il che appare evidente presso i gruppi di adolescenti e presso le comunità straniere minoritarie. All'opposto, la solitudine e l'isolamento sociale aumentano il tasso di aggressività.
La teoria per la quale l'aggressività si accompagna quasi sempre alla marginalità sociale è stata assai diffusa negli ultimi decenni. P.e., Leary (2005)[22] ha inteso precisare che "la Letteratura ha sempre supportato l'ipotesi che il rifiuto aumenti la propensione all'aggressione, ma si tratta di un costrutto difficile da definire. Correlato al bisogno di appartenere, vi è il bisogno di accettazione [...]. L'accettazione ed il rifiuto possono essere visti come punti lungo un continuum di valutazione relazionale. L'accettazione comporta uno stato di valutazione relazionale elevata, in cui una persona considera il suo rapporto con un altro individuo molto importante; mentre il rifiuto rappresenta uno stato di bassa valutazione relazionale, in cui una persona non considera particolarmente prezioso il suo rapporto con l'altro". A parere di chi scrive, gli assunti di Leary (ibidem)[23] si attagliano perfettamente alla fattispecie del terrorismo islamico, ove la forte criminogenesi è connessa ad una "accettazione relazionale" estremamente intensa. Del pari, anche i gruppi cristiani sono agenzie di controllo contro l'aggressività nella misura in cui aumentano l'autostima reciproca nelle relazioni interpersonali.
Con meno chiarezza, anche Frijda (1986)[24] congiunge l'aggressività al rigetto sociale, nel senso che "se un individuo rifiutato tende a mettere in atto comportamenti aggressivi, è presumibile un effetto non solo del suo stato psicologico, ma occorre prendere in considerazione anche fattori ambientali. La rabbia può essere vista come la concomitante emotiva alla propensione ad aggredire. Secondo i teorici delle emozioni, la rabbia è associata ad una tendenza all'azione verso un comportamento aggressivo volto a rimuovere un ostacolo e ad affermare il controllo". Come si può notare, pure Frijda (ibidem)[25] sottintende una stretta relazione silenziosa tra la criminalità e l'emarginazione sociale. Essere accettati da un gruppo normodotato sviluppa condotte conformi alla legalità, mentre far parte di un gruppo criminogeno reca ad infrazioni antigiuridiche. P.e., anche in un esperimento criminologico svolto da Buckley & Winkel & Leary (2004)[26] è stato dimostrato che, negli ambienti di lavoro, è molto importante evitare il trinomio "rifiuto-rabbia-aggressività"; un ambiente professionale funziona bene soltanto se il gruppo di chi lavora manifesta un'empatia reciproca.
I perché della devianza
Il postulato dal quale la Criminologia deve sempre partire è che non esistono né sono mai esistiti tessuti sociali privi di devianza. In tutte le sue Opere, anche Christie ha sempre affermato che le condotte devianti possono essere gestite in differenti modi, ma mai eliminate totalmente, a meno che non si giunga all'aberrazione dello Stato di Polizia.
Sotto il profilo definitorio, Bagnasco & Barbagli & Cavalli (2012)[27] puntualizzano che "da un punto di vista sociologico, con il termine devianza si intende, comunemente, ogni atto o comportamento di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività e che va incontro a qualche forma di sanzione. Un atto non è deviante in sé, ma può essere considerato tale solo in riferimento al contesto socio-culturale in cui ha luogo. Questa concezione relativistica della devianza è stata riaffermata negli ultimi decenni, ma è molto antica, in quanto sostiene che si deve sempre fare riferimento ai valori della società che si sta esaminando in quel determinato momento". A parere di chi commenta, tuttavia, non debbono mai mancare dei correttivi a tale visione non ontologica della criminalità; viceversa, bisognerebbe legittimare taluni reati culturalmente motivati queli la pedofilia rituale, l'incesto iniziatico e le mutilazioni genitali femminili.
