Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid - 2

Giovanni di Borbone in uniforme da colonnello di fanteria del Regno di Sardegna (Pietro Ayres, 1847).
Giovanni di Borbone in uniforme da colonnello di fanteria del Regno di Sardegna (Pietro Ayres, 1847).

Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid - 2

 

L’infanzia

Come già ricordato, Alfonso era il figlio secondogenito di don Giovanni di Spagna e Maria Beatrice d’Austria-Este, essendo nato a Londra il 12 settembre 1849, un anno dopo il fratello Carlo (Lubiana, 30 marzo 1848). Discendeva dunque da due Casate reali: per linea paterna era il nipote del pretendente carlista al trono spagnolo, il Carlo V che abbiamo incontrato nella precedente puntata, mentre la madre era figlia del duca di Modena Francesco IV.

Giovanni e Maria Beatrice risiedettero inizialmente a Modena, per poi trasferirsi a Lubiana e quindi a Londra. Durante l’anno soggiornavano abitualmente anche a Venezia, trascorrendo l’estate a Massa.

Il matrimonio, tuttavia, si incrinò ben presto per motivi politici. Giovanni, infatti, abbracciò le idee liberali. Ciò rese, per l’intransigente consorte, impossibile la convivenza, essendo venuta meno la condivisione dei principi politici e dei valori morali che, nella visione di Maria Beatrice, dovevano costituire un tutt’uno con la personalità. Il verbo “dovere” non è utilizzato a caso: il sangue reale di entrambi imponeva questa adesione valoriale. I termini della separazione vennero influenzati da Francesco V, il quale offrì un sostanzioso assegno di mantenimento al cognato, ottenendone in cambio la rinuncia all’educazione dei figli, che rimasero così a Modena, affidati alla madre. Maria Beatrice fece sì che essi, ben instradati nella religione cristiana cattolica, ricevessero non solo un’ottima istruzione scolastica, ma anche una altrettanto solida educazione politica, attraverso i principi del pensiero reazionario e carlista.

Maria Beatrice d’Austria Este (anonimo, 1840 circa)
Maria Beatrice d’Austria Este (anonimo, 1840 circa)

I due fratelli crebbero molto uniti, pur avendo caratteri parecchio differenti. Carlo era vivace, focoso, impulsivo e idealista, mentre Alfonso era calmo, meticoloso e molto concreto. Li accomunavano, oltre al titolo di infanti di Spagna, l’adesione convinta alle idee politiche carliste e la profonda fede religiosa, aspetti della loro personalità che conserveranno per tutta la vita.

L’inizio dell’estate 1857 fu memorabile per i ragazzi: papa Pio IX era atteso a Modena, da due anni elevata a sede arcivescovile. Nel corso del tragitto il pontefice soggiornò a Bologna (all’epoca compresa nello Stato Pontificio) e qui, il 15 giugno nella chiesa di San Michele in Bosco, egli cresimò i fratelli infanti di Spagna.

Due anni dopo, alla caduta del Ducato di Modena, si trasferirono a Praga, ospiti dell’ex imperatore Ferdinando e di sua moglie Marianna (nata di Savoia). Cinque anni più tardi, nel 1863, si stabilirono a Venezia.

 

Due corone mancate

Nel 1860 si era verificato un fatto importante per la storia della Spagna e per la vita di Alfonso. I suoi zii, Carlo VI e Ferdinando, tentarono di prendere il potere in Spagna. Li sosteneva un militare di alto rango, il capitano generale delle Baleari Jaime Ortega y Olleta, un ex liberale convertito alla causa carlista. Il coinvolgimento di un comandante del suo livello avrebbe dovuto essere la garanzia di un’organizzazione ineccepibile, invece egli concepì un piano a dir poco maldestro: fece sbarcare le sue truppe a San Carlos de la Rápita (vicino a Tarragona) tenendole, tuttavia, all’oscuro delle finalità di quell’azione. Quando i militari si resero conto di essere stati coinvolti in un ammutinamento per sostenere una causa in cui non credevano, rivendicarono la loro fedeltà alla regina Isabella e rifiutarono di combattere contro i loro commilitoni. Questo tentativo si rivelò un disastro: il colpo di mano venne stroncato sul nascere e Carlo VI fu catturato dall’esercito spagnolo, assieme al fratello e al generale Ortega. La situazione era molto grave: i tre rischiavano la fucilazione. Intervenne Francesco V. Malgrado fosse già in esilio e malgrado non avesse relazioni diplomatiche con il Regno di Spagna di Isabella, che non riconosceva, fece intervenire il conte Teodoro Bayard de Volo, suo ambasciatore presso l’Austria. Grazie alla mediazione del de Volo, si giunse ad un accordo per comporre la crisi. Mentre il generale Ortega veniva inevitabilmente fucilato come traditore, Carlo e Ferdinando, per aver salva la vita loro e dei loro sostenitori, dovettero sottoscrivere la “Sottomissione di Tortosa”, una formale rinuncia a ogni pretesa dinastica sul trono iberico, venendo quindi espulsi dalla Spagna. In seguito a questa abdicazione, Giovanni (il padre di Alfonso), che aveva rifiutato di prendere parte alla sfortunata insurrezione, si proclamò capo del partito carlista, con il nome di Giovanni III. Nel dicembre 1860, tuttavia, Carlo denunciò la sottomissione, in quanto estorta e firmata con il solo intento di salvare i propri sostenitori dalla fine cruenta del generale Ortega. Carlo si riproponeva, quindi, come legittimo sovrano, ma il fratello Giovanni mantenne la propria posizione, fatto che creò la compresenza di due pretendenti carlisti. La questione si risolse, tragicamente, già nel gennaio 1861, con l’improvvisa morte di Carlo VI. Giovanni III non ebbe molto seguito tra i carlisti proprio a causa delle sue idee liberali. Nel 1868 abdicò in favore del primogenito Carlo e si ritirò a vita privata in Inghilterra, nella cittadina di Hove, vicino a Brighton. Qui visse nell’anonimato, sotto il falso nome di Montagu, e si fece una nuova famiglia con una donna inglese che gli diede due figli.

