Emergenza migranti: l’Italia scelga da che parte stare

Emergenza migranti
Emergenza migranti

Ora più che mai è necessario superare le ambiguità che da tempo caratterizzano l’approccio italiano all’immigrazione illegale. Da un lato Roma sostiene con denaro, mezzi navali e addestramento la Guardia Costiera libica (nonché la Tunisia che ha ricevuto aiuti economici e motovedette dall’Italia) affinchè soccorrano e riportino indietro sulle coste africane barconi e gommoni carichi di migranti illegali diretti in Italia.

Dall’altro tutti i clandestini che riescono a raggiungere le nostre coste con mezzi propri o grazie alle navi delle Ong perennemente a “pesca” davanti alle coste libiche, vengono accolti per la gioia delle lobby del soccorso e dell’accoglienza. Anzi, a quest’ultima (che negli anni degli sbarchi di massa ha incassato oltre 20 miliardi di euro) il ministero dell’Interno aveva già da febbraio (col governo Conte 2) incrementato i contributi che erano stati ridotti agli standard europei durante il primo governo dell’attuale legislatura, quando al Viminale sedeva Matteo Salvini e l’Italia registrò il minimo storico di sbarchi.

Vale la pena aprire una parentesi a questo proposito. Come ha evidenziato un documentato articolo de “Il Tempo”, grazie a questi generosi ritocchi al rialzo i costi dell’accoglienza (ancor meno giustificata in epoca di emergenza pandemica) a carico dei contribuenti sono cresciuti anche del 44 per cento. Parliamo di milioni di euro di costi annui:

  • centro da 50 posti da 389.637 euro all’anno a 524.505 euro (+ 35%)
  • centro da 100 posti da 921.625 euro a 1.210.340 euro (+ 31,32%)
  • centro da 300 posti da 2,7 a 3,1 milioni di euro (+13,78%)
  • centro da 600 posti da 3,8 milioni a 5,54 milioni di euro (+ 44,13%)
  • centro da 900 posti da 5,6 a 8,1 milioni (+ 44,08%).

Costi e rincari destinati a concretizzarsi ora che i flussi migratori tornano a gonfiarsi (complice anche il Decreto Immigrazione del Governo Conte 2 che garantisce a ogni clandestino una forma di accoglienza) e sono stati aperti i bandi per la distribuzione sul territorio nazionale ma destinati anche a sollevare giustificate polemiche, considerate le condizioni economiche dell’Italia e di tanti italiani.

Spese poi del tutto ingiustificate se si considera che la totalità dei clandestini sbarcati in Italia pagando dei criminali sono migranti economici che la stessa agenzia europea delle frontiere (Frontex) ritiene debbano essere rimpatriati. Degli oltre 14.500 clandestini sbarcati sulle coste italiane dall’inizio dell’anno vi sono più di 2.500 bengalesi giunti in aereo da Dacca a Tripoli e poi imbarcatisi in Libia, quasi 2mila tunisini e poi marocchini, egiziani, algerini, maliani, sudanesi, ivoriani, guineani…..

A questo proposito un ulteriore elemento che caratterizza quella che potremmo definire la “beffa migratoria” riguarda l’ordinanza firmata il 30 maggio dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che proroga fino al 21 giugno il divieto di ingresso in Italia per chi proviene da India, Bangladesh e Sri Lanka. Che vale evidentemente solo per chi arriva col visto in aeroporto considerato che quest’anno, col divieto in vigore, abbiamo accolto 2.500 bengalesi arrivati in aereo in Libia e coi barconi in Italia.

L’eterna contraddizione italica in tema di immigrazione clandestina è emersa anche nei giorni scorsi.

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è volato di nuovo a Tripoli per cementare i rapporti con la Libia incluso il supporto alla Guardia Costiera libica, affiancato dal commissario europeo all’Allargamento ed alla Politica di vicinato, l’ungherese Oliver Varhely e dal ministro degli esteri maltese Everist Bartolo.

