Polonia, la fede impossibile

Pope john paul II 1979
Pope john paul II 1979

È una notizia storica, ormai documentata, che il football ebbe un vero e proprio antenato nel calcio storico fiorentino, sorto al tramonto del Medioevo e all’alba della modernità. Risale a questo periodo il primo incontro di calcio disputato nei giardini vaticani, al cospetto di Leone X¹, nel 1521. Non conosciamo le formazioni ufficiali, né l’esito della partita, ma quei primi calci dati innanzi al Vicario di Cristo costituiscono senza dubbio il preludio di un connubio destinato a dar molti frutti: chiesa e pallone, oratorio e calcetto o, teologicamente parlando, fede religiosa e fede calcistica.

Nell’enciclica Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII, il calcio è inserito tra i nuovi strumenti di comunicazione di massa. Ma è con gli ultimi tre papi, da Bergoglio, tifoso del San Lorenzo, a Ratzinger, amante del fußball e del Bayern Monaco, fino a Wojtyla, lui stesso calciatore in giovane età, che il rapporto tra calcio e fede si è arricchito di sempre nuovi ed entusiasmanti capitoli. La Polonia è forse la nazione che più di ogni altra, nel corso del XXI secolo, ha approfondito questo legame. Per comprenderne le più sottili sfumature, inizieremo con l’indagine della figura che ne ha segnato lo sviluppo: Karol Wojtyla.

 

I. L’atleta di Dio

Proclamato Santo da papa Francesco nel 2014, Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, è altrimenti conosciuto come «l’atleta di Dio». Il suo amore per lo sport fiorisce a Wadowice, terra natia a pochi chilometri da Cracovia. Karol è un talento naturale. Grande amante della montagna, del canottaggio, dello sci e del nuoto, dimostra le proprie abilità di calciatore nel ruolo di portiere. I compagni di squadra dell’MKS Cracovia lo ricordano come un autentico leader dello spogliatoio e, alla luce del suo pontificato, non fatichiamo a crederlo.

Dall’entrata in seminario fino alla fine del proprio pontificato, Karol non ha mai dimenticato la funzione etica, morale, pedagogica dello sport. In un tempo ridotto all’istantaneo, Wojtyla comprende meglio di chiunque altro come nello sport, e nel calcio soprattutto, sia in gioco molto più del semplice intrattenimento. Nello scontro tra club e nazionali si può decidere il destino dei popoli. Perché se è vero che il calcio è un gioco, è proprio il sacrificio che soggiace alla sua giocosità a donargli un significato più profondo – un significato invisibile, ma tangibile.

Eugeniusz Mroz, classe 1920 come l’amico Karol, ricorda: «giocavamo tutto il giorno e una volta, con una pallonata, io e Lolek (nomignolo del Wojtyla portiere, ndr) rompemmo la vetrata di una chiesa». Il biografo del papa, George Weigel, conferma che il calcio è stato per Wojtyla un’autentica passione: «il calcio era il suo sport di squadra preferito. Oggi i pellegrini di Wadowice possono vedere il campo sul quale Lolek il portiere ha affinato le sue capacità».

Wadowice, dove papa Wojtyla nasce il 18 maggio del 1920, rappresenta per Karol il luogo delle radici, per la Polonia tutta il solco di una storia tragica, memorabile, infine trionfale. A pochi chilometri da qui si trova Cracovia, capitale polacca, ma anche Auschwitz, dove da cardinale Wojtyla tornerà più volte per ricordare gli abomini e le vittime della Germania nazista. Infine, non distante da Wadowice sorge il più importante luogo di preghiera della Polonia cristiana e cattolica: Czestochowa. Qui il culto mariano della Madonnina nera consuma il cuore di milioni di pellegrini – tra i quali in giovane età figura anche Karol Wojtyla.

Alla sua nascita si lega una coincidenza provvidenziale. Ricordata dai posteri come il miracolo della Vistola, il 18 maggio del 1920 va in scena quella che è nota ai più come la battaglia di Varsavia. È in questo giorno, infatti, che la Polonia ha la meglio sul nemico e oppressore sovietico. A comandarne la vittoria è il celeberrimo generale Józef Piłsudski. In quella memorabile giornata, due eventi cruciali per la storia della Polonia si compiono in contemporanea: l’indipendenza dal giogo di Lenin e la nascita del futuro papa, accompagnata da un’eclissi di sole. Un evento rarissimo che si ripeterà il 2 aprile del 2005, giorno della sua morte.