La seconda corona cui facciamo riferimento è quella del Messico. Qui si trattava di una corona imperiale e il ruolo di Alfonso era notevolmente più importante rispetto a quello prospettato in Spagna, essendo riservato per lui il titolo di principe ereditario.

Nel maggio del 1861, il presidente liberale del Messico, Benito Juárez, decise la sospensione unilaterale del pagamento dei debiti esteri contratti dal suo Stato. Sotto la pressione di banche, speculatori e finanzieri, che rischiavano di perdere tutto, Spagna, Gran Bretagna e Francia intervennero, chiedendo al Messico di onorare i propri debiti. Iniziò quindi un vero e proprio braccio di ferro diplomatico, culminato nel dicembre 1861, quando una squadra navale dei tre Paesi occupò il porto di Veracruz, malgrado l’epidemia di febbre gialla che infuriava a terra. La prova di forza ebbe l’effetto di favorire un accordo e le imbarcazioni militari di Spagna e Gran Bretagna rientrarono in patria. Napoleone III, al contrario, non fu soddisfatto dalla mediazione proposta e, dal 1862, iniziò a inviare truppe in Messico, formando un vero e proprio corpo di spedizione, impegnato in una guerra coloniale che culminerà nel 1863 con la conquista del Paese americano. Questa guerra venne giudicata negativamente dall’opinione pubblica francese e Napoleone III divenne oggetto di una crescente impopolarità. Parigi cercò una via di uscita nell’offerta della corona del Messico a un arciduca austriaco. Con questa mossa si inseguiva il doppio fine di un disimpegno militare in America e della normalizzazione dei rapporti con l’Austria in Europa, dopo la guerra in Italia del 1859.

Il primo arciduca prescelto per la corona imperiale messicana fu proprio il duca di Modena Francesco V. Essendo il sovrano estense privo di discendenza diretta, alla sua morte la successione sarebbe andata al nipote Alfonso, con l’esclusione esplicita di Carlo, in modo da evitare l’unione (sia pure di probabilità scarse) tra le due corone di Spagna e Messico.

Questa scelta può sembrare curiosa, stante l’antipatia personale tra i due sovrani e l’assenza di relazioni diplomatiche tra Modena e la Francia (situazione che datava dalla Rivoluzione di luglio del 1830, quando Francesco IV rifiutò di riconoscere Luigi Filippo d’Orleans quale re al posto di Carlo X). L’offerta, in realtà, era una trappola e celava un raffinato piano. Se Francesco V avesse accettato, lo si sarebbe intronizzato e poi abbandonato ai torbidi della politica interna messicana in quanto troppo reazionario e indegno dell’appoggio militare di uno Stato liberale quale la Francia. In caso di rifiuto, invece, si sarebbe potuto chiudere la questione della restituzione del Ducato di Modena (prevista dal Trattato di Zurigo), sottolineando che si era cercato di agevolarlo in ogni modo, addirittura offrendogli in compensazione l’Impero del Messico.

I diplomatici francesi presero contatto con i loro omologhi austriaci, facendo pervenire così l’offerta al duca. Francesco V, come era prevedibile, rifiutò. Egli, infatti, riteneva che la sua sovranità su Modena fosse più un dovere che un diritto. La corona del Messico fu quindi accettata dall’arciduca Massimiliano, fratello dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Egli rimase, tuttavia, invischiato in una situazione interna che non conosceva e che non fu, malgrado le sue ottime intenzioni, in grado di gestire, fino al tragico epilogo di Santiago de Querétaro, ennesima umiliazione riservata alla Casa d’Austria.

(continua)