Sistema Palamara: la riforma del C.S.M. Il sistema clientelare-spartitorio

La commissione Luciani spera, ma dimentica
Luca Palamara
Luca Palamara

«X solo tu puoi trovare la strada ...e solo tu puoi aiutarmi hai sempre raggiunto i risultati voluti ...dammi questa possibilità te lo chiedo per favore in nome dei 30 anni di... [corrente dell’A.N.M.] e della nostra amicizia».

[Messaggio riportato dalla stampa e qui orfano dei dati individualizzanti, indirizzato da un magistrato ordinario al dott. Palamara, mentre era componente togato del C.S.M.].

 

Dalle prime pagine la Relazione della Commissione ministeriale, presieduta dal Prof. Massimo Luciani, espone i propri obiettivi. I Commissari non vogliono «indicare possibili linee di reazione immediata a questioni oggi poste all’attenzione della pubblica opinione», ma soltanto «traguardare le esigenze di più lunga lena, identificando alcuni problemi strutturali del funzionamento dell’ordinamento giudiziario e del CSM che trascendono la contingenza e la cui soluzione appare indispensabile per coniugare i fondamentali valori dell’indipendenza, dell’imparzialità, dell’autonomia e dell’efficienza della magistratura». Secondo gli autorevoli Commissari, tale autolimitazione fa capo ad un qualificato avviso: «come rilevato dalla Ministra della Giustizia nelle Linee programmatiche, non vi sono soluzioni legislative che da sole bastino a raggiungere in concreto il risultato di soddisfare appieno le “giuste attese dei cittadini verso un ordine giudiziario che recuperi prestigio e credibilità”, il quadro normativo primario può contribuire – e molto – alla tenuta di pratiche virtuose da parte degli attori del sistema-giustizia». Addirittura – si aggiunge - talune soluzioni legislative, come quella dell’introduzione del sorteggio per l’elezione dei componenti togati del C.S.M., smentirebbero la fiducia che va risposta invece soltanto nel senso di responsabilità dei magistrati tutti, agevolato dalle misure introdotte dalla Commissione. Come dire che il Legislatore - capace ormai di trasformare l’uomo in donna - diventa improvvisamente eunuco al cospetto dell’ordine giudiziario, finendo per fare soltanto affidamento sulla resipiscenza dei magistrati dominanti, pur dopo averne constatato i disastri.

I Commissari sono stati coerenti. Se si esclude un pudico cenno alle «note, non commendevoli vicende che hanno riguardato la magistratura», in seno alla relazione non si rinviene alcun riferimento ai tristi avvenimenti che, incentrati sullo scandalo delle «toghe sporche», dal 2019 hanno ridotto al minimo storico la fiducia dei cittadini nella Magistratura Ordinaria; proprio quegli avvenimenti, dalla cui enorme drammaticità è scaturita l’esigenza d’istituire la Commissione, dopo gli accorati richiami del Capo dello Stato. Ovvio che, tali essendo le premesse, le riforme suggerite dalla Commissioni sono specularmente minimaliste.

 Viene posto così, al di là delle intenzioni, il silente sigillo governativo sulla difesa ad oltranza del ceto dei magistrati deviati.

In questi due anni nessuna delle decine e decine di raccomandazioni rivolte al dott. P., di cui si alimenta il sistema clientelare - spartitorio tra le correnti della magistratura associata, è stata sanzionata, sebbene anche il Ministro della Giustizia potesse agire in via disciplinare. Lo stesso dott. Palamara è stato radiato dall’ordine dei magistrati (con sentenza non definitiva) per avere partecipato alla ‘cospirazione’ svoltasi all’Hotel Champagne nella c.d. «Notte della Magistratura», ma non per il ruolo di «sensale giudiziario-politico» di cui continua a fregiarsi con orgoglio. Pur tenuto per legge ad esperire l’azione disciplinare, il Procuratore Generale presso la Suprema Corte ha statuito, con propri atti generali interni (sottratti alla valutazione del Consiglio Superiore della Magistratura), non solo che gli è consentito archiviare qualora si tratti di ‘autopromozioni’ (come quella riportata in esergo), considerate “mere espressioni di pensiero”, ma anche che le sue archiviazioni (oltre 1200 per anno) sono segrete e dunque insindacabili. Per indicibili ragioni l’A.N.M., a sua volta, per circa due anni non ha avuto a disposizione il testo originale delle raccomandazioni, mentre esse erano pubblicate sui giornali. E quando finalmente ne è venuta in possesso, i giudici coinvolti nelle autopromozioni-raccomandazioni astutamente si sono dimessi dall’Associazione, impedendo l’irrogazione della sanzione statutaria (inflitta quindi soltanto al dott. P.). E, poiché malis mala succedunt, all’affaire Palamara sono seguite altre vicende giudiziarie altrettanto burrascose.