La liberazione dei polacchi nel 1920, tuttavia, non è che il preludio ad una ancor più difficile stagione storica per la Polonia, definita da Karol la «grande martire d’Europa». La fine della guerra porta con sé serenità e sollievo, ma il tempo corre e la storia irrompe nuovamente, con rinnovata prepotenza, sulla nazione mariana. Nel 1939 Varsavia finisce sotto l’attacco dei tedeschi, che bombardano furiosamente la città. Karol trova rifugio in chiesa. Prega ai piedi del crocifisso con un ardore che lo caratterizzerà per tutta la vita. «La preghiera modifica i destini del mondo», pensa mentre tiene il capo scavato tra le mani, congiunte e rivolte al Signore.

La pressione della Germania hitleriana si fa insostenibile. Così, per sfuggire ai campi di lavoro tedeschi, Wojtyla cerca e trova lavoro in un’immensa cava di pietra vicino Cracovia. In occasione dei cinquant’anni di sacerdozio scriverà: «Lavorando manualmente, sapevo bene che cosa significasse la fatica fisica. Mi incontravo ogni giorno con gente che lavorava pesantemente. Conobbi l’ambiente di queste persone, le loro famiglie, i loro interessi, il loro valore umano e la loro dignità».

Il lavoro ha inizio dentro; fuori tanto si dilata / che presto prende le mani, raggiunge i confini del respiro. Ecco, guarda: la volontà tocca nella pietra una profonda campana. Quando il pensiero coglie una certezza, / cuore e mano insieme raggiungono la vetta più alta.

Estratto da Karol Wojtyla, Ispirazione (1956)

È in questo periodo, quando assiste alla fatica e alla morte di un compagno schiacciato dalla caduta di un monolite, che Wojtyla si sente chiamato dal Signore. D’altra parte questo significa la croce cristiana: fatica e morte. Ma anche amore. Quello che Karol non perde dopo la prematura scomparsa della madre e, tornando dal periodo di lavoro nella cava, del padre, generale polacco. È il 1941 e Wojtyla si trova da solo, ma capisce di non essere solo: «Si può forse restituire il mare, il sole? Come potrò esprimere la mia gratitudine al mare, al sole?». Decide di entrare in seminario, diventando sacerdote nel 1946 ed effettuando subito dopo il primo viaggio a Roma. Ne seguiranno degli altri, prima di quello decisivo, dopo la morte (1978) del venerabile papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani. Karol Wojtyla sarà Giovanni Paolo II, 264° papa della Chiesa cattolica.

Il suo pontificato è costantemente attraversato dall’incontro con il calcio. Quando il Milan vince lo scudetto nel 1979, ricevendo la squadra in Vaticano si rivolge ai giocatori rossoneri dicendogli: «Vi conceda il Signore Gesù quel goal, quel traguardo finale, che è il vero ed ultimo destino dell’esistenza». Parlando con Boniperti, gli consiglia un ragazzo diverso da tutti gli altri, che darà nuovo lustro alla nazionale calcistica polacca: Zibi Boniek. Il quale, peraltro, alla vigilia dei Mondiali del 1982 chiede al papa di pregare per i successi della squadra. «Caro Boniek, mi dispiace ma Dio non va scomodato per queste piccolezze», gli risponde con un pizzico di rammarico papa Wojtyla.

Karol vive il calcio nella sua interezza, senza fermarsi a belle parole e discorsi spirituali, né semplicemente all’importanza etica dello sport (soprattutto per i giovani). Egli, nel novembre del 1982, celebra una messa al Nou Camp di Barcellona, davanti a 120.000 persone. Al termine della celebrazione, riceve (su esplicita richiesta) la tessera di socio del club (la numero 108.000). Rivolgendosi al pubblico dell’Olimpico in occasione della messa per il Giubileo internazionale degli sportivi, 12 aprile 1984, ricorda a tutti l’importanza del sacrificio nello sport:

«Bisogna far vedere il nesso tra il sacrificio e il risultato. Se crescerete nella vostra umanità, riuscirete meglio nello sport. Fate sì che l’uomo non sia mai sacrificato all’atleta».