Relativista è pure Durkheim (1893/1971)[28], secondo cui "non biosgna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo. non è, quindi, il reato che definisce la sanzione, ma è la sanzione che stabilisce cos'è reato. Un atto può essere visto in malo modo all'interno di una società, mentre in altre può essere considerato in maniera positiva". Di nuovo, Durkheim (ibidem)[29] insiste sulla fenomenologia anziché sull'ontologia del crimine, il che mette in serio pericolo la metatemporalità e la metageograficità di taluni crimini qualificati come "universali" dalla comunità internazionale e da svariati Trattati sovrannazionali. Anzi, Durkheim (ibidem)[30], con la propria "teoria della tensione" oggettivizza ancor di più il Diritto Penale, poiché "l'individuo è un animale morale, il quale fa proprie le norme della società in cui vive e che è portato a seguire: il soggetto rispetta la legge perché si ritiene obbligato a farlo. Una violazione può derivare da una fortissima pressione, proveniente dal contrasto tra la struttura culturale e quella sociale". Come si vede, di nuovo, la teoria della tensione propone una visione a-morale della Giuspenalistica.
Parimenti, Merton, nella propria tesi della "anomia", espressa in decine e decine di Opere, postula che il deviante delinque quando i mezzi sociali leciti non consentono di raggiungere i fini collettivamente proposti; tuttavia, anche in tal caso, l'anomia mertoniana dimentica di indicare un "fondamento" di delitti metatemporali e metageografici degni di universale ripugnanza giuridica. P.e., si ponga mente ai crimini di guerra, ai crimini contro l'umanità e ai genocidi
La tematica della "coesione sociale" è financo estremizzata dalla teoria delle sub-culture, ossia, come riferito da Bagnasco & Barbagli & Cavalli (ibidem)[31], "[secondo questa interpretazione, ndr] la devianza si apprende dall'ambiente in cui viviamo, un apprendimento che avviene nell'ambito della vita quotidiana e che riguarda il sistema di valori e norme, gli atteggiamenti, le competenze tecniche, le razionalizzazioni favorevoli all'azione deviante. L'attenzione va portata [secondo la teoria delle sub-culture, ndr] su una questione sociale: bisogna riqualificare gli ambienti e le aree della città. Chi commette un reato lo fa perché si conforma alle aspettative del suo ambiente; gli individui, quindi, violano le norme della società generale perché si conformano a quelle del proprio gruppo. In questo caso, ad essere deviante non è l'individuo, ma il gruppo". Come si nota, la ratio delle sub-culture delinquenziali conferisce particolare importanza al ruolo del sotto-gruppo sociale; il che è confermato appieno nelle devianze antigiuridiche degli immigrati non integrati. La variabile della "società" torna pure nella teoria dell'etichettamento, nella quale, come sostenuto da Becker (1963)[32], si postula che "la devianza è il prodotto dell'interazione tra chi crea le norme, chi le fa applicare e chi le viola. Dunque, viene considerato deviante colui che viene etichettato con un marchio di condanna sociale e fatto oggetto di sospetto, timore ed ostilità". A prescindere dalla condivisibilità, o meno, dalla tesi dell'etichettamento, si deve notare che, nuovamente, pure in Becker (ibidem)[33], il soggetto deviante non è mai una monade leibnitziana, bensì l'infrattore, volente o nolente, risulta pur sempre condizionato da un tessuto o da un sotto-gruppo (anti)sociale che lo condiziona. Il delinquente, a differenza di quanto sostenuto da Lombroso e dai suoi seguaci, non va mai inteso come un folle solitario che rifiuta la società; anzi, è proprio quest'ultima che ha un innegabile influsso sulla quantità e la qualità delle devianze antinormative. La responsabilità penale rimane personale, ma essa è ontologicamente innestata in un complesso meccanismo di condizionamenti reciproci.
