AVA 3: il racconto di un’Università che impara a raccontarsi
AVA 3: il racconto di un’Università che impara a raccontarsi
Immagina di entrare in Ateneo in un mattino qualunque. I corridoi si riempiono poco alla volta: studenti con lo zaino, ricercatori che rivedono gli ultimi grafici, personale amministrativo che accende i sistemi, docenti che ripassano le slide.
Dietro questa vita quotidiana, c’è un organismo invisibile che tiene insieme scelte, idee, risorse, e soprattutto fiducia: è l’Assicurazione della Qualità. AVA 3 è, di questo organismo, la grammatica, la sua sintassi, il modo in cui l’Università si guarda allo specchio e prova a dire, con precisione e onestà, chi è e dove sta andando.
La storia non parte da zero. C’è una riforma (la Legge 240/2010), un decreto (il D.lgs. 19/2012), e poi un altro decreto, quello che tutti ricordiamo perché “fa scattare” davvero la transizione: il D.M. 1154/2021. È il punto in cui il sistema universitario italiano decide che non basta avere buone intenzioni; servono processi, indicatori, un modo condiviso per riconoscere la qualità.
In parallelo scorre un fiume europeo: gli ESG 2015 portano la qualità fuori dagli slogan e dentro le pratiche, mettono al centro lo studente, chiedono che didattica e ricerca smettano di camminare su binari separati. AVA 3 nasce così: nel dialogo fra regole di casa e ambizioni del continente.
Che cos’è, in fondo, AVA 3? Non è un sistema di controllo nel senso burocratico del termine. È piuttosto una tecnologia di consapevolezza.
AVA 3 chiede a un Ateneo di raccontarsi attraverso cinque Ambiti: come pensa e pianifica (A), come gestisce le risorse (B), come garantisce e migliora la qualità (C), come progetta ed eroga la didattica e i servizi (D), come vive e misura la ricerca e la terza missione (E).
Dentro ogni Ambito ci sono Punti di Attenzione: piccole lenti che, sommate, restituiscono una radiografia. Non è un elenco freddo: è una mappa. Segue il terreno vero, quello dei documenti, dei dati, ma anche delle persone e delle abitudini.
La vera novità di AVA 3 sta nel modo in cui chiede agli Atenei di parlare di sé. Non più poche righe in cui fare stare tutto, ma spazio sufficiente per spiegare il cosa, il come, il perché e il quanto. È un invito a pensare per processi, a rendere visibile il ciclo del miglioramento - Plan, Do, Check, Act - non come un mantra, ma come un modo naturale di lavorare.
E qui avviene un cambio culturale: l’autovalutazione smette di essere “un documento da consegnare” e diventa una narrazione strategica. È la storia di un Ateneo che mette in fila le scelte, le collega alle evidenze, ne misura l’effetto, e si impegna davvero a migliorare. È anche un momento di unità interna: non lo scrivono “in pochi”, lo si costruisce insieme.
Poi arriva la CEV. Non per sorprendere o contestare, ma per ascoltare e verificare. Prima c’è lo studio dei documenti, poi le audizioni e gli incontri: la governance che illustra le strategie; il Presidio della Qualità che mostra come si è dato regole e strumenti; il Nucleo di Valutazione che porta il suo sguardo critico; i Dipartimenti, i Dottorati di Ricerca e i Corsi di Studio che raccontano come trasformano la strategia in azione; il personale docente e tecnico-amministrativo, che rende operativi i processi nella quotidianità, traducendo le scelte in pratiche, servizi e risultati concreti; gli studenti che raccontano come vivono servizi e didattica.
L’obiettivo non è “prendere un voto”, ma ricevere una fotografia onesta: punti di forza da consolidare, fragilità da mettere in agenda, decisioni da collegare al monitoraggio.
Alcuni contesti chiedono un’attenzione speciale.
Medicina e Chirurgia (LM-41) è un mondo a sé: tirocini clinici, standard internazionali, responsabilità formativa che non riguarda solo il sapere, ma la cura. Non stupisce che qui la valutazione sia più densa: l’impatto è reale, e immediato.
I Dottorati di Ricerca entrano nel quadro non come “appendice”, ma come parte viva della filiera formativa: progettazione, organizzazione, monitoraggio. Qui si misura la capacità di generare nuova conoscenza e di far crescere persone che alla conoscenza vogliono dedicarsi.
I Dipartimenti, infine, sono la “casa madre” della strategia di ricerca e della terza missione: il luogo in cui si decidono le priorità e si allocano risorse. AVA 3 chiede: quali sono le vostre scelte? come le misurate? con quali criteri distribuite le energie?
E poi i documenti, come tracce, evidenze come prove.
“Ciò che non è scritto, non esiste”. La frase ricorre perché nella qualità la tracciabilità è tutto.
Piani strategici, regolamenti, bilanci; SUA-CdS, monitoraggi annuali, riesami; mappe delle competenze del personale, piani per strutture e tecnologie, procedure per dati e informazioni: non sono carta per la carta, sono strati di memoria che permettono all’Ateneo di ricordare come ha deciso e di vedere se quella decisione ha funzionato.
Ci sono anche gli indicatori, e sono più di prima: servono a guardare i fenomeni con ordine - abbandoni, attrattività, esiti, internazionalizzazione, sostenibilità.
La valutazione finale, però, non si riduce a un numero. AVA 3 preferisce fasce di giudizio, perché non tutto è misurabile allo stesso modo e non tutto ha senso comprimere in un decimale. È un sistema che preferisce la comprensione alla competizione.
Cosa resta alla fine? Resta un’idea semplice e potente: la qualità non è uno stato, è un movimento.
Un Ateneo “di qualità” non è quello senza problemi, ma quello che sa riconoscerli, li documenta, li discute, e agisce. Sa connettere i propri obiettivi alle risorse, le politiche ai processi, le persone ai risultati.
E soprattutto sa raccontarsi: agli studenti, alle imprese, al territorio, alla comunità scientifica, al Paese. AVA 3 chiede esattamente questo: non un maquillage, ma un racconto vero. Perché dall’esterno si possa capire chi sei, e dall’interno, si possa decidere chi vuoi diventare.