Una diagnosi e una terapia senza anamnesi, come quelle adottate dalla Commissione, non poteva evitare un’imperdonabile ‘svista’. Qualunque possa essere la speranza della Ministra e della Commissione, quando deflagrò il caso Palamara la stessa A.N.M. riconobbe subito che il «Sistema Palamara», cioè per l’appunto il sistema clientelare-spartitorio, è alimentato dalla «cinghia di trasmissione» che unisce i vertici dell’Associazione con i membri togati del C.S.M. Con la tremenda conseguenza che, in spregio al principio di legalità (che, al pari dei magistrati, il C.S.M. è tenuto a rispettare e a fare rispettare), gli uffici giudiziari più prestigiosi e più delicati, assegnati soltanto a chi abbia maturato meriti correntizi, sono consensualmente negoziati e ripartiti tra i gruppi associativi che continuano a operare all’interno del Consiglio stesso. Quando il fragore dello scandalo sommerse l’A.N.M., essa si ritenne perciò ‘costretta’ ad introdurre un principio etico (art. 7 bis) e una clausola statutaria (art. 25 bis), in forza dei quali i titolari di cariche associative elettive s’impegnano a non candidarsi per le elezioni del C.S.M., a non accettare incarichi fuori ruolo di qualsiasi natura prima della scadenza del loro naturale mandato e (per evitare manovre di aggiramento) a non dimettersi dagli incarichi se non per sopravvenute serie ragioni personali, familiari o di servizio. È una clausola in sé certamente legittima che, salvando l’onore e il prestigio della Magistratura, è in grado di interrompere la intemerata catena di comando tra cariche associative e nomine dei consiglieri togati del Consiglio Superiore della Magistratura, assicurando quanto meno la loro alterità personale. Alla Commissione sarebbe bastato perciò trasformare la clausola statutaria - la cui applicazione è attualmente affidata soltanto alla Giunta dei Probiviri dell’A.N.M. - in (proposta di) norma di legge, aggiungendola – con la inevitabile benedizione dell’A.N.M. - alle cause di ineleggibilità al C.S.M. (art. 24 della L. n. 195 del 1958), per contribuire a stroncare il «Sistema Palamara». Ma, anche se tale passo si rivelasse di incerta conformità costituzionale rispetto all’art. 18 Cost., di certo nessuno, e tanto meno la Commissione, può ancora dubitare della riconosciuta sussistenza della questione né sottovalutarla o aggirarla con un atto di fede nello spontaneo ravvedimento dei magistrati, persino smentito dalle vicende più recenti.

L’Utente finale della Giustizia e i tanti giudici che operano «con disciplina ed onore» pretendono ‘vaccini’ efficaci contro il ‘virus’ della sfrenata brama di potere diffusosi tra alcuni magistrati, non ‘mascherine’ né cure palliative.

È in gioco, in uno alla Giurisdizione, la Legalità e la Democrazia della Repubblica, che vanno presi sul serio. Non può ‘rinascere’ la Magistratura se non si debella il sistema correntizio con le sue perversioni e se non si trasforma finalmente la Giustizia in una «casa di vetro», perché «La luce del sole è il miglior disinfettante».

L’alternativa incombente è la perdita della sua indipendenza (prevista nell’interesse dei cittadini): la più funesta delle conseguenze. E i ‘lavori’ sono in avanzato stato di completamento...

Possibile che soltanto la Commissione Luciani non se ne sia accorta?