L’educazione nella e della famiglia ibridata

La famiglia e le relazioni reali e virtuali
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L’educazione nella e della famiglia ibridata

 

Lo psicologo Simone Olianti scrive: “Il progresso ha consentito di fare miracoli in campo sanitario e culturale, ma nello stesso tempo la tecnologia e l’esigenza della produzione hanno estraniato l’uomo dai suoi veri bisogni, che sono e rimangono bisogni di vicinanza, intimità, conferma, riconoscimento e condivisione”. La tecnologia ha cambiato tutto e tutti, anche la famiglia che, dapprima normativa e successivamente solo affettiva, è diventata “ibridata” - così chiamata dal sociologo Pierpaolo Donati per indicare l’intreccio tra le relazioni familiari e le interazioni digitali -, anzi sembra dominata o soggiogata dalle nuove tecnologie. La tecnologia (o l’abuso che se ne fa), sempre più spesso, fa dimenticare però che la famiglia è un bisogno primordiale e che ha bisogni specifici che non possono essere soddisfatti da alcun mezzo se non da persone in carne e ossa.

Quanto è banale dire che i bambini sono sempre più nativi digitali e non possono farne a meno: i bambini sono semplicemente dei nati e sono gli pseudoadulti a renderli “amebe digitali”. Appello lanciato dagli esperti, tra cui il pedagogista Daniele Novara: “Nativi digitali è un termine inventato dal marketing, non è una rivelazione scientifica: i bambini soprattutto sotto i 3 anni devono giocare con l’acqua, la sabbia, fare i travasi, non stare incollati al tablet”. Il consumismo, l’espressione “nativi digitali” e tutto il resto che circonda i bambini sono solo invenzioni adulte e adulteranti perché i bambini sono uguali in ogni tempo e spazio e nascono tutti con gli stessi bisogni primari ed emozioni primordiali.

Il pedagogista Pier Cesare Rivoltella puntualizza: “Comincerei col dire che l’educazione digitale non esiste. Preferisco parlare di educazione al tempo del digitale”. È infondato affermare che i bambini e i ragazzi di oggi sono attratti solo dai dispositivi, perché dipende invece da quello che gli adulti fanno e danno (in realtà “fanno danno”). Più che di educazione digitale urge l’educazione sic et simpliciter: occorre attrarre a sé per trarre dall’altro quello che si vuole far venir fuori e che, in gran parte, ha già dentro di sé.

Nel 6° Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2025-2027, sotto il titolo “Educazione” si legge: “La dimensione educativa si sviluppa sia attraverso la relazione primaria all’interno della famiglia sia grazie alla relazione secondaria, al di fuori del nucleo familiare. Essa si intreccia fortemente con le competenze dei genitori e, più in generale, degli adulti di riferimento di bambini e ragazzi, ed è connessa alle sfide educative del nostro tempo così complesso. Una di queste è certamente la sfida dell’alfabetizzazione digitale, con uno sguardo focalizzato sulla crescita del minore e sullo sviluppo della sua personalità. Le nuove tecnologie possono offrire grandi opportunità, in termini di scambio e interattività, di accesso alle informazioni e agli stimoli cognitivi e di sguardo sul mondo, ma è fon­damentale conoscere i rischi a cui i minori sono particolarmente esposti, anche a causa delle maggiori abilità e velocità di apprendimento e aggiornamento che me­diamente essi hanno rispetto agli adulti. Per prevenire tali rischi occorre informare ed educare i ragazzi a un uso prudente della Rete, ma anche accompagnare e formare i genitori e gli insegnanti favorendo l’acquisizione e lo sviluppo di adeguate competenze digitali: per educare i più piccoli, infatti, occorre prima di tutto essere degli adulti consapevoli”.  

Come guidare allora i bambini all’utilizzo e alla gestione degli schermi? Serge Tisseron, psichiatra e psicoanalista francese, parla delle “3 A”: autoregolazione, alternanza, accompagnamento. Autoregolazione significa stabilire limiti e accompagnare i bambini ad acquisire, con gradualità, la capacità di darsi regole e di autocontrollarsi. L’alternanza rimanda all’equilibrio e alla necessità che, nell’infanzia, l’uso del digitale, conviva con altre opportunità di esperienza, ricerca e sperimentazione. Accompagnamento significa mai soli e vigilare soprattutto quando regna il silenzio nelle camerette. Autoregolazione, alternanza e accompagnamento sono parametri da seguire in ogni intervento educativo, soprattutto in qualità di genitori.

