Lezioni inattese: il sale amaro
Lezioni inattese: il sale amaro
Ci sono lezioni che non si imparano all'università, né in un manuale di management. Arrivano quando meno te lo aspetti: su un molo, tra l'odore delle reti e le storie impossibili di un pescatore di provincia.
Sono nato e cresciuto in una piccola cittadina sul mare Adriatico, in provincia di Teramo: Roseto degli Abruzzi. In questi ultimi mesi, ogni tanto, torno con la memoria al porticciolo di Roseto, a quando ero ragazzino e, insieme agli amici, andavo ad aspettare il rientro dei pescatori.
Non era solo curiosità marinaresca, né precoce vocazione alla vita contemplativa da molo. Era che, quando i pescherecci rientravano, tra reti, cassette, corde e odore di mare vero, quello che resta addosso anche dopo essersi lavati le mani tre volte, compariva per noi un bottino meraviglioso: le stelle marine.
I pescatori, per una ragione che ancora oggi mi sfugge, le toglievano dal groviglio delle reti e le lasciavano lì, vicino agli ormeggi. Noi le raccoglievamo come piccoli cercatori d'oro dell'Adriatico, con i sacchetti in mano e l'aria seria di chi sta compiendo una missione importante. Ma le stelle marine erano solo una scusa. Noi andavamo lì per le storie.
Perché quei pescatori, per noi ragazzini rosetani, erano eroi. Uomini che avevano visto il mare di notte, che conoscevano il vento prima ancora che arrivasse, che sapevano leggere le onde come altri leggono il giornale. E tra questi eroi ce n'era uno che apparteneva direttamente alla mitologia locale: il signor Peppe Canale.
Peppe Canale era uno di quegli uomini che non raccontavano semplicemente storie. Le mettevano in acqua, le facevano navigare, le riportavano a riva più grandi di prima. Aveva vissuto mille avventure, o forse non ne aveva vissuta nemmeno una, ma questo dettaglio, per noi, era del tutto irrilevante. La verità, quando sei bambino, non sta nei fatti. Sta nel modo in cui qualcuno te li racconta.
Una delle sue storie più celebri, ancora oggi tramandata oralmente con rispetto quasi sacrale, era quella della ragazza milanese salvata dallo squalo. Mi prendo quindi la responsabilità, forse per la prima volta, di metterla per iscritto. Lo farò in italiano, lingua che Peppe frequentava con una certa diffidenza, essendo invece maestro finissimo del dialetto rosetano.
La scena cominciava sempre così.
"Pe', Pe'… ci racconti quella volta che hai salvato la milanese dallo squalo?"
E lui, dopo un sospiro lungo, di quelli che servono a far capire che la storia è pesante e non si può raccontare così, alla leggera, rispondeva:
"E vabbò, mo' ve l’araccont."
Diceva che quella mattina lo aveva capito subito. Il mare era salato, sì, ma di un sale diverso. Un sale amaro. E il sale amaro, spiegava Peppe abbassando la voce, "nin porte mai niente di buone", né quando stai in mare né quando stai in terra.
Poi l'aveva vista. La villeggiante di Milano. Bianca, precisa, incerta, con quella cautela continentale di chi considera il mare una specie di piscina più grande e meno educata. Si muoveva sulla riva con una strana danza: due passi avanti, uno di lato, uno sguardo al fondo, una mezza piroetta per evitare un granchio immaginario, poi la mano sulla pancia per sentire se l'acqua era abbastanza gentile. "La milanese", diceva Peppe, "faceve lu balle de chi vo' entra' in mare, ma lu mare ancora n'aveve dette di scì."
Alla fine, si tuffò. Male, naturalmente. O meglio: con eleganza cittadina e nessuna competenza marina. Cominciò a nuotare con quelle bracciate lunghe, ordinate, da piscina, mentre Peppe la teneva d'occhio perché, diceva, anche lei lo aveva sentito il sale amaro, solo che non lo aveva riconosciuto. E una bracciata dopo l'altra superò gli scogli.
