Il bisogno dei bambini di autenticità
Il bisogno dei bambini di autenticità
Si parla tanto di “life skills”, competenze per la vita, ma sono già iscritte nella vita: autenticità, essenzialità, intimità, originarietà (e originalità), umiltà. Gli stessi che dovrebbero essere i principi ispiratori alla base di ogni relazione interpersonale, in primo luogo di quella educativa.
“Essere autentici […] significa avere mente e cuore connessi all’unisono in uno stato totale di presenza, in cui ogni parola, gesto, sguardo o suono vibrano con la propria verità in assenza totale di maschere rivelando totalmente il proprio sé. Sin dall’infanzia impariamo a fare e a essere quello che ci viene indicato come “giusto”, anche se a volte non ci rispecchia totalmente...Sin da piccoli impariamo ad adattarci, ad essere resilienti... Diversi studi hanno dimostrato che l’autenticità aiuta non solo a sentirsi più felici e realizzati, ma fa bene anche alla salute, alle relazioni e persino alla carriera!” (cit.). I bambini sono autentici e gli adulti, nell’educarli, dovrebbero essere altrettanto autentici e preservare la loro autenticità e non cadere in moralismo e simili.
Già il filosofo indiano Aurobindo diceva: “Tutto il movimento deve cominciare dal di dentro. Non si può costruire nulla di stabile dall’esterno, se non è prima fondato nell’essere interiore. […] Ogni progresso autentico deve avere le sue radici in un cambiamento dell’essere interiore, altrimenti non sarà che un’ombra passeggera”. L’educazione ha un aspetto spirituale, aggettivo usato espressamente in alcuni articoli della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Aspetto sempre più ignorato dai genitori e da altri adulti di riferimento.
Al di là del credo religioso, i giovani hanno bisogno di interiorità, spiritualità, autenticità, speranza: sono questi i carburanti della vera giovinezza. Non si deve puntare i giovani ma puntare sui giovani: così si garantisce lo sviluppo sostenibile.
“Far crescere una cultura del rispetto fin dall’infanzia è oggi una vera urgenza educativa. Non si tratta solo di convivere con gli altri e tollerarli, ma di imparare fin da piccoli ad accogliere in maniera autentica, facendo spazio, fuori e dentro di sé a quello che arriva di nuovo, di diverso, magari di inatteso” (cit.). I genitori devono educare i figli, sin da piccoli, al rispetto dell’altro, del nuovo, del diverso e il primo altro, nuovo e diverso che i bambini hanno di fronte sono proprio i genitori. Ed è proprio quello che manca nell’educazione, perché i genitori si comportano sempre più come amici dei figli in un rapporto alla pari.
Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro rammenta: “Genitori ed educatori abbiano fiducia nella forza del loro esempio: crescere in un clima di rispetto e considerazione fa star meglio noi e gli altri e, aspetto non trascurabile, ci aiuterà non solo a scuola, ma anche nel mondo del lavoro e nelle relazioni affettive”. A casa si evita di far vedere le immagini di guerre e carestia ai bambini per non turbarli, a scuola si organizzano giornate della pace, della gentilezza e altre, ma il clima relazionale tra gli adulti è tutt’altro che di pace, rispetto e reciprocità. L’educazione è una relazione e tutto passa attraverso l’esempio e l’autenticità.
Fulvio Scaparro aggiunge: “Alcuni ricercatori dell’University of California sostengono che i bambini al di sotto dei dieci anni ai quali è stato chiesto di compiere tre atti di gentilezza per quattro settimane nei confronti dei compagni di classe, acquistano popolarità tra i coetanei e appaiono più contenti. Stando ai risultati, la gentilezza paga e, aggiungono i ricercatori, si tratta di un comportamento che consente di ottenere risultati simili anche da adulti”. È necessario e doveroso educare la gentilezza, alla gentilezza e non organizzare eventi o altro solo di apparente a scuola o in altri contesti per la “giornata della gentilezza”. La gentilezza è una componente dell’educazione in generale che richiede instancabilità, coerenza e autenticità da parte degli adulti e riguarda lo “sviluppo” (che è liberazione dagli inviluppi) spirituale, morale e sociale di ogni fanciullo (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
Il pedagogista Daniele Novara scrive: “Dove l’attenzione ai bambini e alle bambine si spegne, occorre che padri e madri sappiano far sentire la propria voce perché, come da sempre ripetiamo, una città o un Paese dove stanno bene i bambini è una città o un Paese dove stanno bene tutti”. I bambini non hanno bisogno di cose ma di presenze, di persone: accoglienza, attenzione, ascolto, autenticità, armonia.
