Le vie della seta nel Regno di Napoli

Maestri setaioli stranieri e regnicoli iscritti all’Arte
Maestri setaioli stranieri e regnicoli iscritti all’Arte
arte seta

Registro delle Matricole dell’Arte della Seta

 

1. Un primato sconosciuto

Il “mito fondativo” dell’industria serica napoletana è generalmente indicato nell’esperimento tardo settecentesco della colonia di San Leucio, a Caserta: esperimento sociale, industriale, architettonico e urbanistico di portata tale da riuscire ad appuntarsi, tra le altre cose, la medaglia del primato e della primogenitura della manifattura serica nel Regno di Napoli.

Tuttavia, come spesso accade che storie nuove spazzino via storie vecchie, l’esperienza di San Leucio costituisce in realtà solo il punto di approdo di una tradizione secolare che vedeva sin dal XV secolo Napoli e il suo Regno protagonisti dell’intera filiera manifatturiera della seta, sia nel panorama italiano che in quello estero.

 

2. Origini e apogeo della manifattura napoletana

Artefice dell’affermazione e dello sviluppo della manifattura serica a Napoli è il sovrano aragonese Ferrante che nel giro di due decenni, a partire dal 1465, pone le basi per la formazione e specializzazione delle maestranze, per l’emanazione di una legislazione protezionistica, per l’istituzione di una struttura corporativa permanente di mestiere. Tale progettualità si sostanzia nella promozione del trasferimento a Napoli di maestranze straniere altamente specializzate, nell’esclusiva concessa alle piazze di Napoli e Catanzaro per la lavorazione della materia greggia, nell’istituzione del Consolato dell’arte della seta. Quest’ultimo, nato nel 1477, sarebbe stato per secoli protagonista della storia della manifattura napoletana, di cui controllava l’accesso al mestiere, la produzione e la circolazione della materia prima, la giurisdizione speciale riconosciuta ai suoi membri.

La filiera assume sin dall’inizio un respiro internazionale: se nel ‘600 Napoli arriverà addirittura ad esportare verso il Nuovo Mondo barattando seta con nuovi coloranti per tessuti, tale impronta è riconoscibile sin dallo statuto costitutivo dell’Arte che sancisce che nella composizione del “direttivo” debba sedere, su tre consoli, “uno straniero”. Tale “cittadinanza” di mestiere risponde alla presenza massiccia in città, per gli affari connessi alla seta, di genovesi, fiorentini, bergamaschi, spagnoli, olandesi, tedeschi, francesi, spesso dediti ad attività plurisettoriali (finanza, commercio, manifattura).

I loro nomi, insieme a quelli di maestri, mercanti e lavoranti, uomini e donne locali, sono annotati nei libri dell’Arte, pregiati volumi arricchiti, negli anni di maggiore fulgore e ricchezza del Consolato, da splendide miniature su pergamena realizzate dalle mani di valenti artisti.

Maestri setaioli stranieri e regnicoli iscritti all’Arte

Maestri setaioli stranieri e regnicoli iscritti all’Arte

Questi registri erano conservati presso la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo, collocata nel cuore antico della città, nelle immediate adiacenze del quartiere ebraico dove si era praticata per secoli l’arte serica e la tintoria e tra le botteghe dei tessitori e dei tintori lì insediatisi in età moderna. La chiesa e l’annesso conservatorio erano sede delle attività assistenziali e mutualistiche garantite dall’affiliazione all’arte.

Disegno della facciata del Conservatorio dei Santi Filippo e Giacomo

Disegno della facciata del Conservatorio dei Santi Filippo e Giacomo

La manifattura tocca le sue vette tra fine ‘500 e inizio ‘600, quando vi è addetto un numero elevatissimo di lavoratori e lavoratrici, che operano secondo la consueta divisione sessuale del lavoro. L’elaborato processo produttivo è diffuso sul territorio: va dalla coltivazione dei gelsi - nutrimento dei bachi -  all’allevamento delle larve, fasi della produzione concentrate principalmente nelle Calabrie, ma con propaggini in costiera sorrentina e in alcuni casali intorno alla capitale; contempla, inoltre, la raccolta e la filatura e torcitura, la tintura e la tessitura.