La delinquenza adolescenziale
E' innegabile che, negli Anni Duemila, certune spinte populistiche ipostatizzano troppo il fenomeno della delinquenza adolescenziale. A tal proposito, De Luigi (2007)[34] precisa che "grande attenzione dev'essere dedicata all'aggressività nei minori, in quanto essa è diventata oggi una problematica che sempre più coinvolge il quotidiano. A partire dai primi Studi sino ad oggi, l'accento è stato sempre più orientato sulla violenza dei giovani, sulla loro attitudine ad adattarsi alle circostanze sociali esterne, sulla loro natura tarsgressiva [...]. Adolescenza e devianza non sono altro che delle costruzioni sociali, in grado di variare nel tempo e nello spazio, in quanto esse dipendono dal momento storico e dal contesto sociale. Tuttavia, si possono rintracciare degli elementi comuni al loro interno, che vanno ad influenzare le condotte di molti giovani nei nostri tempi: si pensi alla globalizzazione, ai media, i quali non fanno altro che condizionare le condotte comportamentali di molti giovani in tutto il mondo".
Utili sono pure le osservazioni di Lemert (1967)[35], il quale sottolinea che "c'è chi ritine che la condizione giovanile non esista più, chi ritiene che si possa essere giovani a tutte le età. Nonostante queste posizioni [a-tecniche, ndr] occorre prendere in considerazione una fascia d'età che va dai 14 ai 18 anni, in quanto si tratta di un periodo molto delicato e caratterizzato da forti cambiamenti che potrebbero influenzare tutto il percorso di vita".
In maniera catalogica e quasi algebrica, Moro (2002)[36] ha puntualizzato che il "disagio" criminogeno giovanile reca sempre:
- fattori sociali: famiglia, scuola e gruppo dei pari
- fattori socio-economici: basso reddito, disoccupazione e tipo di quartiere
- fattori individuali: caratteristiche psicopatologiche, caratteristiche genetiche ed abuso di sostanze
Sempre Moro (ibidem)[37] ha messo in rilievo che "la condizione del disagio è comune a tutta la generazione che si apre alla vita; la fragilità ed i pericoli di interruzioni o deviazioni dell'itinerario evolutivo sono eguali per tutti i soggetti in formazione, il bisogno di un particolare significato di sostegno è identico per tutti. Alcuni, purtroppo, aggiungono alle normali difficoltà del processo evolutivo situazioni di insufficienze oggettive ed individuali, familiari e sociali, che rendono molto più a rischio l'itinerario evolutivo e che rendono più facile che il disagio si trasformi in disadattamento prima e devianza poi".
P.e., spesso, la famiglia, anziché svolgere il ruolo ordinario di agenzia di controllo, diviene essa stessa fonte di criminogenesi.
Con afferenza a siffatta tematica, Moro (ibidem)[38] mette in risalto che "l'adolescenza è il periodo più complesso per un giovane, in cui non mancano conflitti con i genitori. Il ruolo di questi ultimi risulta di fondamentale importanza, in quanto incide pesantemente sullo sviluppo dei comportamenti dei loro figli. L'ambiente familiare può essere analizzato da diversi punti di vista. Primo tra tutti, è l'atteggiamento emotivo che un genitore adotta verso il proprio figlio; più diventa negativo e più il bambino manifesterà in futuro tendenze aggressive, causa mancanza di affetto e di coinvolgimento da parte dei caregivers".
Da citare è pure il parere di Concas (2015)[39], il quale sottolinea come "possono avere un'influenza sulla delinquenza il livello di sorveglianza dei genitori ed i loro stili educativi, che, se svolti in malo modo e con disattenzione, possono sfociare in un eccessivo permissivismo, con una conseguenza delinquenziale. In questi casi, i genitori non hanno idea di dove possano essere i figli, quali attività svolgano e nemmeno chi siano i loro amici. E' proprio in questo modo che viene meno la capacità di controllo e, quindi, la tendenza, da parte dei figli, a reagire in maniera impulsivo-aggressiva. Il tipo di relazione genitore-figlio che si instaura influisce molto sul comportamento dei giovani". Come si può notare, pure Concas (ibidem)[40] mette in guardia da un tipo di famiglia lassista che trasforma la comunità domestica in un'associazione per delinquere ove ciascun componente gode di un'eccessiva autonomia esterna. Una famiglia assente è decisamente criminogenetica nei confronti della prole in età adolescenziale.
