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Il diritto morale d’autore e il patto di ghostwriting: una convivenza difficile

05 novembre 2018 -
Il diritto morale d’autore e il patto di ghostwriting: una convivenza difficile

Il presente elaborato mira a brevemente analizzare alcune delle problematiche connesse con il diritto d’autore, avendo particolare riguardo ai suoi aspetti c.d. morali.

Il diritto d’autore, come sappiamo, costituisce lo strumento di tutela dell’attività umana creativa, avendo quale finalità preminente quella di garantire a colui che ha dato vita ad un’opera dell’ingegno avente carattere creativo tutta una serie di prerogative, tanto di tipo patrimoniale quanto di tipo personale, tali da assicurargli una possibilità effettiva di controllo in ordine all’utilizzazione dell’opera medesima.

Titolo originario d’acquisto del diritto d’autore è, ai sensi dell’articolo 6 Legge 633/1941, la semplice creazione dell’opera, senza che si rendano necessari adempimenti o formalità ulteriori.

La linearità di questi principi, tuttavia, non sembra a chi scrive essere sempre riscontrabile; infatti, allorquando la nascita dell’opera trovi la sua fonte in un preesistente rapporto contrattuale avente ad oggetto lo svolgimento di un’attività creativa, emergono alcune questioni di non agevole soluzione.

Tale fattispecie si concretizza fondamentalmente in due casi: il rapporto di lavoro subordinato, ove l’autore si obbliga alla realizzazione di opere destinate allo sfruttamento esclusivo del datore di lavoro, e quello d’opera, per mezzo del quale, invece, l’autore si impegna a realizzare un’opera creativa a beneficio esclusivo del committente.

In relazione a queste figure si pone il problema di individuare quali diritti di utilizzazione vengano acquistati dal datore di lavoro o dal committente; di stabilire se l’acquisto di detti diritti avvenga in via diretta, essendo sufficiente la sola creazione, ovvero subordinatamente a determinati adempimenti, quali ad esempio la consegna; di qualificare la natura giuridica di tale acquisizione e, nei casi più complessi, di determinare addirittura quale soggetto debba essere considerato autore dell’opera.

Non potendo, in questa sede, dare esauriente risposta a tutti gli interrogativi che precedono, si è scelto di approfondire una figura di cui in Italia non si sente parlare spesso, quella del c.d. ghostwriter.

Il ghostwriter è quell’autore professionista che si impegna, dietro corrispettivo, a scrivere libri, articoli, pubblicazioni scientifiche o composizioni musicali che verranno ufficialmente attribuite ad altra persona; è evidente, allora, il perché si parli di “scrittore fantasma” o “scrittore ombra”.

Trattasi di figure cui spesso ricorrono celebrità o personaggi pubblici. Diversi i motivi possibili: assenza di tempo, incapacità di strutturare un libro commercialmente valido, necessità delle case editrici di aumentare il numero di pubblicazioni di un dato autore già noto sul mercato.

Chiarito, dunque, cosa si intende per ghostwriting, risulta immediatamente palese la complessità del rapporto con il diritto d’autore e le forti difficoltà di far convivere il primo con il secondo; difficoltà che, peraltro, vengono accentuate dall’assenza in Italia di una regolamentazione giuridica del fenomeno, a differenza di quanto accade, invece, in Paesi quali Canada, Stati Uniti o Germania[1].

La tensione emerge, come facilmente può immaginarsi, rispetto ai diritti morali d’autore, avendoli la legge italiana assoggettati ad un regime di assoluta indisponibilità.

Non è un caso, infatti, che il mondo anglosassone abbia incontrato meno difficoltà rispetto a quello continentale nel disciplinare l’istituto in questione, costituendo la tutela del diritto morale d’autore un tratto distintivo del secondo sistema giuridico e non del primo. Si precisa, tuttavia, che la distanza tra i due sistemi risulta comunque attenuata dalla circostanza che il titolare del diritto patrimoniale d’autore può, in ogni caso, esercitare un penetrante controllo in ordine alle modalità di impiego dell’opera da parte di terzi, anche con riferimento ai relativi aspetti morali; e questo vale persino per quegli ordinamenti che non conoscono una specifica tecnica di tutela delle suddette prerogative morali dell’autore.

Va, allora, segnalato il tentativo di una recente dottrina individualistica[2] di affermare la liceità del c.d. patto di ghostwriting, attraverso il ripensamento dell’indisponibilità del diritto morale d’autore e, più in particolare, del diritto alla paternità.

Il ghostwriting, infatti, potrebbe essere definito quale forma di “plagio autorizzato”, in cui il committente si appropria della paternità dell’opera senza esserne l’autore originale, in virtù di un accordo contrattuale. Conseguenza della qualificazione del suddetto patto quale contratto valido ad effetti obbligatori, è inevitabilmente che l’eventuale esercizio, da parte dell’autore originario, del potere di rivendicare l’opera costituirebbe un inadempimento contrattuale[3].

Articolo pubblicato in: Diritto d’autore


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