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Il Contratto di assicurazione e la disciplina del risarcimento diretto nel Codice delle Assicurazioni Private

21 aprile 2007 -
1. Il contratto di assicurazione

Il codice civile vigente colloca i contratti di assicurazione nell’ambito dei contratti tipici (Artt. 1882 – 1932), approntando una disciplina riservata alle sole assicurazioni private e statuendo specificamente che “le assicurazioni sociali sono disciplinate da leggi speciali. In mancanza si applicano le norme del presente capo 2 (art. 1886)[1]”.

Il legislatore del codice del 1942 in sostanza delinea un diritto delle assicurazioni suddiviso in due sistemi:

1) assicurazioni private, collocabili nell’ambito del diritto privato;

2) assicurazioni sociali, nell’ambito del diritto del diritto pubblico.

Questi due sistemi non possono ritenersi l’uno avulso dall’altro, e ciò anche in ragione di quanto previsto dall’art. 1886, il quale, pur prevedendo la separazione delle rispettive discipline, prevede l’applicabilità di disposizioni di diritto privato delle assicurazioni sociali, ove risulti mancante una norma di diritto pubblico[2].

Il rapporto tra i due sistemi, dunque, è di continenza laddove quello privatistico abbraccia l’intera materia e quello pubblicistico si inserisce a sottrarre alla disciplina comune alcuni specificamente regolati con norme pubblicistiche secondo il principio lex specialis derogat generali.

Pertanto, l’assicurazione può definirsi come un’operazione economica mediante la quale un assicuratore assume a proprio carico un rischio che riguarda la persona o il patrimonio dell’assicurato o di un terzo verso il pagamento di un premio.

In entrambi i casi è possibile individuare il medesimo schema dell’operazione economica, ovvero trasferimento di un rischio da un soggetto ad un altro e obbligo di pagamento da un corrispettivo in denaro.

1.1 La causa del contratto di assicurazione: il concetto di rischio

Il termine rischio ha una radice etimologica molto incerta.

Si pensa che sia comparsa nella lingua italiana, intorno al secolo XIV, come sostantivo corrispondente al significato del verbo “rischiare”, già in uso nel secolo precedente, e derivante dal latino medioevale reseculare, iterativo di resecare (tagliare).

Tale verbo si rinviene in antichi contratti, utilizzato con riferimento ai pericoli derivanti da divisioni di proprietà imprecise o arbitrarie.

Successivamente il termine “rischio” nella lingua italiana ha designato una situazione di incertezza, data dalla possibilità o probabilità che si verifichi un evento, le cui conseguenze potrebbero anche (ma non necessariamente) essere dannose.

La nozione giuridica del rischio è attualmente imprecisata, stante l’assenza di una nozione legislativa, mentre in dottrina emergono due grandi tendenze: a) da una parte, quella che definisce il rischio come pericolo di perdita patrimoniale; b) dall’altra, quella che sottolinea come il rischio possa incidere anche su un interesse non patrimoniale.[3]

La distinzione più importante, discussa in dottrina in materia di contratto di assicurazione, risiede nella distinzione tra il rischio contrattuale ed il rischio extracontrattuale: il primo consiste nell’incertezza degli effetti economici del negozio per ambedue le parti; il secondo è rappresentato dalla situazione che induce l’assicurato a stipulare la polizza.

Infatti, si parlerà di rischio contrattuale nel caso in cui l’incertezza riguardi le vicende di un’obbligazione che vincoli il soggetto, mentre si parlerà di rischio extracontrattuale in assenza di vincolo contrattuale, ovvero quando l’incertezza riguardi eventi indipendenti dall’esistenza di un rapporto obbligatorio.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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