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I limiti della neutralità: la Corte di giustizia e l’eterno ritorno dell’hosting attivo

17 gennaio 2019 -
I limiti della neutralità: la Corte di giustizia e l’eterno ritorno dell’hosting attivo

Di Tommaso Scannicchio e Nicola Alessandro Vecchio

 

Corte di giustizia dell’Unione europea, 7 agosto 2018, causa C-521/17, Coöperatieve Vereniging SNB-REACT U.A. c. D.M. 

Gli articoli da 12 a 14 della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (“Direttiva sul commercio elettronico”) devono essere interpretati nel senso che le limitazioni di responsabilità che essi prevedono sono applicabili al prestatore di un servizio di locazione e di registrazione di indirizzi IP che consente di utilizzare anonimamente nomi di dominio Internet, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, purché tale servizio rientri in una delle categorie di servizi previste in tali articoli e soddisfi l’insieme delle condizioni corrispondenti, in quanto l’attività di tale prestatore sia di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, con la conseguenza che detto prestatore non conosce né controlla le informazioni trasmesse o memorizzate dai suoi clienti, ed egli non svolga un ruolo attivo, permettendo a questi ultimi di ottimizzare la loro attività di vendita online, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.

  

Sommario:

1. Premessa

2. La vicenda interna

3. L’arresto della CGUE

4. Le questioni sottese

5. Conclusioni

 

1. Premessa

Nella sentenza in commento[1] la Corte di giustizia è intervenuta nuovamente[2] sul tema della responsabilità degli ISP (Internet Service Providers), ribadendo l’orientamento, ormai consolidato, secondo il quale il regime di responsabilità derogatorio disegnato dalla direttiva 2000/31 è limitato ai casi in cui l’attività del provider sia «di ordine meramente tecnico, automatico e passivo» (§ 47 decisione)[3].

Si tratta di dictum ormai pacifico, il quale, secondo diversi osservatori, confinerebbe al rango di eccezione le ipotesi di esenzione di responsabilità e si porrebbe in piena sintonia con la policy sottesa alla (recente) proposta di direttiva c.d. Copyright[4]. E tuttavia, l’uniformità della giurisprudenza europea non riesce né a fugare i dubbi, né a dissolvere le criticità connesse a una disciplina normativa ormai unanimemente ritenuta non più in grado di governare la multiforme e cangiante galassia di soggetti che si celano dietro la sigla ISP.

 

2. La vicenda interna

Nel caso de quo, a dolersi dell’operato di un (asserito) ISP era un’organizzazione con sede ad Amsterdam, volta ad assicurare una rappresentanza collettiva ai titolari di marchi (i.e. la Coöperatieve Vereniging SNB-REACT U.A.), la quale si rivolgeva a un Tribunale estone (Harju Maakohus) per accertare e far cessare la violazione dei diritti di dieci dei suoi membri, nonché per la condanna al risarcimento dei danni patiti da questi ultimi, avverso il sig. D.M.. Quest’ultimo, nella prospettazione attorea, aveva registrato domain names con segni identici ai marchi registrati[5], «nonché siti Internet sui quali erano illecitamente vendute merci recanti tali segni» (§ 18). All’esito del giudizio di prime cure, tuttavia, la domanda veniva rigettata, in quanto si riteneva SBN-REACT priva della legittimazione attiva e non provata la responsabilità del sig. D.M., il quale, pur essendo intestatario dei relativi indirizzi IP, non aveva registrato né i domain names, né i siti oggetto del contendere, né, infine, aveva fatto uso degli stessi in termini illeciti e comunque contrastanti con i diritti sui relativi segni distintivi: egli aveva concesso in “locazione” i menzionati indirizzi IP a due società terze, non dando quindi luogo a una trasmissione di informazioni, ma semplicemente fornendo accesso a una rete di comunicazioni elettroniche.

SBN-REACT proponeva appello avverso la menzionata sentenza, rilevando, in particolare, che il sig. D.M. non poteva beneficiare di alcuna esenzione di responsabilità, in quanto non era un intermediario neutro, essendo a conoscenza dell’esistenza di violazioni e svolgendo un ruolo attivo nella loro realizzazione. La Corte di secondo grado (Tallinna Ringkonnakohus) interrogava quindi la Corte di giustizia, ex articolo 267 TFUE, sia sulla legittimazione attiva di SBN-REACT, sia sull’applicabilità o meno degli articoli 12-14 della direttiva 2000/31 anche a un soggetto, come il sig. D.M., che, tramite il menzionato servizio di “locazione”, consentiva alle società di operare anonimamente[6] e commettere, in tale (privilegiata) condizione, le censurate condotte di infringement.

 

3. L’arresto della CGUE

La Corte affronta, in primo luogo, l’ermeneusi dell’articolo 4, lettera c), direttiva 2004/48[7], rilevando che la legittimazione ad attivare le procedure della direttiva in commento, generalmente riconosciuta ai «titolari» degli IPRs (articolo 4, lettera a)), è predicabile anche in relazione ad altri soggetti esclusivamente «se consentito dalle disposizioni della legislazione applicabile e conformemente alle medesime» (articolo 4, lettera b)-d)). Mediante tale espressione, da intendersi comprensiva anche della normativa euro-unitaria e letta dal giudicante europeo in combinato disposto con il considerando 18 della medesima direttiva[8], si limita la facoltà in commento, ammettendosi tale peculiare legittimazione ad agire esclusivamente in favore degli organismi che abbiano un interesse “diretto” alla difesa dei diritti e siano già muniti di una legittimazione processuale generale per farli valere. In presenza di tali due condizioni, il cui esame compete al giudice domestico, vi può essere anche la legittimazione ex articolo 4, lettera c), direttiva 2004/48.

Volgendo poi lo sguardo al merito della questione, il giudice sovranazionale evidenzia che l’inquadramento dell’operato del convenuto nell’ambito dei “servizi della società dell’informazione” è operazione interpretativa demandata al giudice del rinvio e, nel caso di scrutinio positivo, ancora a quest’ultimo spetterà verificare se tale prestatore possa giovarsi delle limitazioni di responsabilità previste nella direttiva 2000/31 (articoli 12, paragrafo 1; 13, paragrafo 1; 14, paragrafo 1)[9].

È in quest’ultimo snodo argomentativo che si coglie il passaggio più interessante della pronuncia, giacché la Corte, allineandosi ai suoi più recenti approdi, afferma che i prestatori possono godere delle deroghe alla liability «esclusivamente» quando «detti prestatori non conoscono né controllano le informazioni trasmesse o memorizzate dalle persone alle quali forniscono i loro servizi», connotandosi per un ruolo meramente passivo; diversamente, il prestatore sarà (sempre) pienamente responsabile laddove «svolga un ruolo attivo, consentendo ai suoi clienti di ottimizzare la loro attività di vendita online» (§§ 47-48). In ogni caso, poi, la Corte statuisce che, anche ove il giudice nazionale, esaminando la questione, concludesse che il “locatore” di indirizzi IP non possa ritenersi responsabile ai sensi della direttiva 2000/31, ciò non escluderebbe la possibile emanazione nei suoi confronti di ingiunzione per far cessare la violazione al diritto, in accordo con quanto stabilito nel caso Mc Fadden[10].  



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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