Legittima difesa: il caso Roggero
Legittima difesa: il caso Roggero
Una indecorosa delegittimazione della giustizia e degli equilibri degli organi costituzionali nella rincorsa della politica ad un pericoloso populismo che distorce i valori democratici della convivenza
Il 15 luglio 2026 la Cassazione respinge il Ricorso contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Torino che condanna Mario Roggero alla pena di anni 14 e mesi 9 per l’omicidio di due persone e il ferimento grave di una terza persona che avevano tentato una rapina nella sua gioielleria a Grinzane Cavour (Cuneo). La notizia è appena stata battuta dall’ANSA e già la Politica si affanna a gridare allo scandalo, difendendo il gioielliere dalla decisione irrevocabile dei giudici che hanno applicato la legge, sino a spingersi con un improvvido anticipo a chiedere la grazia per il condannato.
Il tema è quello della legittima difesa che la Politica ritiene sia fuor dubbio nella condotta del gioielliere che fu condannato in primo e secondo grado perché la sua reazione alla rapina (reazione consumatasi fuori dal negozio in mezzo alla strada dove lo stesso rincorse i rapinatori sparando contro di loro con la sua pistola uccidendone due, uno dei quali dopo averlo preso a calci a terra, e ferendo gravemente il terzo).
Il tema che ha infuocato la cronaca, sfiorando un vero e proprio incidente istituzionale allorquando il Ministro Nordio comunica ai mezzi di informazione di aver avviato l’iter per la Grazia, mentre molti partiti hanno iniziato a raccogliere le firme sulla petizione per la clemenza al gioielliere, al punto che il Presidente della Repubblica ha dovuto prontamente convocare il Guardasigilli al Quirinale per un richiamo circa le prerogative del Presidente della Repubblica sulla grazia ricordando la sentenza della Corte Costituzionale n. 200 del 2006 .
Ne sono seguiti interventi e rivendicazioni da ogni parte con cui ciascuno ha inteso dire la propria, criticando la sentenza ed i giudici che non avrebbero tenuto conto della esasperazione del prevenuto, esprimendo comprensione verso un commerciante esasperato dalla delinquenza di continue rapine, giustificando l’azione del gioielliere sulla scorta della legge n. 36 del 2019, voluta fermamente dalla Lega e dal suo leader Matteo Salvini, che infatti in questi giorni si è spinto talmente avanti andando a portare la solidarietà in carcere al gioielliere e ipotizzando per lui una candidatura al parlamento o almeno un intervento per consentirgli la detenzione domiciliare perché a 72 anni non si può mettere in carcere una persona onesta a scontare 14 anni costringendolo di fatto a morire in carcere.
Ma le espressioni distorsive a favore della legittima difesa provocate dalla espressa empatia della Politica al gioielliere sono arrivate oltre, addirittura la Presidente del Consiglio ha espresso il proprio disappunto anche rispetto all’ingiusto risarcimento del danno, sostenendo, con un intervento sui social, che "chi subisce un danno mentre sta commettendo un reato non può chiedere alcun risarcimento, né possono farlo i suoi familiari" aggiungendo "…mi aggredisci, mi difendo, e dovrei risarcirti io? Non è giusto". Ha sottolineato che "lo Stato sta dalla parte delle persone perbene, non dei criminali".
Fronte di questo delirio mediatico balza alla attenzione da un lato l’assoluta inopportunità che rappresentanti delle istituzioni si scaglino contro un provvedimento di un organo dello stato, l’organo giudiziario, chiamato ad applicare la legge rispetto ai cittadini che la infrangono e che per questo in forza della legge vanno sanzionati.
L’intervento dirompente e delegittimante della Politica lascia frastornati in quanto da un lato delegittima l’ordinamento giudiziario ed i suoi provvedimenti con un riverbero sull’opinione pubblica che viene cavalcata per puro calcolo di tornaconto elettorale. Una condotta che non ha a riferimento la giustizia e la legge in relazione ai cittadini ed al vivere civico, ma la reazione che l’opinione pubblica riserva a chi da una risposta viscerale rispetto ad un sentire altrettanto emotivo.
Dall’altro lo scontro tra Istituzioni e poteri dello stato che arriva a coinvolgere le funzioni prerogative del Presidente della Repubblica sorpassato nella scelta improvvida e del tutto inconferente da parte della politica che ha deciso che il nostro gioielliere va graziato, perché non deve neppure andare in carcere, e quindi decide la politica ciò che compete con ponderazione e riservatezza alla Presidenza della Repubblica quale prerogativa esclusiva come sancito in modo inconfutabile dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200/2006.
Perché questo disordine Istituzionale allarmato e allarmante , per ribadire quale convincimento civico e quale tutela del cittadino ?
Perché la politica si è spinta in modo così disordinato a determinare una confusione di valori e di relazioni istituzionali nel terreno delle garanzie giuridiche dello stato ?
Non certo si è contraddistinta per pacatezza e obbiettività l’informazione, che cavalcando l’onda mediatica ha inondato i giornali di titoli clamorosi e preoccupanti, pericolosi per far pensare a intendimenti sovversivi (già perché si aizza l’opinione pubblica facendo da megafono ad un sentire emotivo di pancia, senza ridurre a ragione gli eventi e ragionare il pericolo e determinare la sovversione rispetto all’autorevolezza ed alla diga della giustizia).
