Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid

Alfonso di Borbone-Este con la divisa da sottotenente degli zuavi pontifici, fotografato da Raffaello Ferretti.
Alfonso di Borbone-Este con la divisa da sottotenente degli zuavi pontifici, fotografato da Raffaello Ferretti.

Alfonso di Borbone-Este, tra Modena, Roma e Madrid

 

Lo zio Francesco...

Un giorno, sfogliando documenti d’archivio per una ricerca, capita tra le mani una carta che non ha nulla a che fare con quanto si stava cercando, ma che comunque incuriosisce... Si tratta di una situazione ben nota a chi pratica gli archivi, di frequente foriera di fortunate scoperte.

Di recente è successo anche a me. Stavo scorrendo alcune corrispondenze in una busta dell’Archivio privato dei conti Forni, alla ricerca di un diario di viaggio richiesto da un utente, quando mi sono imbattuto in una lettera diversa dalle altre.

Il primo particolare che ha catturato la mia attenzione è stato tattile. Malgrado la carta della missiva sia estremamente sottile, quasi una carta velina, il suo spessore è importante e appare rigida. Racchiude, infatti, una fotografia all’albumina stampata in formato carte de visite (circa mm 64 X 100) applicata, come usava all’epoca, su un robusto cartoncino. Aperta la busta, estraggo la lettera che avvolge la foto e corro subito a vedere l’immagine. Vi è un giovane con la divisa di uno dei corpi scelti dell’esercito pontificio, appoggiato a una sedia, in una delle tipiche pose delle foto di metà Ottocento, quando i tempi erano lunghi e bisognava assicurarsi posture comode, in modo da riuscire a stare immobili per alcuni minuti. Già, è proprio uno zuavo, un soldato della fanteria leggera. L’aria mi è familiare. Giro la foto e scopro una dedica: «Al caro Conte Luigi Forni, Alfonso». La lettera accompagnatoria conferma l’intuizione che mi era venuta in mente: al suo interno c’è un riferimento allo «Zio Francesco». Posto che il Francesco di cui si parla è il duca di Modena Francesco V, l’Alfonso che lo chiama «Zio» (sia pure con la “Z” maiuscola) può essere solo lui, Alfonso di Borbone Spagna, che spesso firmava Borbone-Este.

 

...e il nonno Carlo

Alfonso era il figlio secondogenito di Maria Beatrice d’Austria-Este, sorella di Francesco V, e di Giovanni Carlo di Borbone-Spagna. Giovanni Carlo era a sua volta il figlio di Carlo V di Spagna, da non confondersi con l’imperatore asburgico del Cinquecento, il cui ordinale era V nel Sacro Romano Impero, ma I in Spagna.

Si trattava di una discendenza tra le più illustri, ma anche problematica e impegnativa. Nel 1830 il re di Spagna Ferdinando VII aveva riformato le leggi di successione al trono, prevedendo, che, in caso di assenza di discendenti diretti maschi, le femmine potessero salire sul trono. Questa innovazione, tuttavia, non fu presentata alle Cortes per la necessaria ratifica. Morto Ferdinando, tre anni dopo, secondo questa normativa, salì sul trono la figlia di Ferdinando, Isabella II, ancora bambina e sotto la tutela della madre Maria Cristina, nata Borbone-Due Sicilie. Era il 29 settembre 1833. Il fratello di Ferdinando, Carlo, protestò contro questa successione illegittima, e si dichiarò pubblicamente defraudato del trono, ritirandosi momentaneamente in Portogallo. Dal nome dei protagonisti, i due schieramenti vennero detti carlisti e cristini.

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Non era solo una questione dinastica, non si trattava solo di avere un re con i pantaloni o con la gonna. I due schieramenti esprimevano due differenti e inconciliabili visioni della società e del potere. Era la contrapposizione tra l’Antico regime, sostenuto dai carlisti, e la Rivoluzione, i cui principi erano portati avanti dai cristini.

Le parole d’ordine dei carlisti erano Dios, Rey, Patria, Fueros. La religione cattolica era fondamento dello Stato, il sovrano derivava il proprio potere direttamente da Dio e governava ispirandosi ai principi evangelici. Anche nel campo economico la visione era conservatrice e contraria al nascente capitalismo. L’ideale della patria era temperato dai fueros, le consuetudini locali che divenivano fonte primaria del diritto. Era un’applicazione del concetto medievale di unità nella diversità. I crisini erano radicalmente contrapposti a questa visione reazionaria e sostenevano idee illuministe. Il sovrano era visto come un re costituzionale, un garante che non doveva prendere parte all’azione del governo, affidata a un primo ministro. La sua legittimità non derivava da Dio, ma dal volere della nazione. In campo economico e sociale si professavano liberali, sostenendo il libero mercato e la modernizzazione, la quale passava anche attraverso il ridimensionamento della Chiesa cattolica e delle sue proprietà. Per rendere lo Stato più efficiente e competitivo con i partner europei, ne propugnavano una radicale riforma in senso centralista. Non era solo una questione anagrafica, come si potrebbe pensare a prima vista: molti giovani militavano convintamente tra i carlisti, mentre tra i cristini non mancavano gli anziani, tra i quali parecchi veterani che avevano combattuto contro l’invasione napoleonica.

La società spagnola si spaccò. Mentre lo Stato andava in bancarotta, le misure dei liberali si rivelarono nefaste per i ceti popolari. I terreni comunali comuni vennero venduti, favorendo la speculazione dei ricchi e privando i poveri di un’importante (spesso unica) fonte di sostentamento. Contestualmente si aggrediva la proprietà ecclesiastica, togliendo ai bisognosi l’accesso alle opere caritative religiose che proprio da quelle proprietà erano finanziate. Come se queste misure non fossero bastate, l’aumento indiscriminato delle tasse colpì più duramente proprio i meno fortunati.

La replica di Carlo alla reggenza di Maria Cristina non si fece attendere: il 1° ottobre si proclamò re di Spagna, dando inizio alla prima guerra carlista.

Parecchi anni dopo, il nostro Alfonso rivendicherà orgogliosamente la sua discendenza dal nonno Carlo V: era il 21 settembre 1870 e le truppe pontificie si apprestavano a lasciare Roma, occupata dagli italiani. Era stata concordata una breve sfilata che si sarebbe conclusa per gli stranieri con il rimpatrio e per gli italiani con la reclusione nel nord della penisola. Gli ufficiali, ai quali era stato accordato di poter conservare la sciabola, si presentavano uno alla volta davanti al generale Gustavo Mazè de la Roche, al quale offrivano simbolicamente l’arma in segno di resa. Un giovane sottotenente degli zuavi mostrò la propria, talmente bella da colpire Nino Bixio, presente alla cerimonia in quanto generale comandante una delle colonne dell’esercito italiano impegnate nella presa del Lazio. Bixio chiese al giovane di scambiarla con la propria o con un’altra a suo piacere. Lo zuavo rispose che non poteva: la sciabola, infatti, era un cimelio di famiglia, ereditato dal nonno. Sentendo queste parole, Bixio si incuriosì e chiese chi fosse l’antenato. Alfonso rispose: «Se avesse potuto salire al trono di Spagna si sarebbe chiamato Carlo V».

(continua)