Sempre Concas (ibidem)[41] ribadisce, come prevedibile, la centralità della scuola quale agenzia di controllo, poihcé "la scuola rappresenta l'ambiente all'interno del quale si formano i primi contatti sociali. Allo stesso modo, risulta essere il luogo dove i comportamenti antisociali si esplicano maggiormente". In buona sostanza, il livello di scolarizzazione non costituisce solamente un fattore culturale, ma anche nomo-protettivo. Gli adolescenti esposti a continui insuccessi scolastici potrebbero facilmente manifestare devianze eterolesive.
Anche il gruppo dei pari può generare un'esclusione sociale inducente alla criminalità aggressiva. Assai pertinentemente, Biancardo (2019)[42] nota che "la delinquenza minorile è stimolata da una serie di pressioni e condizionamenti esercitati dal gruppo dei pari nonché dalle baby gangs giovanili. Con questo termine si fa riferimento ad un gruppo di soggetti minorenni, accomunati da un sentimento di rabbia, che sentono il bisogno di sfogare su altre persone, oppure commettendo crimini di diversa natura, come i reati contro il patrimonio. I giovani che necessitano di utilizzare questo comportamento sono fortemente spinti da un senso di appartenenza, senza il quale si sentirebbero isolati". Ecco che torna, in Biancardo (ibidem)[43] la pericolosità della potenziale criminogenesi scaturente da una deficienza identitaria collettiva del giovane. L'ultra-13enne necessita di sentirsi inserito in un gruppo/sotto-gruppo (anti ?)sociale ove gli venga riconosciuto un ruolo percepito come costruttivo.
Anche l'anglofono Ausubel (1990)[44] ribadisce la centralità del ruolo dei gruppi giovanili, in tanto in quanto "nel corso dello sviluppo, il gruppo dei coetanei rappresenta una fonte di sicurezza, un ambiente all'interno del quale l'adolescente si trova a vivere situazioni lontane dal controllo dei genitori, in piena utonomia. [Esso è] una sorta di preparazione alla vita adulta". Ciononostante, i problemi nascono allorquando il gruppo dei pari manifesti tratti di criminogenesi e di auto-esclusione dall'Ordine costituito.
Dal canto loro, pure gli statunitensi Cairns & Cadwallader & Estell & Neckerman (1997)[45] mettono in guardia da quelle aggregazioni giovanili illecite che si trasformano in una vera e propria "banda" nella quale l'adolescente diviene un autentico "associato per delinquere". Parimenti, sempre negli USA, Branch (1999)[46] rileva che spesso, perlomeno nei Paesi anglofoni, "il bisogno di appartenenza [tipico, ndr] dell'adolescente può essere soddisfatto attraverso l'affiliazione con una banda". Sicché, come specificato da Cairns & Cairns (1994)[47] molti ultra-13enni entrano nella baby gang "perché spesso sentivano di non essere accettati altrove nella società".
Nella realtà criminologica italiana, almeno per ora, non è diffuso il modello tipico delle bande giovanili minorili. Tuttavia, come rimarcato da Garbarino (1999)[48], sotto il profilo metageografico, è pur vero che "molti autori di violenze sono giovani che si sentono respinti da familiari, colleghi e società in generale. Quando gli adolescenti cercano di distinguersi dalle loro famiglie e cercano nuovi posti per sentisri accettati, una banda può sembrare un'opzione praticabile per alcuni [...]. Molti adolescenti riferiscono di essersi uniti ad una banda per ottenere rispetto, ma alla base di questo desiderio di rispetto v'è la necessità di accettazione e di approvazione". Torna, dunque, in Garbarino (ibidem)[49] la ratio fondamentale della ricerca di un ruolo costruttivo nell'età dello sviluppo. L'essenziale, per l'ultra-13enne, è "essere nel gruppo" extra-familiare. Non è così, a parere di chi redige, per le adolescenti di sesso femminile, le quali privilegiano il rapporto di coppia in epoca maggiormente precoce rispetto ai coetanei maschi.