E allora facciamo un po’ di ordine informativo istituzionale e giuridico
Mario Roggero reagisce ad una rapina in modo scomposto inseguendo i rapinatori in strada fuori dal negozio e sparando alle spalle contro gli stessi in fuga, uccidendone due e ferendone gravemente un terzo (l’inseguimento del gioielliere è giunto al culmine arrivando al capezzale di uno dei rapinatori a terra ferito prendendolo a calci in testa);
Le sentenze che lo condannano (primo grado e secondo grado) hanno accertato che la reazione del gioielliere è stata eccessiva sproporzionata all’offesa esulando i contorni della legittima difesa (art. 52 Codice Penale) anche nella versione ampliata dalla legge 36/2019 voluta dalla Lega e Salvini che ha inteso tutelare il domicilio (legittimando una reazione anche atta ad infliggere la morte all’interno della abitazione o luogo di lavoro nei confronti di un intruso che minaccia l’incolumità dei competi). Insomma Roggero si è fatto giustizia da solo anziché limitare a difendersi;
La Cassazione, che non costituisce il terzo grado di giudizio nel merito, è grado di legittimità, la Cassazione non giudica i fatti e/o i colpevoli, ma giudica le sentenza, ragion per cui la Cassazione se rigetta, conferma la sentenza di condanna dell’appello. Roggero è in carcere per quanto stabilito dalla Corte d’assise d’Appello di Torino che ha confermato la sua responsabilità per il duplice omicidio, e pur riconoscendo tutte le attenuanti possibili (pure quelle dello stress ambientale determinato dall’ansia delle rapine) lo ha condannato alla pena detentiva di 14 anni e 9 mesi riducendo l’originaria condanna di 17 anni.
Il risarcimento del danno è dovuto non già ai rapinatori, morti, ma ai familiari che hanno subito dalla eccessiva e sproporzionata reazione del gioielliere la perdita di un affetto, e questi familiari non hanno commesso reati e quindi quanto affermato dalla Presidente del Consiglio oltre ad essere inesatto è illegittimo ed atto ad istigare un giudizio verso chi a causa di un fatto/reato compiuto da un soggetto ritenuto da una sentenza definitiva responsabile, vanta una giusta e legittima aspettativa di ristoro – risarcimento per qualcosa che è stata loro tolto violando la legge .
Roggero deve scontare una pena detentiva di 14 anni e 9 mesi per la quale la legge (art. 32 C.P.) prevede l’interdizione legale e l’Interdizione dai Pubblici Uffici (art. 29 C.P.) quindi Roggero non è candidabile e non può votare.
Che un Parlamentare della Repubblica e Ministro sostenga e dichiari a destra e manca che pensa, valuta, verifica di candidare il gioielliere amico alle elezioni per strapparlo al carcere, è preoccupante perché un rappresentante del popolo in Parlamento dovrebbe sapere che ciò non è possibile e se lo dice sapendolo mente sapendo di mentire ed inganna la buonafede dell’opinione pubblica istigandola a pensieri ed emozioni sovversive, fatti e circostanze gravissime !
La Grazie è un istituto molto particolare e prerogativa del Presidente della Repubblica che implica il perdono, la clemenza dello Stato difronte a chi ha sbagliato ma ha dimostrato di essere pentito, di aver rivisto il proprio agito di averlo emendato e di aver espresso nei fatti e nelle parole una adesione alla legge ed al rispetto della stessa, occorre valutare tutto ciò verificando il percorso e verificando se vi siano le condizioni per il ravvedimento che consenta il reinserimento sociale (art. 27 costituzione)
Se riportiamo i fatti ed i ruoli alla giusta e legittima collocazione, si comprende come il caso Roggero rappresenti l’ennesimo esempio di una Politica sguaiata, che insegue il consenso disposta a trasformare il rapporto stato cittadino in vendetta in nome di facile consenso, di demagogia che abbaglia ma riduce la società a reazione emotiva.
Vicende come questa meritano rispetto, rispetto delle sentenze e di chi le ha emesse cercando di ponderare ogni elemento e riequilibrando ogni peso e contrappeso (14 anni per due omicidi sono pena importante ma certo non severa, la vita di ciascuna persona morta vale nel raffronto del peso e contrappeso meno di 7 anni) , rispetto della società che va educata al rispetto della legge, anche quando questa non piace ma non per questo va ignorata o peggio disattesa sino a capovolgerla (Socrate rivolgendosi a Critone che lo invitava a fuggire perché a condannarlo era una legge ingiusta, affermava: rispettare le leggi della città è un obbligo morale, anche quando queste leggi sembrano ingiuste ….)
Il tema non è riaffermare la legittima difesa, ma bensì il confine tra difesa e vendetta è, inevitabilmente, sottile e fragile. Ma resta uno dei confini sui quali si regge lo Stato di diritto.
La legge non esprime il diritto alla legittima difesa ma ne fissa il limite, quel limite è antico quanto l’idea stessa di diritto. Per questa ragione il confine tracciato dai giudici italiani non ha nulla di eccentrico. Tutti gli ordinamenti liberali consentono forme più o meno ampie di autotutela, ma nessuno riconosce un diritto alla rappresaglia. Cambiano gli equilibri tra libertà individuale e sicurezza pubblica; non cambia il principio secondo cui la liceità della difesa dipende dall’attualità del pericolo.
Mentre l’Opinione Pubblica oscilla tra due idee rassicuranti: a seconda delle convenienze, il simbolo dell’Italia che non si arrende ai delinquenti oppure l’emblema di una giustizia privata che minaccia la convivenza civile. Il diritto, per sua natura, diffida dei simboli ma giudica fatti.
Cesare Beccaria lo aveva compreso con lucidità: quando le decisioni si lasciano trascinare dal sentimento collettivo, la pena smette di essere giustizia e rischia di trasformarsi in vendetta.