Altre voci vogliono il papa tifoso, oltre che dei blaugrana, anche del Fulham, del Milan e del Liverpool. Il suo connazionale Jerzy Dudek non ha mai avuto dubbi sulla sua fede Reds: «Ho parlato con un paio di ragazzi molto vicini al Papa, e mi hanno detto che guarda sempre le nostre partite e pensa sempre a me quando il Liverpool gioca». Ma il pontefice, nel 1987, diventa anche membro onorario dello Schalke 04, club fortemente cattolico. Chiaramente, non ha mai smesso di seguire le vicende calcistiche del KS Cracovia. Un destino che è nel suo sangue, nelle sue radici. Che fa parte della sua indimenticabile missione. All’indomani della sua morte, appare uno striscione in piazza San Pietro: «Santo subito!». I suoi tifosi sono stati ascoltati.

 

II. L’alba dei martiri

Stando ad un rapporto recentissimo (marzo 2021) dell’Agenzia di Informazione Cattolica KAI, in Polonia la percentuale di cattolici è del 91,9%. Se consideriamo che nello stesso rapporto si legge di come negli ultimi trent’anni la presenza di giovani praticanti si sia dimezzata, ci rendiamo conto dell’unicità religiosa di questo paese. Il quale, peraltro, conta solo il 3% di atei dichiarati.

Non a caso il papa che più di ogni altro ha seguito le orme (teologiche e pastorali) di papa Wojtyla, Joseph Ratzinger, ha recentemente affermato, in una lettera inviata al seminario minore dell’arcidiocesi di Czestochowa (7 maggio 2021): «è meraviglioso vedere come in Polonia fiorisca ancora ciò che in Germania è appassito». Parole che hanno destato, come al solito, un certo clamore – abituati come siamo alla superficie, chi va in profondità risulta oscuro.

Anche perché nei confronti dell’agenda progressista, che su tematiche quali l’aborto, l’utero in affitto, i matrimoni gay, impone all’Europa un rigore dogmatico e non negoziabile, la Polonia si è più volte opposta senza troppe ambagi. Cattolica per il 92% degli abitanti totali, la Polonia sta però vivendo una fase drammatica della sua storia. Da diversi mesi, almeno da quando (ottobre 2020) la Corte costituzionale ha reso illegale l’aborto eugenetico (ferma restando la legalità dell’aborto in caso di stupro, incesto, pericolo di salute per la madre), la nazione è divisa tra attivisti Lgbt e nazionalisti polacchi. Questi ultimi, spesso e volentieri, coincidono con il mondo ultras. Al punto tale da schierarsi personalmente, con l’uso della forza, per ostacolare la dissacrazione dei luoghi di culto polacchi, messi sotto attacco dagli attivisti Lgbt.

Secondo alcune stime (di associazioni femministe), le donne polacche costrette all’aborto fuori dai confini nazionali sono 200.000 l’anno. Un numero spaventoso, che dà della Polonia un’immagine probabilmente distorta. In ogni caso approssimativa. Anche perché poi, quando la nazione si trova unita nelle grandi piazze di Cracovia, Danzica e Varsavia per celebrare importanti ricorrenze o per seguire la nazionale di calcio, il minestrone si condisce di termini pesanti quali fascismo, razzismo, all’occorrenza addirittura nazismo. Le cose stanno però diversamente.

Come ha scritto Enrico Pitzianti su Esquire, «il nazionalismo polacco, visto dall’interno, somiglia più a una comprensibile piega della storia, una di quelle eredità scomode e negative, frutto di un passato e di un presente vissuti tra povertà e timori più o meno ragionevoli. In questo nazionalismo, che con tutta probabilità è davvero ampio e maggioritario, c’è anche – ma non è il solo – un nazionalismo becero. Ma è difficile, se non impossibile, dire quanto un sovranismo estremo di questo tipo sia davvero capillare e influente come appare dalle strade di Varsavia in mondovisione». Come a dire, la Polonia che ci viene comunicata non è proprio l’autentica Polonia.

«Da giornalista che ha vissuto questi giorni (2018, ndr) a Cracovia, la mia sensazione è che una grossa fetta del nazionalismo polacco non sia troppo diversa da un semplice, e comprensibile, orgoglio nazionale privo di odio o volontà discriminatorie. Le piazze in cui sono stato oggi erano affollate da migliaia di persone, ma per la maggior parte si trattava di anziani e famiglie munite di spilla bianco-rossa e bandierina incastrata sulla ruota anteriore del passeggino. Il militarismo c’è (ci sono decine di stand dei battaglioni), è molto presente, ma nulla di eccessivamente opprimente o squadrista. Un clima simile a quello del 14 luglio francese, forse con un po’ più di partecipazione (e senza le frecce tricolori)».