Incontro teso a mostrare la determinazione di Bruxelles e Roma nell’offrire supporto alla Libia e preparare la visita di ieri a Roma del premier libico Abdul Hamid Dbeibah accompagnato dai ministri di Esteri, Interni, Economia, Petrolio e Trasporti, con in cima all’agenda la cooperazione economica e i flussi migratori illegali.

Il ministro degli Esteri libico, la signora Najla Mangoush, ha sottolineato come “la Guardia Costiera dovrebbe fare parte della strategia per combattere il fenomeno e non la soluzione” e ha sottolineato l’importanza di “proteggere i confini meridionali” libici e di “rafforzare la collaborazione con l’Ue per la sicurezza di quelle frontiere” mentre a Roma l’ambasciatore libico Omar al-Tarhouni ha ribadito che la Guardia Costiera e la Marina stanno lavorando al massimo per fermare le partenze.

Lo stesso 29 maggio, a Lisbona, alla riunione informale dei Ministri delle Difesa dell’UE, il ministro Lorenzo Guerini, ha sottolineato che “gruppi terroristici in Africa rappresentano una minaccia per tutta l’Europa e i suoi cittadini. È necessario adottare una nuova strategia congiunta euro-africana per contrastare i traffici illeciti di droga, armi e esseri umani”.

Guerini ha poi aggiunto, parlando dell’operazione navale Ue in atto per imporre il rispetto dell’embargo Onu sulle armi alla Libia, che “è essenziale riprendere il ruolo della Missione Irini nell’equipaggiamento e addestramento della Marina e Guardia Costiera libica”.

Tutto chiaro, almeno all’apparenza: l’Italia e l’Europa intendono rafforzare la Libia e le sue capacità marittime di intercettare e bloccare i flussi di clandestini e di combattere i trafficanti.

A rendere meno chiara la posizione italiana ha contribuito Invece l’incontro tra il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese e i rappresentanti delle Ong Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ-People saving People, Sea-Watch e Sos Mediterranee: organizzazioni che notoriamente vorrebbero stracciare gli accordi tra Roma e Tripoli e imporci di accogliere ondate di clandestini, inclusi quelli raccolti dalle loro navi.

Un incontro in cui non sembra sia stato il Viminale a impartire disposizioni alle Ong quali lo stop all’accesso nei porti italiani (si rivolgano agli stati Ue di cui battono bandiera le loro navi) o a intimare loro di tenersi fuori dalle acque di competenza libica per la ricerca e soccorso dove costituiscono un elemento di attrazione per trafficanti e clandestini.

Nulla di tutto questo. Al contrario, dai resoconti emersi sembra siano state le Ong a esprimere richieste quali il rilascio delle navi ancora sottoposte a fermo amministrativo nei porti italiani pretendendo che “le discussioni sulle politiche migratorie non possono diventare un impedimento al soccorso in mare”.

Specie in una fase come questa era lecito attendersi un monito alle Ong: non è più accettabile che soggetti privati continuino ad arrogarsi il diritto di ignorare i confini nazionali sbarcando in Italia centinaia di clandestini a ogni approdo.

Lamorgese ha sottolineato ”l’esigenza immediata di una più forte solidarietà a livello europeo in materia di ricollocamenti dei migranti, sollecitando in particolare il coinvolgimento dei Paesi di riferimento delle Organizzazioni non governative e degli Stati di bandiera delle loro navi”.

Richiesta quanto meno irrealistica considerato che le Ong europee da sempre operano per sbarcare in Italia (e solo in Italia) i clandestini raccolti in mare. Il ministro dovrebbe ricordare che gli stati di bandiera delle navi delle Ong non hanno mai offerto un porto se non quando Roma, in alcune occasioni con Salvini al Viminale, li negava.

Il ministro ha poi sottolineato che una chiave per “meglio regolare i flussi migratori e per contrastare il traffico di essere umani è rappresentata da un’intensificazione dei corridoi umanitari con la Libia in modo da consentire innanzitutto l’evacuazione di nuclei famigliari e di soggetti vulnerabili, garantendo allo stesso tempo, attraverso la preziosa opera dell’UNHCR e dell’OIM, il rispetto dei diritti umani nei centri allestiti nel Paese nordafricano”.