Come osservato dall'italiofono Leonardi (2012)[50], anche per i minorenni, "la condizione di povertà genera una condizione oggettiva di deprivazione, che, a sua volta, può comportare intense conseguenze sui vissuti dei singoli individui"; ciononostante, non esiste una correlazione deterministica tra povertà e criminalità, come dimsotra l'assai diffuso white collar crime. A parere di chi scrive, Leonardi (ibidem)[51] si dimostra apodittico allorquando postula un'inevitabile bassa autostima del minorenne proveniente da nuclei familiari svantaggiati. Di nuovo, che commenta nega la deterministica natura criminogenetica di uno scarso reddito. Altrettanto fuorviante e fasulla è l'opinione dell'Office of the Surgeon General (2001)[52], quando dichiara, generalizzando eccessivamente, che "le limitate risorse sociali ed economiche contribuiscono allo stress dei genitori, all'abuso ed all'abbandono dei minori, al danneggiamento del rapporto genitori-figli ed alla rottura familiare". Tale presunto nesso eziologico tassativo tra povertà economica familiare e criminogenesi va rigettato con assoluto vigore. P.e., nelle meno opulente civiltà rurali del sud del mondo, i tassi di criminalità non sono affatto superiori a quelli dell'Europa e del Nordamerica. L'eziologia delle devianze è una questione di etica sociale e non di livello di reddito. Viceversa, a prescindere dal tenore di vita economico del nucleo familiare di provenienza, Lindberg & Laajasalo & Holi & Putkonen & Weizmann-Henelius & Hakkanen-Nyholm (2009)[53] hanno rilevato che "i giovani con alti tratti psicopatici hanno un esordio precoce di comportamenti delinquenti [...] [e] gli adolescenti di sesso maschile con tratti psicopatici usano maggiore violenza nei loro crimini". Come si nota, la psicopatia precoce prescinde dal reddito della famiglia d'origine dell'ultra-13enne deviante. Analoga osservazione vale pure per la delinquenza eterolesiva cagionata dall'abuso di sostanze. Anche in tal caso, risulta ininfluente la professione ed il patrimonio dei genitori del giovane infrattore. Di nuovo, tuttavia, fanno eccezione le adolescenti femmine, maggiormente propense ad un'uscita precoce da contesti familiari ed abitativi criminogeni.
[1]Spatuzzi, Aggressività: sintesi dei contributi sviluppati dalla psicologia. Ricerche e contributi, 2005
[2]Lombroso, L'uomo delinquente, Bompiani, Torino, 1897
[3]Freud, 1929, Il disagio della civiltà, Volume X, Boringhieri, Torino, 1978
[4]Lombroso, op. cit.
[5]Freud, op. cit.
[6]Dollard & Miller & Doob & Mowrer & Sears, Frustration and aggression, Yale University Press, New Haven, CT, US, 1939
[7]Dollard & Miller & Doob & Mowrer & Sears, op. cit.
[8]Lewin & Lippitt & White, Patterns of aggressive behavior in experimentally created social climates, Journal of Social Psychology, 10:2, 1939
[9]Milgram, 1974, Obbedienza all'autorità: uno sguardo sperimentale, Einaudi, Milano, 2007
[10]Milgram, op. cit.
[11]Lorenz, 1962, L'aggressività. Il cosiddetto male, Il Saggiatore, Milano, 2015
[12]Lorenz, op. cit.
[13]Bandura, Aggression: A social learning analysis, Prentice-Hall, New Jersey, 1973
[14]Berkowitz, Roots of Aggression. A Re-examination of the Frustration-Aggression Hypothesis, Atherton, New York, 1969
[15]Berkowitz, op. cit.
[16]Zimbardo & Ebbesen, Experimental modification of the relationship between effort, attitude, and behavior, Journal of Personality and Social Psychology, 16 (2), 1970
[17]Zimbardo & Ebbesen, op. cit.