Detto con Pupi Avati, che sul cattolicesimo polacco ha recentemente (2013) girato un bel documentario, «Polonia è parola che, già al suo pronunciarsi, ci evoca scenari di una fede indistruttibile, che ha resistito a ogni pressione della storia. Che ha dato identità ad un paese che più volte è stato smembrato rischiando di scomparire, preda dei giganti del momento». Dopo aver combattuto Lenin, dopo aver resistito alla furia dei tedeschi – che in Polonia hanno compiuto lo sterminio più vasto, abbattendosi con violenza inaudita sui tanti ebrei polacchi –, infine dopo essersi liberati dal giogo sovietico, che ha continuato ad assillare anche papa Wojtyla nei suoi numerosi ritorni e pellegrinaggi, processioni e celebrazioni cristiane in patria, martire d’Europa, la Polonia è risorta.

Ma lo ha fatto perché non ha mai smarrito la propria identità, consolidandola anzi nella fede. Senza dubbio l’elezione di Karol Wojtyla ha cementato l’unione collettiva, ma il terreno era già abbondantemente fertile. Si pensi solo all’importanza sociale e educativa degli oratori, riferimento culturale prima che religioso. Si pensi a Wadowice, centro europeo del culto mariano. E si pensi infine a Santa Edvige, regina di Polonia dal 1384, santa protettrice della nazione. I polacchi non dimenticano le proprie origini, né hanno bisogno di sentirsi dire cosa sia giusto o sbagliato – soprattutto se la voce della condanna arriva da un’eco lontana².

Lo sa bene il già citato Boniek, finito nel vortice delle rivendicazioni del movimento Black Lives Matter quando lo scorso aprile, in occasione di Inghilterra vs Polonia, i calciatori polacchi hanno scelto di non inginocchiarsi. «Sono contrario a queste azioni. Ci sono cose ben più importanti. Se chiedeste ai giocatori perché si inginocchiano, non saprebbero neanche rispondervi». Con la stessa durezza ha commentato l’episodio un’altra leggenda del calcio polacco, Jan Tomaszewski: «Non voglio dire come dovrebbero comportarsi i nostri calciatori. Posso solo dire con piena responsabilità che non mi inginocchierei. Ho un’aquila sul petto e questo [il BLM] non mi riguarda». Non ci riguarda. Boniek e Tomaszewski prima, la federazione polacca in ultima istanza:

«assumiamo una posizione neutrale e apolitica nei confronti dell’iniziativa Black lives matter».

L’episodio ha così riportato in auge l’antico dibattito: la Polonia è un paese razzista? Assolutamente no. Ma le sue posizioni, se sommate al rispetto di tutto ciò che l’Europa ha violentemente deciso di rinnegare dal ’68 in poi, possono risultare estreme. Per questo ci appaiono così distanti. In tutto questo il calcio, che già per Leone XIII costituiva un futuro e potentissimo strumento di comunicazione di massa, rappresenta lo specchio fedele del sentimento nazionale.

 

III. Il calcio come testimonianza

Il 5 giugno del 2008, la Chiesa polacca lanciava un appello ufficiale ai tifosi della nazionale, al fine di «sostenere con le [loro] preghiere i giocatori. È importante che i nostri ragazzi percepiscano di non essere soli, che sono sostenuti dalla comunità cattolica». Nella nota di padre Edward Plen, citato dal quotidiano Polska, è come riassunto lo speciale connubio tra calcio e fede, o calcio e identità cattolica, che caratterizza la Polonia. Eravamo all’alba di Euro 2008.

Quattro anni dopo, nell’edizione polacco-ucraina del 2012, la Chiesa cattolica rinnovava il monito scendendo lei stessa in campo con un’iniziativa più unica che rara: la Jesus Zone, vale a dire l’assistenza spirituale nelle strade adiacenti alle strutture sportive, dai campi di allenamento agli stadi.

Appoggiando e lodando l’iniziativa, Joseph Ratzinger scriveva che «lo sport di squadra, come è il calcio, è una scuola importante per educare al senso del rispetto dell’altro, allo spirito di sacrificio per il bene del gruppo. In una parola, a superare la logica dell’individualismo e dell’egoismo, per lasciare spazio alla fraternità e all’amore, il solo che può permettere di promuovere l’autentico bene comune».