L’età in cui le persone familiarizzano con le nuove tecnologie è sempre più precoce; sempre più spesso i bambini, anche molto piccoli, sono esposti per lungo tempo agli stimoli sonori e luminosi degli schermi. Tutto ciò ha un impatto non indifferente sulla loro crescita, non solo perché interviene nel delicato processo di costruzione delle reti neuronali e dei processi cognitivi, ma anche a livello emotivo, comportamentale e relazionale” (cit.). Nell’art. 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, relativo alla formazione della propria opinione, e nell’art. 31 relativo al diritto al gioco vi è il riferimento all’età, elemento di cui i genitori e educatori devono tenere ancora più presente per l’uso dei mezzi tecnologici.

La giornalista Giulia Cananzi sottolinea: “Il problema più grande è quando a queste deleghe se ne aggiunge un’altra, la più insidiosa, il digital babysitting, ovvero lo smartphone, il computer, il tablet, la televisione. Tutti device che consentono al genitore di distrarre il bambino e di tirare il fiato, ma che possono avere conseguenze imprevedibili sulla sua salute mentale. Le ricerche riportano che l’uso della tecnologia è sempre più precoce e invasivo. [...] Il tempo di esposizione sale con l’età e varia anche di molto a seconda della regione, con netto aumento al Sud”. I genitori si preoccupano molto della crescita del nascituro (con continue ecografie, visite mediche alla futura mamma, consulti vari) ma non adeguatamente della tutela della salute mentale dei neonati e dei piccoli in crescita. Occorre maggiore formazione e informazione a tutti i livelli (art. 24 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). I figli hanno sempre comportato rinunce, sacrifici, difficoltà, responsabilità ma, oggi, tutto ciò sembra essere diventato evanescente o addirittura inesistente.

“Il Safer Internet Day si celebra l’11 febbraio. Poi nei restanti giorni si tende a dimenticare il tema. Serve promuovere una cultura quotidiana della consapevolezza. L’82% dei ragazzi trascorre cinque ore al giorno davanti agli schermi. E questo porta a quattro conseguenze: dipendenza, perdita di concentrazione, privazione del sonno e depravazione sociale. Sono problemi che vanno affrontati ogni giorno. La politica è chiamata a dare risposte concrete. I giornalisti sono chiamati invece a rispettare la carta di Treviso. Ognuno deve fare la propria parte” (da un articolo di febbraio 2025). I bambini e i ragazzi non nascono con i dispositivi digitali in mano ma sono gli adulti che li progettano, li producono e glieli comprano mettendoli davanti agli schermi in età sempre più prematura, favorendone la dipendenza. E la nuova Carta di Treviso (che, dal 2021, ha modificato la preesistente Carta di Treviso) deve essere rispettata non solo dai giornalisti ma anche dagli altri adulti, a cominciare dai genitori che nei social pubblicano foto e notizie riguardanti i figli in maniera scriteriata.

Con i giovani più che raccomandarsi bisognerebbe ricordare loro di essere giovani, la bellezza e l’unicità di essere giovani, incoraggiarli, entusiasmarli. Non predicozzi, sermoni o altro facendo paragoni con i propri tempi o con altre situazioni, ma un avvicinamento genitori-figli che secondo il sociologo Francesco Belletti è la chiave per affrontare ogni evoluzione (soprattutto in quest’era digitale o post-digitale): “Le persone più solide non sono quelle più rigide, ma quelle più adattabili (flessibili) e le relazioni familiari più efficaci sono quelle che si adattano meglio alle alterne vicende della storia”. Adattarsi non è adeguarsi. A fronte di contestazioni o opposizioni da parte dei figli non bisogna rispondere con lo stesso linguaggio perché il rapporto genitori-figli (o con gli alunni) non deve e non può essere un braccio di ferro o un match.

La vita ha bisogno continuamente della mano: da quella della mano della mamma che la passa sul grembo per sentire i movimenti del nascituro a quella dei bambini che scavano buche sulla spiaggia per giocare. Occorre stimolare l’uso della mano in stretta connessione con il cervello, ancor di più nell’era digitale (che etimologicamente deriva proprio da “dito”) per ritrovare e rinnovare la dimensione umana e il tocco personale.

Già Giovanni Paolo II, nell’udienza generale del 21 marzo 1979, richiamava: “Alle volte si sente dire che l’incremento eccessivo dei mezzi audio-visivi nei paesi ricchi non sempre giova allo sviluppo dell’intelligenza, particolarmente nei bambini; al contrario, talvolta contribuisce a frenarne lo sviluppo. Il bambino vive solo di sensazioni, cerca delle sensazioni sempre nuove... E diventa così, senza rendersene conto, schiavo di questa passione odierna. Saziandosi di sensazioni, rimane spesso intellettualmente passivo; l’intelletto non si apre alla ricerca della verità; la volontà resta vincolata dall’abitudine, alla quale non sa opporsi”.

Educare: far fare esperienza del presente ed esperienze nel presente per generare entusiasmo per il futuro. La tecnologia e altro sono solo mezzi e non risorse o obiettivi o realizzazione del sé.