[18]Haslam & Reicher, Ripensare la psicologia della tirannia: La BBC Prison Study, British Journal of Social Psychology, 45/2006
[19]Twenge & Stucke & Baumeister & Tice, If you can't join them beat them: Effects of Social Exclusion on Aggressive Behavior, Journal of Personality and Social Psychology, Vol. 81 (6), 2001
[20]Baumeister & Leary, The need to belong: Desire for interpersonal attachments as a fundamental human motivation, Psychological Bulletin, 117/1995
[21]Eysenck & Eysenck, Manual of the Eysenck Personality Questionnaire, EDITS, San Diego, CA, 1975
[22]Leary, Varieties of interpersonal rejection, in Williams & Forgas & Hippel, The social outcast: Ostracism, social exclusion, rejection, and bullying, Psychology Press, New York, 2005
[23]Leary, op. cit.
[24]Frijda, The emotions, Cambridge University Press, New York, 1986
[25]Frijda, op. cit.
[26]Buckley & Winkel & Leary, Emotional and behavioral responses to interpersonal rejection: Anger, sadness, hurt, and aggression, Journal of Experimental Social Psychology, 40/2004
[27]Bagnasco & Barbagli & Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, Bologna, 2012
[28]Durkheim, 1893 De la division du travail social, La divisione del lavoro sociale, Comunità, Milano, 1971
[29]Durkheim, op. cit.
[30]Durkheim, op. cit.
[31]Bagnasco & Barbagli & Cavalli, op. cit.
[32]Becker, Outsiders, The Free Press, New York, 1963
[33]Becker, op. cit.
[34]De Luigi, I confini mobili della giovinezza. Esperienze, orientamenti e strategie giovanili nelle società locali, Franco Angeli, Milano, 2007
[35]Lemert, The concept of secondary deviation, Human deviance, social problems, and social control, Prentice Hall, Englewood Cliffs, New Jersey, 1967
[36]Moro, Minori in situazione di disagio. Cittadini invisibili, Vol. 4, Feltrinelli, Milano, 2002
[37]Moro, op. cit.
[38]Moro, op. cit.
[39]Concas, La criminalità minorile, definizione e caratteri. Maggioli, Rimini, 2015
[40]Concas, op. cit.
[41]Concas, op. cit.
[42]Biancardo, Criminalità minorile e baby gangs, Rivista Cammino Diritto, 3/2019
[43]Biancardo, op. cit.
[44]Ausubel, Educational Psychology. A cognitive view, Holt Rinehart and Winston Inc., New York, 1990
[45]Cairns & Cadwallader & Estell & Neckerman, Groups to gangs: Developmental and criminological perspectives and relevance for prevention, in Stoff & Maser & Breiling (Eds.), Handbook of antisocial behavior, Wiley, New York, 1997
[46]Branch, Adolescent gangs: Old issues, new approaches, Routledge, New York, 1999
[47]Cairns & Cairns, Lifelines and risks: Pathways of youth in our time, Cambridge University Press, New York, 1994
[48]Garbarino, Lost boys: Why our sons turn violent and how we can save them, Jossey-Bass, San Francisco, 1999
[49]Garbarino, op. cit.
[50]Leonardi, Le cause e i processi della devianza minorile, in Pennisi, La giustizia penale minorile. Formazione, devianza, diritto e processo, Vol. 2, Giuffrè, Milano, 2012
[51]Leonardi, op. cit.
[52]Office of the Surgeon General. Youth Violence: A Report of the Surgeon General, National Center for Injury Prevention and Control (US), National Institute of Mental Health (US), Center for Mental Health Service (US), Rockville, (MD), 2001
[53]Lindberg & Laajasalo & Holi & Putkonen & Weizmann-Henelius & Hakkanen-Nyholm, Psychopathic traits and offender characteristics: a nationwide consecutive sample of homicidal male adolescents, Psychiatry, 9/2009