Curiosamente il calcio polacco, pur nascendo qualche anno prima, diventa federazione (PZPN) alla fine del 1920, l’anno di nascita di Karol Wojtyla. La nazionale polacca, da sempre dotata di ottimi elementi, non ha però mai davvero sfondato nel grande calcio internazionale. Il maggior successo arriva con la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Monaco del 1972 e con l’edizione mondiale del 1974, dove la Polonia riuscì a strappare due pesanti vittorie ad Argentina e Italia. Da ricordare è anche il 1982, quando la Polonia fu sconfitta proprio dagli azzurri poi campioni del mondo, riuscendo però nell’impresa di battere 3-2 la Francia nella finalina per il terzo e quarto posto. Il calcio polacco, sconvolto dallo scandalo della corruzione nel 2005, si riprenderà del tutto solo nel 2012.

Sono diversi i giocatori polacchi che negli anni hanno testimoniato la propria fede cristiana. Su tutti Kuba Błaszczykowski e Robert Lewandowski, che ha battuto quest’anno, con 41 reti segnate, il record di Gerd Muller che durava dal 1972 – lo stesso Muller che nel ’74 spezzò, con una rete, il sogno polacco di approdare in finale ai Mondiali.

Błaszczykowski, originario di Czestochowa, come detto il luogo di culto mariano in Polonia, ha vissuto un’infanzia tormentata. A 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre. Lei gli morì tra le braccia. Cresciuto insieme alla nonna, Felicja, con il fratello Dawid, ha appreso da quella i fondamenti spirituali della religione, che approfondisce con ardore nella messa domenicale, nella preghiera e nella lettura del Vangelo quotidiani. Błaszczykowski, miglior giocatore polacco nel 2008 e nel 2010, è attivissimo a livello sociale, e ha partecipato a diverse iniziative di evangelizzazione, come il National Reading Day.

«Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

Ad Euro 2020, lui e i suoi compagni dovranno viaggiare per 9000 km totali nella fase a gironi. Un girone difficile, contro Spagna, Svezia e Slovacchia, iniziato nel peggiore dei modi ma non impossibile. Niente, per i polacchi, è impossibile. Lo sa bene Robert Lewandowski, probabilmente il miglior attaccante d’Europa: «Dio mi guarda sempre. Il mondo di oggi va troppo veloce, e a volte ci dimentichiamo i nostri valori e ciò che davvero conta nella vita. Senza la fede non sarei qui».

In una appassionata lettera a The Players’ Tribune, Lewandowski ha ricordato un interessante dettaglio della propria infanzia. Il piccolo Robert doveva giocare un’importante partita con la propria squadra, ma non voleva saltare la messa, che si celebrava in contemporanea e a molti chilometri di distanza dal luogo dell’incontro. Prima della celebrazione, il padre di Lewandowski, Krzysztof, si accosta al prete della parrocchia per convincerlo a fare un’eccezione per il figlio. La richiesta viene accolta senza remore dal sacerdote: «Anticiperemo la messa. Sappiamo quanto ama il calcio, saremo veloci». In un attimo Robert prende la Comunione e vola al campo, dove segnerà e vincerà la partita.

C’è poi chi, come Piotr Zielinski, alla testimonianza della fede ha sempre preferito l’azione concreta, lontana dai riflettori e per questo tanto più lodevole. Nel 2015, l’attuale centrocampista del Napoli ha acquistato a Zabkowice due edifici che i genitori hanno provveduto a trasformare in orfanotrofi (Piotrus Pan). «Piotr – racconta il padre, Boguslaw – torna qui ogni volta che può, va a trovare i ragazzi, gioca a calcio con loro e gli regala apparecchiature elettroniche che non usa: laptop, console di gioco, tablet. Recentemente un ragazzino che doveva ricevere la prima comunione non aveva nessuno che lo accompagnasse: Piotr è venuto dall’Italia apposta e gli ha fatto da padre e da padrino lui. Lui è così».

Non sappiamo dove può arrivare la Polonia all’Europeo, ma conoscendo la storia di questo incredibile popolo c’è da scommettere seriamente sul sacrificio dei biancorossi, sulla voglia mai doma di dimostrare al mondo la propria unicità. Che non è appariscente, ma essenziale. Chi ha fede, non si impone alcun limite.

«In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile».

Mt 17,20
 

1. Sappiamo anche che Clemente VII, Leone XI e Urbano VIII, pontefici di estrazione toscana o romana, erano soliti passare il tempo tra la preghiera e il calcio fiorentino, che giocavano in prima persona.

2. Lo dimostra il fatto che nel 2009 la Polonia ha ratificato il Trattato di Lisbona con una clausola di esenzione (opting out) nei confronti della Carta sui diritti fondamentali dell’Unione Europea, per mantenere la propria sovranità su alcune questioni spinose: l’aborto, il matrimonio gay e l’eutanasia.