Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid - 3

Trofeo di armi tolte dai pontifici ai garibaldini nella campagna del 1867 (Foto Fratelli d’Alessandri, acquerellata).
Trofeo di armi tolte dai pontifici ai garibaldini nella campagna del 1867 (Foto Fratelli d’Alessandri, acquerellata).

Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid - 3

 

Gli Anni 60 dell’Ottocento

Gli Anni 60 dell’Ottocento, come abbiamo visto, iniziarono tragicamente per Alfonso (e per il fratello Carlo). Nel 1859, a soli dieci anni, è costretto ad abbandonare Modena, dove non farà più ritorno. Seguirono poi le tensioni familiari legate alla sfortunata insurrezione carlista del 1860, la morte dello zio e il disastro della campagna del 1866 che vide l’Austria (patria d’elezione, in quanto ospite) umiliata dalla Prussia. Dopo la sconfitta di Sadowa, Francesco V destinò parte del suo palazzo viennese a ospedale per gli ufficiali feriti, ospitando in prevalenza quelli provenienti dai ranghi della disciolta Brigata Estense e dal reggimento ungherese di cui era colonnello proprietario. Alfonso e Carlo si prodigarono nell’assistenza a questi militari.

Fortunatamente, non vi furono solo tragedie, in quanto questo decennio riservò anche momenti felici.

Il 4 febbraio 1867, a Vienna, il nunzio apostolico presso l’Impero d’Austria, mons. Mariano Falcinelli Antoniacci, celebrò le nozze tra Carlo e Margherita di Borbone Parma. Primogenita del defunto duca di Parma Carlo III, dal 1859 viveva con la famiglia a Frohsdorf, ospite dello zio materno Enrico di Chambord (pretendente legittimista al trono di Francia). In quel castello conobbe Carlo, di cui si innamorò, ricambiata. Alla cerimonia religiosa seguì un sontuoso ricevimento a Palazzo Modena, la residenza viennese dello “Zio” Francesco, che per l’occasione fece un’eccezione alla sua consueta vita ritirata e modesta. Il ricevimento fu un vero e proprio evento, che vide la partecipazione della corte imperiale.

L’anno seguente fu, invece, l’occasione per il secondo viaggio in Oriente di Francesco V, che portò con sé il nipote Alfonso. Completavano la comitiva il marchese Achille Tacoli, il professore Luigi Angelini (già medico militare nella Brigata Estense), il gesuita padre Giulio Buffoli nella veste di cappellano e quattro domestici.

Partirono da Vienna il 13 aprile 1868, navigando sul Danubio fino a Istanbul. Qui Francesco V, sovrano non abdicatario e arciduca d’Austria, venne ricevuto formalmente dal sultano e ricevette l’omaggio degli ambasciatori. Esauriti gli impegni pubblici, dedicarono i giorni del loro soggiorno in città alla visita ai monumenti. Seconda tappa del viaggio era l’Egitto, dove giunsero via mare. Al Cairo furono ricevuti solennemente dal viceré, che li ospitò. Dopo una decina di giorni, sempre via mare, si recarono in Palestina, sbarcando a Jaffa. Da lì giunsero a Gerusalemme, dove furono accolti dalle autorità civili e religiose. Iniziava la parte del viaggio dedicata al pellegrinaggio: oltre ai luoghi santi della città, si recarono a Betlemme, al monastero di Mar Saba e ad Emmaus. Il caldo eccessivo di fine maggio impedì loro di visitare Nazaret, Tiberiade e i monti Tabor, Carmelo e Sinai. Il 2 giugno ripresero il mare alla volta dell’Egitto, raggiungendo Porto Said e Alessandria, città nella quale festeggiarono la solennità del Corpus Domini (11 giugno). Rientrarono poi in Europa sbarcando a Marsiglia. Nel porto francese Alfonso si congedò dai compagni di viaggio: mentre loro rientravano a Vienna, lui si sarebbe recato a Civitavecchia, per arruolarsi nelle truppe pontificie.

 

Mentana

Dopo la strepitosa vittoria riportata a Mentana lo Stato Pontificio era in un clima di grande euforia. Garibaldi, il maestro della guerriglia, delle sorprese e dei colpi di mano era stato sconfitto con le sue stesse tecniche, sul terreno a lui più congeniale.