“Oggi noi siamo molto attenti a preservare i bambini e i ragazzi dal pensiero e dal contatto con la morte, dall’idea che si possa anche morire. Li proteggiamo con narrazioni sempre più improbabili, forse per non turbare la loro spensieratezza, o forse perché proprio noi adulti siamo in difficoltà con la prospettiva della morte e non sappiamo più come raccontarla” (cit.). I bambini vanno educati all’autenticità e alla vita e, pertanto, anche alla morte rammentando che la morte non è solo quella fisica e che gli stessi genitori provocano delle morti nelle vite dei figli.
La formatrice Silvia Iaccarino sostiene: “I comportamenti che etichettiamo come “cattivi” non sono altro che segnali, tentativi di bambini e bambine di comunicare un disagio, un bisogno inascoltato o un’emozione che non sanno come regolare. La nostra sfida, come adulti di riferimento, è quella di saper decifrare il loro comportamento manifesto e tradurlo in messaggio, superando l’idea del “lo fa apposta”, “mi provoca”, “mi manca di rispetto”. Si tratta di passare dalla pedagogia nera, basata su minacce e coercizione, a un approccio empatico. Significa compiere un’autentica rivoluzione interiore e mettere in discussione il nostro sguardo, esplorare le nostre capacità di ascolto e chiederci: “Cosa mi sta dicendo questo bambino/a? E, soprattutto, cosa accade in me?”. Il vero lavoro, infatti, è su di noi”. Oggi non si considerano più i bambini cattivi ma si educano o ineducano in modo tale da renderli bambini tiranni o con la sindrome dell’imperatore.
Lo psicologo Ezio Aceti suggerisce: “I genitori, almeno due volte al mese, dovrebbero uscire, dedicarsi a loro due, senza figli. È la più elevata forma di educazione sentimentale e sessuale. Così i figli capiscono che sono nati da quell’amore e cresceranno in maniera positiva” (nella lectio magistralis del 9 ottobre 2023 a Matera). L’educazione sentimentale e sessuale non passa attraverso lezioni, scuole o convegni, ma attraverso l’autenticità, l’armonia, l’amore (che non significa moine o amoreggiamento alla presenza degli altri) e il rispetto reciproco nel quotidiano della coppia, della famiglia, quell’ambiente familiare e quell’atmosfera di felicità, amore, comprensione di cui si parla nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
A proposito di ambiente, l’ambiente circostante i bambini non deve essere lussuoso ma curato, ordinato, sicuro. Il designer Enrico Baleri parlava di “ricerca di valori” nell’architettura, nell’ambiente: autenticità, leggerezza, ironia, discrezione, coerenza, internazionalità, evoluzione, ecologia, non obsolescenza. Tutto ciò è ancora più vero e determinante per i bambini, che hanno diritto all’ambiente e che, rispetto agli altri, sono loro stessi un ambiente da rispettare.
I valori si possono proporre, propugnare, promuovere non solo con le battaglie in piazza ma anche con ogni forma d’arte e col proprio modo d’essere autenticamente se stessi.
Infanzia: l’età che dà il linguaggio emotivo autentico che fa affrontare tutta la vita. I bambini osservano, percepiscono, colgono, sentono, ascoltano tutto e fanno le loro deduzioni e imitazioni. I genitori e gli adulti in generale hanno il dovere e l’obbligo di prestare più attenzione e concedere ai bambini sguardo (educativo) e tempo (educativo)