In questo complesso ed articolato processo, vale la pena segnalare due aspetti che caratterizzano precipuamente l’industria partenopea: il suo primato nella tintura di un particolare colore nero, il cosiddetto “nero di Napoli”, richiestissimo dal mercato estero per le impareggiabili caratteristiche di lucentezza e stabilità; la sua precoce specializzazione in prodotti di seta leggera realizzati con materia prima meno pregiata (in filo grosso) e destinati al consumo delle fasce medie della popolazione (trine, stringhe, passamani ed altre minuterie), a fronte del target produttivo individuato nella prima ora nei drappi pesanti (realizzati in filo sottile) e nei preziosi tessuti auroserici.

 

3. Declino e nuove prospettive

Nella seconda metà del ‘600 inizia l’inesorabile declino della manifattura e i pochi, discontinui sussulti di ripresa settecenteschi non sono sufficienti a sventare la scomparsa della Napoli “brulicante di filatoi, botteghe di setaioli, tinte, tessitorie, fondaci di mercanti”, costretta a cedere il passo alla concorrenza estera, per svariate cause: la mancata meccanizzazione dei processi produttivi, i conflitti nel mondo del lavoro, l’accelerazione della moda e l’imposizione di diktat stagionali, la preferenza sempre maggiore accordata dal mercato a prodotti di minor pregio e di conseguenza di minor costo (come cotoni e mussolini). Le concomitanti cattive congiunture economiche decretano la definitiva crisi di quella realtà artigiana, mai realmente elevatasi al rango di “industria”.

La colonia leuciana riscrive, quindi, a partire da fine ‘700, la storia della manifattura napoletana, relegando nell’oblio i fasti e i numeri impressionanti della prima età moderna, assumendo il monopolio della storia meridionale della seta. La manifattura leuciana vede svolgersi al suo interno l’intero ciclo produttivo e si ritaglia una fascia di mercato di livello medio-alto, in cui rientra la corte di Napoli. Si tratta di un complesso integrato in cui gli ignari protagonisti di un esperimento sociale, politico, economico, destinato a segnare il passo nella storia della legislazione e organizzazione sociale, prendono il posto di quei liberi mercanti, tessitori e lavoranti, uomini e donne, regnicoli e stranieri, che fino a qualche anno prima affollavano i registri della “nobile arte della seta”.

Prospetto degli abitanti della colonia di San Leucio nel 1820

Prospetto degli abitanti della colonia di San Leucio nel 1820

Per saperne di più:

 

Documenti

ASNA, Consolato dell’arte della seta, voll. 1-12 (Registri delle matricole)

ASNA, Regia Camera della Sommaria, Arrendamenti, Summario, n. 1968

ASNA, Cappellano maggiore, b. 1183, f.lo 58

ASNA, Cappellano maggiore, b. 1196, f.lo 33

ASNA, Regia Camera della Sommaria, Consultationum, vol. 90

ASNA, Ministero degli affari interni, II inventario, b. 5198, n. 34

ASNA, Piante e disegni, cartella XIII, pianta n. 19

Libri

Giuseppe Coniglio, Il fondo dell’Arte della Seta nell’Archivio di Stato di Napoli, estratto da «Notizie degli Archivi di Stato», Roma 1948.

Roberto Parisi, La seta nell’Italia del Sud. Architettura e tecniche per la produzione serica tra Sette e Ottocento, in “Meridiana”, nn. 47-48, 2003.

Rosalba Ragosta, Napoli, città della seta. Produzione e mercato in età moderna, Roma, 2009.

Giuseppe Rescigno, Lo “Stato dell’Arte”. Le corporazioni nel Regno di Napoli dal XV al XVIII secolo, Pubblicazioni degli Archivi di Stato n. 113, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Direzione generale archivi, Roma 2016.

Giovanni Tescione, L’arte della seta a Napoli e la Colonia di S. Leucio, Consiglio provinciale dell’economia corporativa di Napoli - Monografie economiche, X, Napoli 1932.

 

Archivio di stato di Napoli

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