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«Agonismo» processuale ed etica difensiva: l’avvocato e l’uso delle espressioni sconvenienti o offensive

09 aprile 2018 -
<£1>«Agonismo» processuale ed etica difensiva: l’avvocato e l’uso delle espressioni sconvenienti o offensive<£/>

Abstract

L’avvocato ha il dovere di comportarsi, in ogni situazione, con la dignità e con il decoro imposti dalla funzione che l’avvocatura svolge nella giurisdizione e deve in ogni caso astenersi dal pronunciare espressioni sconvenienti od offensive, la cui rilevanza deontologica non è peraltro esclusa dalla provocazione altrui, né dallo stato d’ira o d’agitazione che da questa dovesse derivare.

 

Molto spesso le “dispute” giudiziarie si caratterizzano per una dialettica dai toni fermi e accesi posta in essere dagli avvocati al fine di sostenere la difesa della parte assistita o di criticare e contrastare le tesi avversarie o le decisioni dei magistrati, che, però, travalica i limiti segnati dai doveri di probità, lealtà, correttezza e decoro, ledendone la dignità della professione. Ciò accade quando “stupidamente” l’avvocato utilizza frasi gratuitamente offensive, che mirano soprattutto ad attaccare il collega avversario e/o la controparte e/o il terzo e/o il magistrato sul piano personale e che non hanno alcuna rilevanza ai fini della difesa.

È principio fondamentale e soprattutto morale che nell’esercizio della professione l'avvocato deve porre ogni rigoroso impegno nella difesa del proprio cliente, senza però mai travalicare i limiti della rigorosa osservanza delle norme disciplinari e del rispetto che deve essere sempre osservato nei confronti della controparte, del suo legale, dei terzi e del magistrato, in ossequio ai doveri di lealtà, correttezza e ai principi di colleganza.

Il diritto di difesa, quindi, incontra un limite insuperabile nella civile convivenza e nel diritto della controparte, del suo legale o del giudice a non vedersi offeso o ingiuriato nel corso di un procedimento giudiziario.

Articolo pubblicato in: Ordinamento forense


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n.7770 - ISSN 2239-7752

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