Resta però evidente che potenziare i corridoi umanitari e il controllo delle agenzie dell’ONU sui campi in Libia ha un senso solo se l’obiettivo è rimpatriare i migranti illegali nei paesi di origine, in caso contrario ogni forma di accoglienza in Italia e di ridistribuzione in Europa finirebbe solo con l’incoraggiare ulteriori flussi e arricchire i trafficanti.

L’incontro del ministro con le Ong ha sollevato critiche anche all’interno del Viminale.

“Se le parole d’ordine che escono dall’incontro al Viminale sono più dialogo e collaborazione con le Ong, non le condivido. Mi sarei aspettato ben altro: rispetto delle regole e delle leggi, visto che le Ong nel Mediterraneo fanno quello che vogliono” ha commentato Nicola Molteni, sottosegretario all’Interno e responsabile Immigrazione della Lega.

“Impossibile dialogare con chi viola le convenzioni internazionali e le leggi nazionali. Appaltare la sicurezza del Paese alle Ong è molto pericoloso. C’è un codice di condotta per le Ong che non viene rispettato. Pensavo che si sarebbe parlato di quello, con obblighi e sanzioni per le Ong”.

Perplessità in proposito  sono state espresse anche dal presidente (dimissionario) del Copasir, Raffaele Volpi.

“Guardo con positivo interesse all’approccio che in questi giorni hanno messo in campo il ministro della Difesa ed il ministro degli Esteri dando una dimensione strategica alla presenza italiana ed al rafforzamento delle azioni di stabilizzazione della sponda meridionale del Mediterraneo e delle regioni Sahel individuandole come priorità per gli interessi nazionali e per la sicurezza del nostro Paese anche in merito ai flussi migratori” ha commentato Volpi.

“Individuo però una divergenza significativa e difficilmente comprensibile con le politiche di un altro primario ministro, centrale sugli eventi migratori, che nel contempo intraprende iniziative che individuano interlocutori non compatibili, per certi aspetti, con indirizzi condivisi di fermezza e reciprocità”.

Nell’incontro tra il ministro Lamorgese e l’omologo libico Khaled Tajani Mazen, tenutosi a Roma il 31 maggio, è stato sottolineato che “la strategia comune con l’Unione europea dovrà considerare tra le priorità la lotta alle organizzazioni criminali di trafficanti di migranti” si legge in una nota del Viminale.

Appare necessario che il governo sgombri il campo da ogni disallineamento e che l’emergenza migratoria sempre più grave finisca presto sul tavolo del premier Mario Draghi, impegnato finora a gestire altre priorità ma che a Tripoli, il 6 aprile, aveva espresso apprezzamento per l’operato del governo libico e della sua Guardia Costiera e in Europa sta cercando di coinvolgere i partner nel supporto al governo di Tripoli.

Occorre decidere con fermezza e trasparenza da che parte stare: non si può rafforzare la Libia e la sua Guardia Costiera per fermare i flussi migratori e al tempo stesso dialogare o simpatizzare con le Ong che operano per ampliarli a dismisura, semplicemente perché perseguono obiettivi e interessi opposti.

Oggi più che mai è necessario che Roma si esprima e agisca in modo chiaro contro l’immigrazione illegale e i trafficanti di esseri umani. E occorre farlo in fretta perché, grazie anche alle sciagurate iniziative immigrazioniste del governo Conte 2, l’Italia è diventata la meta preferita per i trafficanti e i clandestini del Mediterraneo, come confermano i flussi in crescita solo verso l’Italia e gli arrivi delle ultime ore a Lampedusa (da Libia e Tunisia), in Sardegna (dall’Algeria), sulla costa jonica della Calabria (dalla Turchia) e lungo il confine terrestre con la Slovenia.