I garibaldini gestirono malissimo la campagna, commettendo errori che si sarebbero rivelati determinanti. In primo luogo la spedizione fu impostata più come un’azione politica che non militare. I comandanti delle camicie rosse diedero per scontati fatti che non si realizzarono, quali lo sbandamento delle truppe papali e una diffusa insurrezione popolare. Tra i garibaldini vi erano non solo veterani delle precedenti campagne e militari italiani aggregati con la compiacente distrazione dei superiori e del governo (ufficialmente neutrale), ma anche massoni e agitatori politici, che si rivelarono poco utili con le armi in mano. Per esemplificare il livello dello scontro, vale la pena di ricordare la voce secondo cui faceva parte della spedizione anche Helena Blavatsky, occultista fondatrice della teosofia, definita la «sfinge del XIX secolo». Nelle cittadine occupate, i garibaldini compirono profanazioni, ruberie e violenze, che li resero ancora più invisi alla popolazione.

Nel frattempo il comandante delle truppe papali, il generale tedesco Hermann Kanzler, manovrò abilmente, sfruttando la rete ferroviaria dello Stato Pontificio per muovere le truppe e concentrarle nei punti necessari. La rete ferroviaria dell’epoca, relativa al solo Lazio, copriva circa 350 km e consentiva ai soldati del pontefice di spostarsi (senza fatica) a una velocità di 20 km orari. Se questa tempistica oggi fa sorridere, bisogna tenere conto del fatto che il nemico si muoveva a piedi. La marcia normale copriva 20 km in una giornata. Altre tipologie di marcia raggiungevano velocità maggiori, in ogni caso non oltre 6,50 km orari, ma causavano grande affaticamento dei militari e logorio delle calzature. Un altro elemento di vantaggio dei papalini fu l’utilizzo del telegrafo, diffuso dal papa in tutto il suo regno. Insomma, un uso esemplare della moderna tecnica da parte di chi era etichettato dalla propaganda come nemico del progresso.

Garibaldi commise un gravissimo errore, insistendo per espugnare Monterotondo a qualunque costo. La brillante resistenza dei pontifici causò pesanti perdite e un ritardo nelle operazioni sfruttato sapientemente da Kanzler per concentrare le sue truppe alla difesa di Roma.

Nel frattempo sbarcarono i soldati francesi, inviati in soccorso del papa da Napoleone III, che pure li aveva ritirati poco prima in seguito alla Convenzione di settembre. Su un contingente di circa 22.000 uomini, solo 2.000 mossero su Mentana in appoggio ai circa 2.900 pontifici che si contrapponevano a circa 6.000 garibaldini. Il contingente francese servì innanzitutto a far mutare l’atteggiamento del comando italiano, che, da pronto all’occupazione dello Stato Pontificio e benevolo nei confronti dei volontari che sconfinavano per raggiungere Garibaldi, divenne rigorosamente neutrale e severo verso le camicie rosse. La battaglia di Mentana fu sostenuta quasi integralmente dalle truppe papali: il generale Kanzler fece intervenire i francesi solo nel tardo pomeriggio, per dare un po’ di sollievo ai suoi uomini provati da una giornata intera di combattimenti, quando ormai l’esito del combattimento era segnato.

I francesi (sostenuti dagli italiani ai quali bruciava che Garibaldi fosse stato sconfitto dai pontifici) tentarono di intestarsi il merito della vittoria, con la famosa affermazione «Gli chassepot hanno fatto miracoli». Nulla di più falso. Un’analisi di Lorenzo Innocenti (Per il Papa Re, Perugia, Esperia, 2004), effettuata vagliando resoconti dell’epoca e incontrovertibili dati di balistica e morfologia del campo di battaglia, ha consentito di ristabilire i meriti. Lo chassepot era un fucile a retrocarica in grado di sparare ben 12 colpi al minuto, per l’epoca una mole di fuoco impressionante, adatto a una battaglia in campo aperto, poiché una tale quantità finiva con il pregiudicare la precisione. Lo scontro di Mentana si svolse in uno scenario collinare, scosceso, fatto di dossi, fossati, muretti, piante, arbusti. Non furono protagonisti fanterie di linea (dal nome stesso, sparavano stando allineati), ma tiratori di precisione, spesso in gruppi piccoli, di tre o quattro unità, armati con carabine sì ad avancarica, ma di una precisione chirurgica, le sole adatte a colpire il nemico acquattato dietro a un ulivo.

Con le bandiere e parte delle armi tolte ai garibaldini venne realizzato un trofeo, immortalato in una celebre immagine fotografica. A contorno di esse vennero posti dei cartelli componenti una legenda estremamente significativa «Portae inferi non praevalebunt», espressione dal chiaro richiamo evangelico. San Matteo, infatti, riporta nel suo Vangelo (cap. 16, v. 18) come Cristo, nel conferire a San Pietro il primato sugli altri discepoli, avesse detto «E io ti dico: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non trionferanno contro di essa» («Et ego dico tibi quia tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversus eam»).

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