Fu allora che Peppe aguzzò la vista. Ed eccolo là. La bestia. Lo squalo assassino del mare Adriatico. Lo squalo della provincia di Teramo. Una creatura che, a sentirlo raccontare, doveva essere insieme feroce, silenziosa e amministrativamente competente per territorio.
Peppe non ci pensò due volte. Corse a riva, prese il moscone e con quattro remate alla veneziana raggiunse in dieci secondi la milanese e lo squalo. La milanese gridava in milanese, e questo peggiorava tutto, perché "li squale, quande sentene lu milanese, s'incazzene pure de cchiù".
A quel punto, raccontava Peppe, con una mano afferrò la villeggiante, con l'altra prese lo squalo per la gola e con un'altra ancora gli sferrò un colpo poderoso sul naso. Un fendente secco, preciso, definitivo. Lo squalo restò stordito, la milanese fu tratta in salvo, la spiaggia esplose in un applauso, lei lo baciò, il sindaco corse a ringraziarlo e quasi gli consegnò una medaglia, se non fosse che, purtroppo, se l'era dimenticata al municipio.
A quel punto noi ragazzini, che qualche rudimento di anatomia già lo possedevamo, facevamo sempre la stessa domanda.
"Pe', ma quante mani tenevi?"
Lui allora si fermava. Guardava il mare. Poi guardava noi. Si prendeva qualche secondo di silenzio, come fanno gli uomini quando devono consegnare una verità che non sta nei numeri, e infine rispondeva:
"Uagliù, in quel momento… le mani non si contavano."
E noi restavamo zitti. Perché c'erano frasi che, anche senza capirle fino in fondo, sentivamo essere definitive. Poi prendevamo i nostri sacchetti pieni di stelle marine e tornavamo a casa gridando per strada: "In quel momento le mani non si contavano!"
Ci ho messo anni per capire che quella frase non parlava dello squalo. Forse non parlava nemmeno del mare.
Parlava delle persone.
Ci sono momenti, nella vita come nelle organizzazioni, in cui anche il mare cambia sapore. Diventa di sale amaro. Le scadenze si accavallano, le urgenze si moltiplicano, ogni cosa pretende attenzione nello stesso istante.
In quei momenti la tentazione è contare: le ore, le risorse, le persone disponibili, quanto resta da chiudere.
Contare è necessario. Ma non basta.
Perché accade che, quando il mare si agita davvero, le persone tirino fuori qualcosa che nessun organigramma aveva previsto. Qualcuno dà una mano, qualcuno ne dà due, qualcuno tiene fermo il moscone, qualcuno guarda gli scogli, qualcuno trova il coraggio di prendere lo squalo per la gola. E alla fine scopri che il difficile non era impossibile: era solo troppo grande per essere affrontato da soli.
Le organizzazioni, del resto, non vivono soltanto di procedure e di responsabilità assegnate su carta. Vivono anche di questo: di chi capisce il momento e decide, semplicemente, di esserci.
Non è un elogio dell'emergenza permanente, sia chiaro. Il sale amaro va riconosciuto, ma non trasformato in modello organizzativo. Un’organizzazione matura deve pianificare, distribuire i carichi, prevenire gli affanni inutili e costruire condizioni sostenibili. Ma nessun cronoprogramma, per quanto ben fatto, intercetta quella quota di umanità che decide, all'ultimo, se un'organizzazione tiene o si sfalda.
Forse Peppe Canale non ha mai salvato davvero una ragazza milanese da uno squalo. Forse quello squalo, nell’Adriatico teramano, era più letterario che zoologico. Ma su una cosa, secondo me, aveva ragione: ci sono momenti in cui contare le mani serve a poco.
Conta capire chi è disposto a metterle.
Ciao, Peppe.