Una madre non è solo madre
Una madre non è solo madre
“La psicologia dello sviluppo nota giustamente che la prima parola del bambino non è «io», ma «mamma»: lo sguardo della madre diviene una sorta di specchio in cui il bambino vede sé stesso e, se lo sguardo è di accoglienza e affetto, il bambino riconosce ed esprime le proprie capacità, senza timore” (cit.). La relazione madre-figlio è fondamentale per ogni altra relazione, a cominciare da quella con il padre. I genitori devono prendere consapevolezza di essere responsabili anche dello sviluppo del figlio, da quello fisico a quello sociale e, pertanto, relazionale (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), ma sempre più spesso sono negligenti o addirittura confliggenti.
Lo psicoanalista Massimo Recalcati afferma: “La maternità profonda (non patologica) non si appropria del figlio, non è cannibalica, come nel brano biblico di Salomone. Questo testo significa che la maternità è bifronte, che la maternità ha due teste. Ogni madre ha due teste, in ogni madre c’è un conflitto” (nella lectio magistralis del 15 febbraio 2020 a Matera). Si diventa madre non al parto, ma concependo e partorendo ogni giorno il figlio e in questo processo sono fondamentali e insostituibili la presenza e il sostegno del padre (come quando assiste al parto in ospedale).
Anche la psicologa perinatale Laura Boati sostiene: “Far capire alle madri che il bambino è soggetto attivo già dalla pancia, è competente, ha delle sue emozioni” (in un webinar del 20 novembre 2025). Si parla continuamente di genitorialità consapevole e in particolare di maternità consapevole, perché, tra l’altro, la madre deve imparare a gestire ancor di più le proprie emozioni, sin dal concepimento, essendo un rapporto viscerale con il figlio. Deve prendere consapevolezza da subito della funzione del “nido”: schiuse le uova, la mamma porta il cibo agli uccellini che, quando avranno messo le piume e irrobustito le ali, spiccheranno il volo per fare le loro scelte. In caso contrario si possono manifestare forme di maternità tossica o patologica che causano problemi di salute mentale o altri disturbi ai figli, tra cui la sindrome di Munchausen per procura. I genitori hanno primariamente la responsabilità di assicurare le condizioni necessarie allo sviluppo del fanciullo (art. 27 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Una madre, che porta in grembo il figlio e lo cura in tutto quando è neonato, sa cosa significa dare la vita a qualcuno; tuttavia, questo legame così forte ha bisogno di diventare una giusta relazione. Chiaramente un neonato ha bisogno di tutto e per i primi tempi dipende in ogni cosa dalla madre, soprattutto. Ma è anche altro da lei, è una persona diversa che ha la propria autonomia, è unico e irripetibile” (cit.). L’amore di una madre non deve essere smisurato ma commisurato a quel figlio che ha dinanzi.
Una delle forme patologiche o insane della maternità sono le cosiddette “mamme drago”. Il giornalista Vittorio Zucconi definiva tali le mamme giapponesi “quelle che i bambini chiamano con terrore le kyoiku mama” (letteralmente “madre istruzione”, cioè una madre molto severa che tiene all’istruzione del figlio). La figura materna non va né demonizzata né deresponsabilizzata ma va resa consapevole e responsabile in seno alla genitorialità, come già indicato per esempio nella legge istitutiva dei consultori familiari, L. n. 405 del 29 luglio 1975.
“[…] come una relazione di allattamento si riferisca alla connessione e all’interazione tra una madre e il suo bambino durante l’allattamento al seno. Questa relazione è un elemento chiave nell’allattamento materno e può influire sulla salute e sul benessere sia della madre che del bambino. Una relazione di allattamento positiva è quella in cui madre e bambino si sentono confortevoli, soddisfatti e sostenuti durante il processo di allattamento. È importante cercare aiuto professionale o di gruppo se si riscontrano difficoltà nell’allattamento o nella relazione di allattamento, poiché ci sono molte risorse disponibili per assistere le madri e i loro bambini” (un team di esperti). La particolare relazione tra madre e figlio deve essere tenuta in conto da tutti i genitori, anche nelle famiglie omogenitoriali, per poter costituire o consentire condizioni quanto più adeguate in special modo durante la tenera età dei bambini.
“Il latte materno fornisce al neonato tutti i nutrienti di cui ha bisogno nei primi mesi di vita: è ricco di anticorpi che aiutano a proteggere il neonato dalle infezioni e dalle malattie, contribuendo a rafforzare il suo sistema immunitario. Inoltre, il contatto pelle a pelle durante l’allattamento favorisce il legame tra madre e figlio, creando una relazione affettiva molto importante. Tuttavia, nonostante questi benefici, alcune donne possono incontrare difficoltà nell’avviare o mantenere l’allattamento al seno, a causa di problemi fisici, ormonali o di altro tipo. Inoltre come società non abbiamo leggi che proteggano il diritto delle madri ad allattare in pubblico, senza discriminazioni” (un team di esperti). Il latte materno ha nutrienti e altre proprietà come non altri ed è un’espressione della maternità. Gli adulti considerino l’importanza del latte materno e degli aspetti psicologici dell’allattamento nelle loro scelte concernenti la genitorialità, dalla “maternità surrogata” al non voler allattare al seno. Dati i vari riferimenti normativi, tra cui l’art. 24 lettera e della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, si può parlare di “diritto al latte materno”.
Secondo alcuni studiosi di scienze umane, come il filosofo francese Marcel Gauchet e la psicoterapeuta Stefania Andreoli, a proposito della cosiddetta maternità surrogata (gestazione per altri, GPA), “un figlio la cui ragion d’essere è la soddisfazione di un’altrui aspirazione rischierà di essere irretito in una dipendenza da aspettative a cui sentirà di dover corrispondere, in quanto sottomesso a un’accoglienza condizionata”. Ogni scelta dei genitori è un condizionamento per i figli e la scelta della maternità surrogata può caricare ancor di più di condizionamenti il figlio così generato; bisogna ricordare che è il bambino che ha un diritto innato alla vita e a conoscere i propri genitori (artt. 6 e 7 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Parto” anagrammato diventa “prato”: una madre dà alla luce un figlio per mandarlo sul prato della vita. La maternità è una missione (dal verbo latino “mittere”, mandare, inviare): aiutare i figli nella propria missione, la vita.
Una madre è fonte e delta di vita, dà la vita al figlio e dà il figlio alla vita spingendolo verso l’esterno e verso l’altro, iniziando dal padre.