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La responsabilità amministrativa degli enti: prospettive di mediazione penale o restorative justice?

17 giugno 2016 -
La responsabilità amministrativa degli enti: prospettive di mediazione penale o restorative justice?

Abstract: l’elaborato vuole far luce sul carattere sui generis della responsabilità amministrativa dipendente dal reato. Nello specifico si va ad inquadrare la normativa nell’ambito giuridico della Restorative Justice: una forma alternativa di giustizia, ove il reato viene considerato, non tanto come violazione delle norme penali, sulla quale lo Stato vanta la sua pretesa, quanto in termini di danno alla persona offesa da risarcire. Gli interpreti hanno provato a qualificare la normativa nel contesto della mediazione penale, ma tale inquadramento non ha raggiunto il risultato sperato per  una serie di ragioni che verranno affrontate in modo dettagliato e soprattutto perché in questo procedimento non è ammessa la costituzione di parte civile.

 

Con il Decreto Legislativo 231/2001, l’ordinamento fa dietro front dal brocardo latino “societas delinquere non potest”, andando a prevedere un’ipotesi di responsabilità delle persone giuridiche “mista”: la responsabilità amministrativa dipendente da reato.

La responsabilità dell’ente si determina nei casi in cui venga commesso uno dei reati elencati nel Decreto Legislativo 231/2001 e tale illecito sia stato posto in essere da un soggetto appartenente all’ente, in posizione apicale o dipendente nell’interesse o a vantaggio della persona giuridica.

Nel presente paragrafo non ci soffermeremo sugli aspetti sostanziali e processuali della responsabilità amministrativa dipendente da reato, ma esclusivamente su quelle peculiarità del processo agli enti che permettono di individuare un fil rouge con il processo minorile e, soprattutto, con il processo davanti al giudice di pace: l’attenzione verso forme alternative di giustizia e l’uso di strumenti apparenti alla Restorative Justice.

Per poter comprendere appieno la struttura del procedimento nei confronti delle persone giuridiche non si può prescindere dagli scopi che hanno spinto il legislatore italiano all’introduzione della normativa 231/2000. La finalità legislativa non è la punizione dell’ente, anzi la pena deve fungere da deterrente per ottenere il massimo rendimento: il ritorno dell’ente nei parametri della legalità. Proprio per questo la normativa permette alla persona giuridica, in tutte le fasi processuali, di attivarsi per contrastare il reato e fuoriuscire dal processo indenne.

È doveroso partire dal dettato dell’articolo 6, in cui si stabilisce che, anche in presenza di un reato commesso da persone in posizione apicale, l’ente non risponde se riesce a dimostrare di aver adottato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire i reati della specie di quelli verificatosi e di aver predisposto un organo di vigilanza, dotato di autonomi poteri di iniziativa e di controllo, con il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli organizzativi.

È sufficiente, quindi, che l’ente dia la prova dell’adozione e dell’efficace attuazione di un modello organizzativo, che rispetti i canoni del comma 2 dell’articolo 6, e la prova del rispetto dell’obbligo di vigilanza per impedire la prosecuzione del procedimento nei confronti dell’ente; perché sono i presupposti per ritenere che il soggetto collettivo abbia perseguito la legalità e che la commissione del reato sia dipesa dall’elusione fraudolenta di tale modello, ad opera della persona fisica. Anche l’articolo 7, in relazione al reato commesso da un dipendente, individua, come prova liberatoria, l’adozione del modello organizzativo di gestione e controllo, perché è la misura idonea a “garantire lo svolgimento dell’attività nel rispetto della legge e a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio”.

Articolo pubblicato in: Diritto amministrativo


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n.7770 - ISSN 2239-7752

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